Organized crime and art: the never ending slaughter

Students explaining their work during the “Art in Motion – Terrorist Perspectives” exhibition

Dr. Vicky Kynourgiopoulou, professor of Archaeology and Museum Studies at Arcadia University – Italy programs, has curated the exhibition “Art in Motion – Terrorism perspectives”, where the students of the Spring 2012 “Museum Practices” class displayed their art-works. The exhibition took place on the 17th May 2012, at the former slaughter houses in Rome, now part of the Roma Tre University premises.

Vicky kindly asked me to write a few lines on the relationship between Mafia and art. I want to share it with you and I want to thank “dr. K”. and the students and for their creative work!

Recently the news reminded us of how the mafiosi are also art-lovers. But it is just another big lie about the Mafia. Because loving art is very different from spending loads of recycled money on some expensive masterpieces and jamming them one on top of another in a big villa.  Journalists found no better word than kitsch to describe the villa (in Italy) that police confiscated from the camorra boss Nicola Schiavone or the other villa where the police arrested the other important Mafia boss, Giuseppe Polverino (in Spain). The famous Italian comedian Antonio Albanese, who played the role of a mafia-friendly local politician in the movie Qualunquemente, once told that the villa they chose as a set had been confiscated from a real local ‘ndrangheta boss in Calabria; it was so kitsch that the production had to remove some pieces of art from the set, because it was far too excessive to seem real.

There is one word to explain the total disconnection between personal taste and art: beauty. In the famous movie “I Cento Passi”, the antimafia activist  Peppino Impastato, looking at the landscape around Palermo, tells his best friend: “we should remind to the people what beauty is all about, and help them to recognize it and to defend  it. It’s Beauty that is important; everything stems from beauty”.

Before art, beauty in Italy has always been represented by the landscape, which is still, in many corners of this nation, a masterpiece of harmony. The Tuscany Hills represent the perfect mix of nature and hard human labor. Landscape is part of the Italian identity, from the Alps to the Sicilian islands. The Italian landscape has always been considered an important part of Italian cultural and artistic patrimony.

Any individual who is particularly sensitive to beauty, and therefore to art, would never think of destroying the perfection of the Italian landscape.

Unfortunately however, the Italian Mafia, with the support of corrupted Italian politicians,  has added to the continuous destruction of the Italian landscape for the last 40 years. Despite citizen protests, organized crime syndicates have facilitated the building of illegal buildings on Italy’s most beautiful hills and coastlines. They usually operate either through their own building companies or by facilitating and favoring corrupt building companies to work by providing them with forged building permits authorized by the local government. Often the presence of organized crime is only an excuse to justify the immoral act of corrupt local administrators and public officials, as the mafia is a contagious mind – set.

The Valle dei Tempi of Agrigento, the Calabria Tyrrhenian coast, Ischia island or the enormous Villaggio Coppola on the coast between Napoli and Caserta provinces are a few examples  that remind us that organized crime is not a devotee to beauty or art”.

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The Italian solidarity economy slow revolution

Made in Italy and made in dignity: products by social cooperatives (Libera Terra) working on mafia confiscated lands

The Italian solidarity economy slow revolution, by Alberto Corbino

“There’s a lot to say about the Italian people’s fight against the international crisis and shortsighted politics than this article could explore.  We do have our Occupy places like the “NO TAV” in the North of Italy (against the high speed railway). But, besides and beyond that, we have hundreds of solidarity economy experiences, even in difficult territories threatened by organized crime. The social reuse of mafia confiscated assets is a good example to show that change, from the inside, is not only a dream”.

I have the honor to announce that you can will find the complete article in the latest issue of  Grassroots Economic Organizing (and let me thank Ajowa Nzinga Ifateyo and Michael Johnson for the support and editing). AC

Here’s the link:
http://www.geo.coop/story/italian-solidarity-economy%E2%80%99s-slow-revolution

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Insicurezza sul lavoro nel salotto di De Magistris

Il cantiere della Metro di piazza Municipio a Napoli (foto: A. Corbino, 26 aprile 2012)

Da napoletano confesso di provare un certo disagio, anzi una notevole vergogna a pubblicare questo post. Perché credo di amare la mia città e vorrei fare come tanti, che riescono solo a parlare delle vele e del mare ritrovati cantando ” scurdammoc ‘o passato, simm ‘e napul, paisà!”. Ma non posso. Perché non si può tacere di fronte a quello che stamattina ho visto, a cento metri da Palazzo San Giacomo, la sede del Comune, il luogo in cui il nostro infaticabile sindaco Luigi De Magistris e la sua giunta si recano al lavoro ogni giorno con la promessa di cambiare il nostro piccolo mondo antico. Vorrei chiarire: non è un attacco al sig. Sindaco, né alla sua giunta: probabilmente stanno facendo il loro massimo, probabilmente quello che hanno fatto in pochi mesi è più di quello che altre giunte hanno fatto in 20 anni… ma forse non è abbastanza. Perché se a 100 metri da palazzo San Giacomo, pieno centro della città, nel più grande cantiere cittadino, è possibile assistere alle scena cui io ho assistito poche ore fa, allora qualcosa non funziona.

Riassumo. Stamattina lascio alle 10.40 un’assolata piazza Plebiscito, dove avevo allestito uno stand per la manifestazione Ecologicamente (visitatela!). Dovendo andare a Roma per lavoro, avevo deciso raggiungere a piedi  il vicino stazionamento del tram veloce n° 1, di fronte al molo Beverello, ingresso principale al porto. Il percorso che mi trovo a fare è quindi quello Porto turistico – Palazzo Reale che tanti turisti fanno ogni giorno. Il percorso, proprio a causa dei lavori per la metropolitana prospicienti Piazza Municipio, è obbligatorio: la passerella che costeggia il magnifico Maschio Angioino e permette una vista sugli incredibili lavori della nuova stazione metro, in cui , pare, una volta ultimati, sarà possibile ammirare anche gli importanti resti archeologici ritrovati accidentalmente durante gli scavi (un porto romano?). Sono un po’ in anticipo e mi fermo  un attimo rapito a osservare, per qualche minuto, l’imponenza degli scavi e dei macchinari al lavoro. Lo fanno i bimbi e i vecchi. Bello, il bello di Napoli che avanza, penso. Sono le 10,50 circa. La mia attenzione viene attratta da un (immagino) operaio che attende a naso all’aria un enorme carico di terra che ondeggia proprio sopra la sua testa. Sbracciandosi lo “aiuta a scendere”, accompagnandolo con la mano, come fosse il paniere della vecchia zia nei vicoli. Dopo pochi scatti me lo ritrovo che assiste seduto ai lavori delle scavatrici  in bilico su una impalcatura. Lui e i “macchinisti” non hanno il casco, i cinturoni, né i gilet gialli e arancioni. Niente. Guardo più in là e ne vedo tanti senza casco, e tutti più o meno vicini a gru e pale smuovi-terra in movimento. Non serva essere un esperto in sicurezza per capire che c’è qualcosa che non va. Decido di fare delle foto con una macchinetta semplice e con poca tecnica, quelle che pubblico di seguito. Alcuni turisti fanno lo stesso.. speriamo non notino missing helmets!

Vado via, devo prendere il treno. Ma non posso tacere. Sono fatto cosi’: nato scassacazzo -  i miei genitori mi ricordano appena ne hanno l’occasione! Cerco i vigili che in genere stanno all’ingresso del porto oppure all’incrocio appena sopra. ma nulla. Mentre sono al capolinea del tram, fermo una volante della polizia “ non è di nostra competenza territoriale, cerchi i vigili” rispondono cortesi. Ma i vigili, già lo so, oggi non ci sono. Salgo sul tram, e mi viene l’idea di chiamare il Comune. Non ho i numeri del centralino.. ma solo quello dell’assessore ai Beni Comuni, Alberto Lucarelli. Di necessità virtù. Non è l’assessore competente per questi temi, ma è un giurista serio, una persona per bene, e so che ci tiene a queste cose. Lo chiamo e mi risponde un suo gentile collaboratore: mi presento, gli racconto in 2 minuti quanto ho visto e lo prego di riferire. Arrivo alla stazione con una ventina di minuti di anticipo. Caffè? No, cerco i vigili urbani che oggi non ci sono neanche qui sul piazzale… forse sono tutti a controllare la ZTL messa per l’America’s cup, o sonoa impazzire di traffico ad un altro angolo della piazza più lontano, ma non ho il tempo di arrivarci.

Vado alla polizia ferroviaria. “ Noi non possiamo fare niente, chiami il 112 o il 113 e denunci”. Il treno sta per partire. Salgo. Chiamo i carabinieri, mi dicono “deve fare denuncia a una caserma” – “ ma sono in treno” – e da dove chiama lei ? – “ora sono sul treno che sta partendo da piazza Garibaldi”,  ma volevo denunciare diverse irregolarità sulla sicurezza nel cantiere metro di piazza Municipio a Napoli” – Ah, vabbè” Click!. Come vabbè? chissà se era un assenso alla denuncia, se vuol dire che andranno a controllare. Trovo, disturbando alcuni amici (perché sono un dinosauro tecnologico e il mio telefonino non va su internet), il telefono di un nucleo dei vigili urbani li’ vicino e non risponde nessuno (una solo luuunga prova); poi l’ufficio INAIL nazionale che mi rimanda solerte al numero dell’ufficio INAIL di Napoli di Poggioreale al cui centralino non risponde nessuno (una sola luuunga prova). A questo punto il cittadino si arrende e prende posto sull’AV sperando di addormentarsi di botto per svegliarsi  in una città altrettanto bella ma dove il rispetto per le regole – e per la vita umana – non sia sempre affidata a San Gennaro.

E invece di dormire chiamo Fabio, che dirige cantieri un po’ dappertutto e gli racconto quel che ho visto e lui mi conferma che le cose che ho visto non vanno bene. A fine telefonata, parte la solita discussione rassegnata tra napoletani – emigranti in cui ci si chiede come sia possibile che la città continui a vivere nel medio evo del diritto. Io, in particolare, da napoletano e da italiano mi chiedo: 1) è mai possibile che queste cose succedano in un cantiere tanto grande, che coinvolge ditte tanto grandi, e che tutto ciò avvenga sotto il naso di passanti e turisti e a 100 metri da dove risiedono stabilmente Sindaco, giunta, consiglieri e qualche centianio di vigili urbani? 2) Certo l’impresa deve controllare i suoi operai, ma è mai possibile che gli operai siano talmente incoscienti e ignoranti in tema di sicurezza? E non parlo di ignoranza tecnica, perché sono sicuro che hanno tutti il previsto certificato di frequenza al corso di formazione  previsto dalla legge, ma proprio di cultura della prevenzione. È mai possibile che il Sindaco di Napoli, che tanto tiene all’immagine di una nuova Napoli libera dal crimine e dall’illegalità, non guardi nel suo salotto e non sia capace di far rispettar le regole a due passi dalla sede del Comune? In ultimo: è mai possibile che un cittadino che voglia denunciare qualcosa di così grave, e la cui tempestiva denuncia potrebbe servire a evitare una della MILLE morti all’anno sul posto di lavoro nel nostro bel paese (e tanti soldi dell’INAIL, perdonerete il cinismo), debba trovare tanta indifferenza e tanta difficoltà nel farlo? Tanto lo so che non potete rispondermi.

Operai al lavoro nel cantiere della Metropolitana di piazza Municipio a Napoli (foto: A. Corbino, 26 aprile 2012)

Di seguito le foto (ore 10.50 circa, piazza Municipio, cantiere Metro, Napoli, 26 aprile 2012). Se avete problemi di bile non le guardate. Se no clickateci su per ingrandirle e godervi i dettagli.  Pace in terra agli uomini di buona volontà.

 

Agli e ancora…. il leggero paniere calato dalla enorme zia gru viene accompagnato delicatamente con le altri: guerra senza tregua!

 

Sicurezza sul lavoro (?) al cantiere Metro piazza Muncipio (foto: A. Corbino, Napoli, 26 aprile 2012)

e ancora…. il leggero paniere calato dalla enorme zia gru viene accompagnato delicatamente con le mani

 

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25 aprile: liberiamoci dalla cattiva economia

Roma, macerie di vecchia economia (foto: A. Corbino, 2012)

Trento, Firenze, Napoli. Ma anche l’Italia “minore”, quella di Donnalucata, Bosa, Altivole, Ozzano Emilia, Cepagatti, Montecchio Maggiore. In tutta Italia oggi si festeggia la Liberazione dalla dittatura (nazi-fascista). Anche in quei luoghi, appena citati, in cui imprenditori e artigiani schiacciati dai debiti hanno deciso di togliersi la vita, in questi primi mesi del 2012. Nord, Centro e Sud uniti nella disperazione di una crisi economica che sembra non lasciare scampo agli onesti, a quelli che hanno lavorato e rischiato tutta la vita, quelli che vengono retoricamente definiti la spina dorsale del “sistema Italia” e che dal sistema Italia vengono quotidianamente umiliati e schiacciati (e qui mi viene da pensare che “sistema” è un sinonimo di Camorra!).

Questa festa, che forse dopo 69 anni in pochi sentono, non avrebbe allora più senso se la si cominciasse a vedere come punto di svolta affinchè questo Paese si liberi dalla cattiva economia, in cui la finanza e le banche d’affari dominano e massacrano le imprese e i lavoratori? Non sarebbe il caso di diventare partigiani e alfieri della buona economia, di quella che riporta al centro l’uomo e il lavoro umano, ri-assegnando al denaro il suo giusto ruolo, che è quello di servo e non di signore, di mezzo e non di fine? Non sarebbe il caso di pensare ad un’economia del bene comune?

Lo so che questo può sembrare pura utopia, discorsi da freakettoni. Ma io la buona economia l’ho vista, so che c’è e che si sta facendo largo a piccoli passi, nel mondo reale. L’Italia, terra di Leonardo, di Marconi e di Fermi, paese innovatore per definizione perchè l’innovazione nasce dalla necessità e dalla bellezza, potrebbe diventare un Paese pioniere, se solo i suoi governanti non fossero così vecchi e attaccati alla teorie di vecchi libri di economia che non hanno più nessun valore in un mondo completamente diverso da quello in cui frono scritti (ritorni a studiare, prof. Monti, si aggiorni!).

Se non credete a me, perdete un’ora, oggi stesso, a guardare il servizio “Smarcamenti di campo” realizzato da Michele Buono, giornalista di Report e andato in onda su Rai Tre domenica 22 aprile: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-571e19e3-6925-4313-acd8-d90453d280c4.html .

“Nei prossimi 60 minuti vi racconteremo di un mondo che non esiste”. I protagonisti di questo video rappresentano un campione abbastanza vario da poter pensare che sia possibile, in ogni campo, realizzare nuovi modelli di economia solidale: produzione, finanza, servizi. Solidale viene dal latino solidus – compatto e si contrappone del modello dominante al concetto degli attori dell’uno contro gli altri armati, concorrenti: lavoratori contro imprenditori, imprenditori contro Stato, banche contro tutti, produttori contro consumatori. Non c’entra niente col comunismo: è solo innovazione, stare al passo con i tempi. Nel video sentirete eresie di questo tipo:

Pat Donovan, dir. gen Bremer Bank (USA): “I nostri finanziamenti sono costituiti dal denaro dei clienti. Concediamo prestiti e poi, il 92% dei dividendi va alla fondazione Otto Bremer che li ridistribuisce totalmente per attività sociali utili alla comunità. Come banca, ridistribuiamo nelle comunità dai 3 ai 4 milioni di dollari ogni anno”.

A Nantes (F) vogliono eliminare la moneta negli scambi tra le imprese locali. Ci stanno lavorando l’amministrazione della città, la sua banca pubblica e un professore della Bocconi di Milano. Solo un’unità di conto presso il Credito Municipale che compensa debiti e crediti. Jacques Stern - dir. gen. Credtito Municipale di Nantes: “Gli scambi sono praticamente istantanei, per via informatica. Le imprese pagheranno solo le spese di commissione che saranno al massimo dell’1%. Se si calcola che il costo del denaro può arrivare oggi fino al 7% per un’impresa, c’è una differenza importante. Il costo del denaro si divide per 4 e questo potrà generare più attività e più lavoro”.

Helmut Lind – pres. Sparda Bank, Monaco di Baviera: “speculavamo un po’ su tutto: titoli, divise, materie prime. Come banchiere pensavo che fosse giusto ottimizzare al massimo i profitti. Ma un certo momento ci siamo chiesti: “ è davvero questa la via migliore?” E abbiamo messo sul banco di prova gli affari che abbiamo fatto per anni. Abbiamo smesso. Abbiamo cambiato idea perchè stavamo contribuendo anche noi a creare un sistema staccato completamente dalla società. E allora siamo ritornati a fare il mestiere della banca: raccogliere e distribuire denaro nel territorio e creare ricchezza. Semplice. Tutto il resto alle persone non serve. Se non ci si guadagnasse per niente noi non esisteremmo. Non abbiamo più dividendi del 10, 11 o 12 per cento, ma del 5 per cento e viviamo tutti bene”.

Wolfgang Heckel – imprenditore: “non è una cooperativa, ma ridistribusico gli utili tra i lavoratori perché contribuiscono al successo dell’azienda quindi è giusto che partecipino anche agli utili. Nel progetto dell’economia del bene comune, la forbice degli stipendi è tra 1 e 20 al massimo. Da noi abbiamo stabilito che il mio guadagno non possa superare più di tre volte quello di un operaio.

Alessio Ciacci, assessore all’ambiente Capannori (Lucca): “in Ascit – l’azienda che gestisce i rifiuti che è interamente pubblica –   lavorano oggi 120 persone e 50 di queste sono state assunte grazie ai minor oneri per quello che ogni giorno mandiamo in discarica”.

 A che cosa servono, giornate come questa, se non a sognare un futuro migliore. Buona Liberazione a tutti! AC

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Fuori le mutande: tradizione e innovazione

Questo post è solo un omaggio alla creatività napoletana e alla città, il mio paradiso abitato da (purtroppo tanti) diavoli.

United colors of Napoli, elaborazione grafica di Michele del Vecchio (giu*box gallery), su foto di ©Giulian Grenier | Team USA (Napoli, aprile 2012)

Ma questa foto ahimè mi ricorda anche quel tragico G8 di Genova del 2001, quando il governo di mr. Perluscone (così lo storpiano a Napoli e a me piace perchè fa tanto… viscido!) vietò ai genovesi di esporre la biancheria al sole durante i giorni del summit…. e noi tutti a fare i cori: fuori le, fuori le, fuori le mutande, genovesi fuori le mutande!!!

Cosa c’entra questo con la buona economia? C’entra, e tanto. Perchè non vi può essere buona economia là dove si neghi l’anima dei luoghi e delle comunità. Perchè questo equivale semplicemente a una perdita netta di una risorsa scarsa, di un capitale unico: l’identità. Perchè, a Genova come a Napoli,  i panni “spasi”, quelle mutande e canottiere messe fuori senza pudore a godere del sole e del vento non sono solo mutande e canottiere: sono l’umidità che cacci via dalle stanze e dalle ossa, la luce che porta speranza nel buio dei vicoli, significa mettere colore e pulizia in un mondo che spesso non ha colorepulizia.

Per cui, su le vele e fuori le mutande! AC

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Mr. Royal, albergatore responsabile

La copertina del fumetto Mr. Royal (Comicon, 2011)

A vederlo così non si direbbe. E’ grande e grosso e pure, a dirla tutta, bruttarello, quasi un ecomostro che si affaccia sul bellissimo lungomare di Napoli, proprio di fronte al Castel dell’Ovo, uno dei simboli della città.

L’Hotel Royal Continental Napoli è il perfetto figlio dell’architettura degli anni ’50, un po’ irrispettosa dell’armonia di quella striscia di palazzoni sul lungo mare di Santa Lucia che neanche la Facoltà di Economia costruita in pieno ventennio riesce a spezzare.

Ma mai fermarsi alle apparenze. L’Hotel Royal è infatti diventato, grazie alla sensibilità e alla intraprendenza del suo giovane direttore generale, Gianluca Picone, pioniere del turismo sostenibile a 4 stelle. I puristi storceranno il naso, lo so: nelle pruderìa teorica il concetto di sostenibilità non si concilierebbe bene con il lusso di un 4 stelle, ma io credo nel compromesso, nella sperimentazione, nell’abbattimento del pregiudizio e nel purchèsifaccia!

L’occasione per conoscere da vicino ciò che il Royal ha fatto è stata un conferenza lì organizzata, pochi giorni or sono, del movimento Zero Waste Italy che ha ospitato interventi, tra gli altri, di Paul Connett, da sempre anima della filosofia (e della pragmatica) Zero Waste negli Stati Uniti e di Enzo Favoino, guru del compostaggio della Scuola Agraria del Parco di Monza (www.monzaflora.it/compost ).

Al protocollo Zero Waste – Rifiuti Zero 2020 hanno ormai aderito 74 Comuni in tutta Italia, tra cui Napoli e alcuni Comuni della penisola sorrentina. Un anelito di utopia possibile.

Al di là di ciò che Zero Waste rappresenta, vorrei parlare dei risultati della politica di responsabilità nei confronti dell’ambiente attuata dal Royal. Ogni anno: MENO 100mila bottiglie di plastica da 33 cl. Con l’utilizzo di naturizzatori di acqua e quindi… l’acqua del Sindaco; MENO 480mila fogli di carta con il nuovo sistema di check in elettronico; MENO 440 toner con l’utilizzo di stampanti condivise; MENO 7.600 flaconi con l’utilizzo di distributori centralizzati  di detersivi concentrati e biodegradabili ; 54.300 bottiglie di vetro con vuoto a rendere; annullamento degli imballaggi di detersivi con un moderno sistema di dosaggio; riduzione dell’80% degli imballaggi di succhi di frutta utilizzando un miscelatori di succhi concentrati; riduzione del materiale cartaceo nella camere e nei congressi. E il tutto  – sorprendente – senza la mia consulenza!

Sono certo che la clientela a 4 stelle apprezzerà e capirà il senso di queste scelte. Ciò che conta, come ricordato nella conferenza dal dg Gianluca Picone, è che anche l’amministrazione comunale comprenda che l’innovazione ha costi alti e che deve essere ricompensata in termini di risparmio ad esempio sulla tassa sui rifiuti urbani: oggi il Royal paga 200mila (!) euro/anno, mentre tale riduzione dovrebbe valere uno sconto di almeno il 30%, pari a ben 60mila euro. Con tale cifra, il Royal potrebbe attuare altra innovazione, come acquistare una compostatrice (45mila euro) per riciclare le 150 tonnellate di umido che produce ogni anno.

Ma tale ciclo virtuoso non è possibile metterlo in moto oggi perché tra i compiti dell’ASìA (la municipalizzata che gestisce i rifiuti per la città) non vi è, quello di monitorare il comportamento dei privati. Per fortuna l’assessore all’ambiente e vice sindaco del Comune di Napoli, Tommaso Sodano, ha annunciato, in quella stessa sede, che il Comune di Napoli sta sperimentando con l’ASìA un processo di valutazione sul risparmio di carta dell’Università Federico II. C’è quindi speranza che la procedura venga poi allargata ai grandi privati e poi, questo lo auspico io da tempo, anche ai piccoli privati. Io infatti sono un cittadino quasi a rifiuti zero…. Perché caspito devo pagare la TARSU più alta d’Italia come uno sporcaccione qualunque?

Ultima notizia. Per descrivere il processo di responsabilità verso l’ambiente il Royal si è affidato alla matita e ai colori di un bravissimo disegnatore, Andrea Scoppetta, che ha creato Mr. Royal. Nel fumetto, in italiano e inglese, Mr. Royal racconta dei problemi e di come nuove ditte fornitrici hanno innovato e risolto la situazione. Come dire: + ambiente = + impresa di qualità. Facile.

Come tecnico, anche se non cliente a 4 stelle, non posso che plaudire all’iniziativa e fare un in bocca al lupo al Royal e a tutte le ditte coinvolte. La speranza è che tutto questo da nicchia diventi main stream, cioè che altri ne seguano l’esempio fino a farlo diventare la normalità, la media. Già l’Associazione albergatori di Capri ha preso in considerazione il  progetto e l’UCMed (www.ucmed.it) sta portando avanti un progetto per monitorare e premiare la RSI di ristoratori e albergatori. Bene così. AC.

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Il valore della fiducia e la suicidioeconomia del falso bio

Arance all'ombra dell'Etna (foto: sito INEA Sicilia)

Gli agricoltori e i trasformatori italiani sanno bene quanto il falso incida negativamente sui bilanci delle loro aziende e quindi sul futuro dei loro figli.  Secondo Federalimentare “il falso Made in Italy raggiunge infatti i 60 miliardi di euro l’anno. Il fenomeno si articola, secondo le ultime stime, in 54 miliardi di Italian Sounding (ovvero la produzione che fa “eco” subdolamente al Made in Italy) e 6 miliardi di contraffazione vera e propria… una cifra enorme che raggiunge quasi metà del fatturato alimentare, pari a 127 miliardi e vale oltre il doppio dell’export nazionale, pari a 23 miliardi(1).

Sul mercato USA e Canada “le ultime stime di Federalimentare sull’Italian sounding sono “sconcertanti”: il 97% dei sughi per pasta venduti nei supermercati sono pure e semplici imitazioni. Il 94% delle conserve sott’olio e sotto aceto è falso e altrettanto falso è il 76% dei pomodori in scatola. Addirittura scopriamo che solo il 15% dei formaggi italiani è autentico: nel Nord America l’imitazione specifica di parmigiano, provolone, ricotta e mozzarella è pari quasi al 100%” (2).

Eppure gli agricoltori italiani si stanno prodigando per differenziare il loro prodotto di qualità da quello della concorrenza, leale o sleale che sia, straniera. Si può così spiegare la corsa a produrre biologico certificato: “nel 2000, data dell’ultima rilevazione dell’Istituto di statistica, l’agricoltura biologica rappresentava il 7,9% della Superficie agricola utilizzabile totale; nel 2010 è arrivata a rappresentare l’8,6 %” (3). E i cittadini, complici anche le notizie sempre più allarmanti sugli sversamenti illeciti di rifiuti tossici nella campagne di quasi tutte le regioni del Paese, stanno premiando questa scelta: ”il mercato del biologico nel primo quadrimestre del 2011 è cresciuto dell’11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso ed il 76 % degli italiani acquista prodotti biologici almeno una volta al mese” (4).

Ciò premesso, appare allora ancor più sciagurata, se non suicida, la scelta di malafede di alcuni  – in Sicilia vi sono ben 8.369 aziende biologiche (5) - imprenditori siciliani di orchestrare una truffa bio, quindi di vendere come biologici prodotti che biologici non sono. L’inchiesta di Repubblica sul Falso Bio (settembre 2011), racconta di un sequestro dei NAS di Ragusa a Cassabile di oltre 130 tonnellate di limoni (argentini) per un valore complessivo di 300 mila euro, cui gli operai stavano applicando l’etichetta bio. Lo stesso, spiega l’inchiesta, è avvenuto con “falso l’olio extravergine d’oliva doc di provenienza tunisina, falso il pistacchio “iraniano” di Bronte, false le arance “bio” dal Marocco, falsi i carciofi dop locali prodotti in Egitto”. MAMMA MIA, aggiungo io!

E’ ovvio che esempi (eccezioni ad un sistema largamente virtuoso, per fortuna) del genere fanno sorgere anche molti dubbi sulla validità delle certificazioni.  Io sono tra quelli che a una sterile certificazione, preferisce il lento processo di conoscenza diretta consumatore - produttore, i cui prodotti non devono essere necessariamente certificati bio; mi basta invece che il produttore sia una persona conosciuta e fidata, con cui condividere degli obiettivi di vita e accordarsi sul prezzo equo, cioè giusto per entrambi (così come succede nei GAS). Ma è chiaro che questo tipo di processo richiede tempo, una risorsa ahimè oggi scarsa e ciò costringe la maggior parte dei consumatori a doversi accontentare di forme succedanee di garanzia, quali le certificazioni.

Ma perchè fattacci come il falso bio, ancorchè eccezioni , sono ancor più gravi di fenomeni come l’Italian sounding? Perchè la scelta del consumatore di spendere una cifra maggiore per prodotti di qualità superiore e certificata si regge sul quella bellissima cosa che in economia (e in italiano) si chiama la fiducia. Se si mina la fiducia del consumatore nel biologico, si mette a rischio tutto la filiera produttiva della qualità: tanto vale compare il prodotto al più basso prezzo possibile – penserà il consumatore - almeno così rischio di perderici insalute ma non in soldi, che sono pochi. Una tragedia! 

E’ difatti importante ricordarsi che, al di là della dichiarazioni di principio, per trasferire sviluppo sostenibile nell’economia reale, traducendo i principi e le regole in azioni tangibili, è necessario creare i presupposti di un’economia della responsabilità, in cui un sistema virtuoso e coerente che leghi a doppio filo i destini di tutti gli attori di un territorio: istituzioni centrali, enti locali, imprese, consumatori, associazioni, certificatori (6). Il doppio filo che tiene legati questi pezzi di sistema, il collante che tiene unite le tessere del puzzle ha appunto 2 nomi: coerenza e fiducia, intesa come elemento alla base dell’economia (7).

Saranno pertanto necessarie: A) Istituzioni centrali (Ministeri e agenzie collegate) che internalizzino la sostenibilità nelle loro politiche di lungo periodo; tutelino i consumatori da truffe e da adulterazioni; informino i consumatori sul valore aggiunto di prodotti garantiti e di qualità. B) Enti locali che sappiano incentivare il lavoro di chi orienta la produzione alla sostenibilità; promuovano gli acquisti verdi (in inglese GPP – Green Public Procurement); coadiuvino le autorità centrali in attività di controllo del rispetto delle leggi sul territorio; tutelino l’integrità ambientale di un territorio, come risorsa base per implementare processi produttivi virtuosi. C) Produttori che vogliano e siano in grado di rispettare tutte le norme esistenti; scommettere sul valore aggiunto della qualità, adottando comportamenti pro-attivi per un continuo miglioramento della filiera produttiva; informare in maniera semplice e trasparente i consumatori. D) Consumatori che si informano e premiano il mercato, rinunciando ad acquistare i prodotti solo in base al miglior prezzo o ad aspetti esterni (confezione,..) o pratici (cibi precotti,..); che acquistano prodotti a chilometri zero, in mercati locali, supportando le economie di territorio;  denuncino truffe e cattive pratiche. E) Associazioni di consumatori e ambientaliste vigili ed attente a tutelare gli interessi collettivi, collaborando attivamente con le istituzioni in attività di sensibilizzazione e denuncia (fondata su dati certi!). F) Certificatori e responsabili interni/esterni di sistemi di controllo e gestione di qualità che facciamo il proprio mestiere in maniera indipendente e “a regola d’arte”.

Se uno di questi elementi tradisce la propria missione ed assunzione di responsabilità rispetto all’obiettivo dello sviluppo sostenibile, il ciclo virtuoso non può attuasi e quindi è destinato a fallire. Esattamente come uno Stato in cui i cittadini evadono le tasse, le categorie professionali vivano di rendite e privilegi, e i politici e amministratori siano corrotti (vedi Grecia e… altri Paesi). AC

Fonti: (1) Federalimentare, comunicato stampa del 19 gennaio 2012. Federalimentare è la Federazione aderente a Confindustria che, con le sue 17 Associazioni di categoria, oltre a FederPesca ed Airi, rappresenta e tutela l’Industria alimentare in Italia, seconda industria manifatturiera del Paese dopo quella metalmeccanica. In Europa, Federalimentare aderisce alla Food Drink Europe. (2) Federalimentare, rapporto Fattore Export, 2011 (?). (3) Il Sole 24ore, 21/07/2011. (4) ISMEA, 2011. (5) Assessorato regionale politiche agricole e alimentari, dato 2010. (6) Il seguente paragrafo è tratto e riadattato da: A. Corbino “Economia e diritto ambientale per le produzioni marine: spunti di riflessione”, Boopen Editore, 2010. (7) Che l’economia si basi sulla fiducia è una delle tesi fondanti delle analisi dell’economista Partha Dasgupta, docente a Cambridge e già presidente della Royal Economic Society e della European Economic Society, uno dei massimi esperti mondiali di economia dell’ambiente . “..l’economia è nata con l’uomo e con la sua capacità di effettuare scelte consapevoli per raggiungere la soddisfazione di un bisogno attraverso uno scambio; lo scambio avviene in base a bisogni e ad aspettative: io ho bisogno di una certa cosa e mi aspetto che tu, in cambio di ciò che ti do e che risponde a sua volta ad una tua aspettativa, non mi deluda. Perché lo scambio sia continuo è necessario che ci sia fiducia nella risposta alle aspettative”.

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Italian food: quality Vs forgery

Arcadia University: chocolate tasting at Rizzati factory, Ferrara, Italy (photo:A. Corbino, 2010)

In some European countries like France, Spain and, of course, my Italy food is everything: it’s culture, business, family, art, a way of life… it’s a religion.

In Europe farming has contributed over the centuries to creating and maintaining a unique countryside. Agricultural land management has been a positive force for the development of the rich variety of landscapes and habitats. The ecological integrity and the scenic value of landscapes make rural areas attractive for the establishment of enterprises, for places to live, and for the tourist and recreation businesses. In Europe, places matter! ( …)

Geographic origin is especially important for Italy, that is the European country with the most PDO and PGI registered products (237, about 30% of the total). Developing these products requires raising awareness about the historical, cultural and social heritage of our country. Protecting our products is essential to remain competitive in the global marketplace; it requires products with unique features and very high quality   (…)

The Italian sounding products world market (false made in Italy food products) is estimated to worth 60 billion euros / year. The forgery of products has increased in last years, putting millions of jobs at risk and threatening the reputation of many geographical areas. They not only represent a false guarantee for foreign consumers but above all cause serious damage to our country’s producers: more than 60 billion euros means more than half the total value of Italian agricultural and food production and 2 and a half  times more than Italy’s exports in this sector (23 billion euros) (….)

To learn more about: quality labels, forgery, organic farming, wine industry, grassroots organizations fighting for healthy food and fair markets, organized crime  illegally dumping tons of toxic waste in the countryside, ecc… you can download the following pdf: Italy, food industry and forgery 2012

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Fratelli di sangue. Recensione.

La copertina di Fratelli di sangue

Fratelli di sanguestorie, boss e affari della ‘ndrangheta, la mafia più potente del mondo è insieme un libro di storia, economia e antropologia culturale a firma di due coraggiosi italiani: il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri e lo scrittore e docente universitario Antonio Nicaso. Entambi calabresi, i due autori hanno dedicato alla ricerca e alla divulgazione della giustizia e della verità la loro intera vita. Dedicare la vita a una causa come combattere la criminalità organizzata significa anche rischiare la propria vita. Ed è questo un rischio ben noto ai due autori, che continuano però la loro battaglia quotidiana senza compromessi. Mai come in questo caso, l’acquisto di un libro (peraltro alla 7° ristampa) è doppiamente utile: da un lato si apprendono informazioni utili per comprendere la devastante invasione economica e sociale dell’esercito ‘ndrangheta; da un altro si conferma agli autori che non sono soli in questa battaglia.

Confesso che il mio primo e più pressante pensiero mentre leggevo il libro è stato piuttosto cupo, qualcosa tipo: se i nostri politici o dipendenti pubblici avessero anche solo un decimo della dignità (dell’essere uomo = omertà) di un affiliato alla ìndrangheta, che pur di non tradire la causa è disposto a morire o a marcire in galera, l’Italia sarebbe un Paese migliore. Lo so, è un pensiero controverso, paradossale, sembra quasi esaltare questi mafiosi. La verità è che io sono fermamente convinto che il primo male dell’Italia sia l’infedeltà di molti suoi servitori: “quasi 2 condanne al giorno per i funzionari pubblici” titolava il Corrriere della Sera commentando il rapporto 2011 della Corte di Conti sulla corruzione (1). Certo non bisogna mai generalizzare, mai fare di tutta l’erba un fascio: sappiamo bene quanta onestà e competenza ci sia nel Pubblico italiano. Ma quasi 2 condanne al giorno non possono essere più considerate un’eccezione, sono sistema. E sono convinto che è a causa di questo sistema, a causa e grazie a questi squarci nella legalità che la criminalità organizzata ha potuto diventare così ricca, potente, radicata, onnipresente nella nostra nazione, al Sud come al Nord.

Tornando al libro, ma col pensiero fisso al fatto che i mafiosi spesso pagano con la vita o con l’ergastolo mentre i corrotti in giacca e cravatta vivono di privilegi e poi al massimo si fanno pochi anni di galera, penso che questo sia un libro da leggere assolutamente per diversi motivi: a) è un libro informato, come il più scrupoloso dei manuali di storia (20 pagine di note), ma scritto come il più semplice dei romanzi; b) riesce a far capire davvero quanto la ‘ndrangheta, come le altre mafie, sia radicata nella storia (e NON nel DNA, attenzione all’equivoco leghistucci ignorantucci) del meridione e sia figlia della storica mancanza di Stato e di diritti in queste terre; c) ci spiega quello che io definisco la cornice antropologica della ‘ndrangheta, con i suoi miti, i suoi riti di iniziazione, i patti di sangue che non posso essere traditi; d) denuncia il suo strapotere, tracciando desolanti mappe di territori dove, invece dei nomi di sindaci e presidenti di province, ci sono i cognomi della famiglie dominanti, in Emila Romagna come in Australia. Infine vi è un’interessantissima appendice che riporta i rituali e la terminolgia delle ‘ndrine, così come raccontate dai collaboratori di giustizia.

Insomma: leggere per informarsi, leggere per resisitere, leggere per cambiare il Sud e l’Italia. Un ennesimo grazie agli autori (dopo quelli per “Malapianta”): siamo fieri di voi.

Fratelli di sangue” di N. Gratteri e A. Nicaso, Mondadori, 2009. Ora anche in Piccola biblioteca Oscar Mondadori, pag. 394, 7° edizione, 2012, € 10,50 (li vale tutti!)

Note: (1) Corriere della Sera, 17/02/2012, pagg 1, 2, 3

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6 micro recensioni di buonEconomia

Copertina de "La vita dopo il petrolio"

Fatevi un regalo, o anche sei.

Legenda. Il grado di accessibilità ai lettori è indicata con: GEN (generico), INF (mediamente informato), SPEC (specialistico).

1) La vita dopo il petrolio – il mondo e la fine del benessere a buon mercato, a cura di G. Ruggieri e P. Raitano, Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 158, € 11,00. In breve. 18 esperti di varia estrazione scientifica e di fama internazionale rispondono a questa domanda: come cambieranno le nostre vite quando non potremmo più contare sull’abbondanza di petrolio, che ha permesso i nostri attuali livelli di sviluppo? Access.: INF

2) La felicità sostenibile – economia della responsabilità sociale, di L. Becchetti, Donzelli Ed., 2005; pagg. 231, € 12,50. In breve: Incentrato sul tema della Responsabilità sociale d’impresa e sul ruolo dei consumatori/risparmiatori per riequilibrare i divari economici nel mondo. Access.: SPEC

3) Ecologia dei poveri – la lotta per la giustizia ambientale, di J. M. Alier (edizione italiana a cura di Marco Armiero) Jaca Book, 2009; pagg. 405 , € 38. In breve: Alier, uno dei più autorevoli esperti al mondo di economia ecologica,  “racconta storie di conflitti ambientali, di violenza e di resistenza che mostrano come lo sfruttamento della natura sia spesso anche sfruttamento dei poveri e la liberazione dell’una non può avvenire senza giustizia per gli altri”. Access.: INF.

4) Il Manuale del piccolo usuraio e del grande speculatore, di Tonino Perna; Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 66, € 3,00. In breve: il titolo e l’autore (Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina) dicono già molto sulla natura di questo irriverente libretto, concepito per denunciare (sorridendo) la società fondata sul denaro e sullo sfruttamento incondizionato del prossimo. NB: I proventi di questo libro sono devoluti ad associazioni antiusura. Access.: GEN.

5) La Banca dei ricchi – perchè la World Bank non ha sconfitto la povertà, di Luca Manes e Antonio Tricarico, Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 102, € 9,00. In breve: la tesi sostenuta (e confortata da tanto di dati ed esempi) è che la banca Mondiale, nata nel II dopoguerra per sconfiggere la povertà, ad oggi non vi è riuscita perchè ha agito da garante di interessi delle grande imprese private nei paesi del Sud del mondo, dove continua a finanziare progetti  (ecnomicamente e non solo) insostenibili. Gli autori, che ho il piacere di conoscere e di cui apprezzo l’onestà intellettuale e la competenza, lavorano per CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, sostenuta da 41 Ong italiane – www.crbm.org). Access.: INF.

6) L’Italia maltrattata, di Francesco Erbani, Ed. Laterza, 2003, pagg. 188, € 14,00.
In breve. Questo libro non è proprio sulla buona economia. Anzi. Descrive una delle cause per cui in Italia non si produce buona economia: l’abusivismo edilizio e la speculazione edilizia in genere. E’ difatti il resoconto di un ipotetico itenerario di viaggio nell’Italia del paesaggio devastato, dell’edilizia di rapina, dell’abusivismo che aggredisce montagne e litorali senza alcun rispetto per regole e buon senso. Le storie sui singoli casi, da quelli più silenziosi a quelli più eclatanti,  da Villaggio Coppola alla perfieria romana, dalle Valle dei Templi alle villette del Nord est, sono precedute da una storia, quella del paesaggio italiano, la sua tutela e il suo saccheggio. Access.: GEN.

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L’isola di Pasqua: finanza vs economia reale

Andrea baranes AUCIS Arcadia

Andrea Baranes con gli studenti di Arcadia University, Roma (foto. A. Corbino, 2012)

Ieri, al corso di Economics of Organized Crime and Social Innovation (Arcadia University, Roma), ho avuto il piacere di ospitare ancora una volta Andrea Baranes, neo-presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (www.fcre.it), nonchè esperto della CRBM – Campagna della Riforma sulla Banca Mondiale (www.crbm.org).

Andrea ha tenuto un seminario intitolato “Mafia e finanza: scenari internazionali“, ed è questo il motivo per cui non si può dire che sia stato un gran piacere ospitarlo. Perchè, al di là della sua enorme competenza tecnica e del suo ottimo inglese (dote molto rara tra gli esperti italiani – roba da far impallidire il più noto prof. Monti), il tema che ha trattato è a dir poco deprimente. La premessa è che le grandi organizzazioni criminali mondali, tra cui quelle di casa nostra, per moltiplicare i loro profitti illeciti usano gli stessi strumenti dell’economia legale, tra cui l’elusione fiscale.  

Ma ciò che più conta è che Andrea ci ha fatto ragionare su quanto l’economia finanziaria non solo sia enormemente più grande dell’economia reale, ma quanto ne sia completamente avulsa e distaccata. In più: ci gioca anche contro. Gli strumenti finanziari “derivati” oggi a disposizione (tra cui CDS e CDO) permettono che l’economia finanziaria guadagni scommettendo contro l’economia reale: dal fallimento di uno Stato, dalla disperazione di milioni di lavoratori senza lavoro e imprenditori reali falliti,  grandi speculatori finanziari fanno montagne di soldi e di risate. Con queste premesse, ci vuole quindi poco che qualcuno spinga – anzi, diciamo le cose come stanno, paghi tanti bei irresistibili soldi per: a) far dare un ottimo rating a strumenti finanziari totalmente inaffidabili così che le banche e piccoli e grandi investitori ne facciamo incetta e b) far andare fallito uno Stato, magari scrivendo discreditanti articoli su riviste internazionali specializzate, magari promuovendo un downgrading (basato su .. cosa? impressioni!*), da parte di questa agenzie di rating che, ops, sono pagate dalle stesse grandi compagnie finanziarie.

Tanto per darvi un esempio della sproporzione tra finanza ed economia reale: secondo i dati riportati da Baranes, nel 2009 il PIL mondiale era di 60.000 miliardi di dollari, mentre i derivati valevano a 780.000 miliardi di dollari. Cioè la sola finanza dei derivati valeva 13 volte più  dell’economia reale. E ancora, sempre nel 2009, il valore dell’import – export mondiale era di 15.000 milardi di dollari/ anno, mentre il solo commercio delle valute (quindi: fatto al computer, senza che ci si scambi un bene prodotto realmente) era di 3.500 milardi di dollari /GIORNO. Se così stanno le cose, non è difficile credere che, dovendo dividere la stessa casa (la Terra) l’inquilino gigante faccia il prepotente con quello minuscolo.  

L’economia finanziaria è oggi (volutamente tenuta) fuori controllo ed è talmente grande da non interessarsi più di come vada l’economia reale, tanto ci guadagna comunque. E’ il prodotto dell’ingegno umano (mal applicato; i derivati sono il frutto malato di geni della fisica e della matematica che avrebbe potuto scervellarsi su altro.. se li avessero pagati abbastanza!) che si rivolta contro l’uomo.

Attenzione: non bisogna criminalizzare finanza, credito, banche, guai! Essi sono solo strumenti concepiti e nati, in origine, per sostenere l’economia reale. Il problema è che sono diventati il DIO assoluto, non più lo strumento ma l’obiettivo e la sbornia finanziaria degli ultimi 30 anni ci ha fatto dimenticare che erano al servizio della comunità e non viceversa. 

Moai

Alcuni degli oltre 600 Moai dell'Isola di Pasqua (fonte: www)

L’esempio che mi piace fare è quello dell’isola di Pasqua. Come tutti i popoli antichi, anche gli abitanti di quell’isola avranno avuto la loro religione animista. Dio è in tutte le cose: nel mare, nelle piante, nel sole, negli animali e crederci ti aiuta ad andare avanti. Il problema arriva quando Dio diviene idolo, viene assolutizzato, non nel senso di unificato, ma di sacrificare a quest’idea ogni cosa: ecco il taglio degli alberi per costruire e trasportare i Moai, le enormi statue di pietra, fino ad arrivare al taglio dell’ultimo albero con conseguente morte di ogni forma di vita e abbandono dell’isola stessa da parte della popolazione. Morale della favola: la religione, come la finanza, non è un problema, ma l’uso che se ne fa può diventarlo.  

Due pillole per capire quello di cui parliamo. La prima è un breve video (suggeritoci in classe da Luigi Tocchetti, docente di International Finance presso Arcadia): un operatore finanziario indipendente, tale Alessio Rastani, viene intervistato dalla BCC sulla situazione economica attuale. Non è chiaro chi sia costui: pare non sia un broker famoso, ma ciò importa poco. A noi interessa che sia riuscito a sintetizzare in poche parole quello che la finanza internazionale pensa dell’economia reale: crepa pure, tanto io guadagno lo stesso e forse di piùhttp://www.youtube.com/watch?v=kD4-LjwOIsE .  E tutto con la benedizione dei governi di tutto il mondo che non riescono/vogliono risolvere la situazione nelle (troppe) sedi di governance internazionale.

Locandina di Inside Job (fonte: www)

L’altra pillola, che è più un suppostone, è il docu-film Inside Job, grande, grandissimo prodotto indipendente (USA, 2010, Premio Oscar) in cui, tra immagini e diagrammi che riescono a spiegare in maniera molto semplice gli astrusi meccanismi della finanza, vengono intervistati i grandi protagonisti della finanza internazionale, del mondo accademico, dei governi… e tutto diventa molto chiaro per noi e imbarazzante per loro, che sono dei bastardi senza Dio se non il denaro. Dovete vederlo (è anche sottotitolato in italiano).. e cercate di comprarlo legalmente: è per una buona causa. http://www.youtube.com/watch?v=FzrBurlJUNk   

Esistono le alternative a questo sistema? Sì. Io sono convinto che ciascuno, nel suo piccolo, possa fare qualcosa per ribilanciare di millimetro in millimetro il sistema. In America la campagna Move you Money incoraggia a spostare i propri risparmi dalle grandi banche di Wall Street ai piccoli istituti locali (lett.: sposta i tuoi soldi, http://moveyourmoneyproject.org/ ; Banca Popolare Etica ha da poco attivato un’omologa iniziativa: non con i miei soldi www.nonconimieisoldi.org). In Italia, Banca Etica, le Mag o le Banche di Credito Cooperativo sono un’alternativa che vale la pena esplorare. AC

* E’ questa l’ammissione di un responsabile di un’agenzia di rating di fronte alla Commissione al Senato USA. D.: “Perchè avete dato un ottimo giudizio a banche che sono fallite dopo pochi giorni? R.: “I nostri rating si basano solo su impressioni!” (fonte: film Inside job).

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L’economia nelle leggi di Murphy

Economia in pillole n° 5, secondo Murhpy *.

Caduta libera, murale a Valencia (foto: A. Corbino, 2011)

1) Definizione di DUMAS: l’economia sono i soldi degli altri.  2) Legge di BUCHWALD: quando l’economia si risana, tutto il resto si ammala. 3) Legge di TRUMAN su lavoro: se il tuo vicino perde il lavoro, è recessione; se lo perdi tu, è depressione. 4) Dogma di O’MALLEY: Dio dimostra il suo disprezzo per il denaro con il tipo di persona cui sceglie di donarlo. 5) Legge economica di ROGER: non puoi fare un soldo senza prenderlo a qualcun altro. 6) Legge di FERRO della distribuzione: chi ha, prende. 7) Legge di LAFFITTE: un idiota povero è un idiota; un idiota ricco è un ricco. 8) Osservazione di SHAW: gli idioti sono sempre a favore dell’ineguaglianza economica, perchè è l’unico modo che hanno di emergere. 9) Osservazione di GULBENKIAN: la paura dei poveri può indurre i ricchi persino alla filantropia. 10) Legge di MASTERSON sulla distribuzione del ghiaccio: tutti nella vita hanno la stessa quanità di ghiaccio. I ricchi d’estate e i poveri d’inverno.  11) Teorema di YOUNG sugli intellettuali: chi si autodefinisce intellettuale commette automaticamente un crimine sociale e, di solito, si sbaglia.

* Tratti da:: La legge di Murphy per la sinistra, Longanesi  & C. editore, 2002.

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L’Università merita le nostre tasse. Lettera aperta ai contribuenti italiani e al Ministro Profumo.

Non sono triste... medito!

Lettera aperta ai contribuenti italiani
e  p.c.: egr. prof. Francesco Profumo
Ministro dell’Istruzione, Università, Ricerca
Repubblica italiana

Napoli, lì 22 febbraio 2012
Oggetto:  l’Università merita le nostre tasse.

Oggi è un giorno triste per me: è il mio ultimo giorno di lavoro. Dopo due anni ho appena concluso l’ultima sessione di esami (sessione speciale, in aula non ci vado da un anno) del Corso in Economia e diritto ambientale, presso il Corso di Laurea Magistrale in Biologia delle Produzioni Marine, Facoltà di Scienze MMFFNN della gloriosa Università degli Studi di Napoli – Federico II, una delle più antiche e affollate d’Europa, dove, in un lontano 1992, mi laureai in fretta con tanto di lode e belle speranze.

E’ un giorno triste perché è un lavoro che mi appassionava e perché – ma questo potranno confermarlo solo i miei ex studenti commentando liberamente questa lettera – credo di averlo svolto con dignità e serietà.
Ma soprattutto sono triste per i motivi che hanno decretato il fatto che questo sia il mio ultimo giorno di docente a contratto presso un’ Università pubblica italiana. Triste e un po’ arrabbiato, di quella rabbia inutile ma forse un po’ consolatoria perché sai che non è colpa tua e che, in fondo, non puoi farci niente.

I destinatari di questa lettera sono i contribuenti italiani, non tutti  i cittadini, ma solo quelli che pagano le tasse e che fanno sacrifici per contribuire a tenere in piedi un sistema di garanzie pubbliche, tra cui l’istruzione e la formazione dei propri figli. E’ arrivata l’ora di essere politicamente scorretti, di fare una distinzione netta tra chi paga e chi evade, tra chi fa il proprio dovere e chi no, in ogni campo. Gli uni possono e devono lamentarsi ed indignarsi, gli altri non ne hanno il diritto. E, per me, sono anche meno italiani.

Allora, cari contribuenti, ora che leggerete le mie parole vi sentirete ancor più soddisfatti  dell’aver fatto il vostro dovere.
Quello che voglio comunicarvi o comunque ricordarvi è:
a) sappiate che avete dei figli splendidi (nella stragrande maggioranza dei casi – gli altri… lasciate che tornino ai nobili mestieri manuali, che in Italia ce n’è tanto bisogno), rispettosi e curiosi, che meritano fiducia e rispetto;  ragazze e ragazzi pieni di vita e di speranze che noi stiamo scientificamente e scientemente affondando sotto un mare di burocrazia, vecchiaia, sprechi, inefficienza, ignoranza, baronaggio;
b) sappiate che versate le tasse a un Paese che considera congruo pagare un docente universitario a contratto l’esorbitante cifra di 2.880 € (dicasi duemilaottocento/80) lorde all’ANNO (avete letto bene.. non al mese, ma all’anno). E spesso mancano anche i fondi per fare i contratti e i corsi non si attivano proprio.
Il compenso, ammettiamolo, in fondo non sarebbe male: 60 euro lorde per ognuna delle 48 ore di lezione (40€  meno di quello che corrisponde il Fondo Sociale Europeo per banali docenze senza alcuna evidenza pubblica, ma non ci lamentiamo). Peccato che l’Università consideri come retribuibili solo le attività di aula, mentre tutto il resto è puro volontariato non retribuito. In cosa consiste questo volontariato? Cosette da poco: esami (6 sessioni all’anno, per un numero indefinito di ore o giorni), ricevimento studenti, correzione delle esercitazioni, aggiornamento continuo e preparazione delle lezioni (perché i bravi docenti si aggiornano e preparano le lezioni, scervellandosi su come renderle più utili e meno noiose!).. Facendo un rapido conteggio, le ore si quadruplicano e così un docente a contratto guadagna circa 15 € lorde/ora.  Tralasciamo altri dettagli quali: i fastidiosi adempimenti burocratici, l’oneroso acquisto di testi specialistici, le responsabilità legali; oppure il fatto che il contratto è annuale e quindi non è possibile creare progetti di largo respiro che coinvolgano gli studenti  (progetti europei, convenzioni con aziende); o il fatto che per l’Università io non esisto: non posso votare nei Consigli del Corso di laurea, non sono presente sul sito docenti (e quindi potrei essere un mitomane millantatore e in più gli studenti non sanno come contattarmi); non ho una stanza, una scrivania, un foglio di carta intestata, un numero telefonico e per fortuna che nei corridoi ci sono tante sedie, così ho potuto fare assistenza agli studenti comodo comodo;  in ultimo: se sei fortunato i soldi ti arrivano in 2 anni (dicasi due anni) a partire dal primo giorno di aula.. per fortuna godo di buona salute;
c) sappiate che pagate le tasse in un Paese che valuta i docenti dei vostri figli non in base al merito MA in base al reddito.
Difatti la legge 240/10, cosiddetta riforma Gelmini, all’art. 23 regola i “Contratti per attività di insegnamento” che recita: “ Le Università … possono stipulare contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta  qualificazione in  possesso  di  un  significativo  curriculum scientifico  o  professionale,  che   siano   dipendenti   da  altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione,  ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non  inferiore  a 40.000 euro lordi”.
Avete capito bene, cari contribuenti. Posso insegnare all’Università  solo se guadagno più di molti di voi. E, ahimè, vuoi per la crisi, vuoi perché non ci ho mai tenuto passione, vuoi perché non ne sono capace, nell’anno passato non sono riuscito a guadagnare tanto.
E non solo: nell’articolo si nasconde un’ulteriore beffa.
Avrete difatti notato che la legge non vincola i 40.000 € a un reddito derivante dalla professione svolta (cioè: hai fatto 40.000 € di parcelle, quindi sei bravo); nella totale, assoluta follia discriminatoria di questo articolo, ci potrebbe essere almeno un qualche senso, una qualche forma di meritocrazia. E invece no, si parla solo di reddito. Il che significa, mi viene da pensare, che la differenza tra Alberto Corbino che NON ha titolo per insegnare ai vostri figli e Corbino Alberto che HA titolo per insegnare ai vostri figli, potrebbe essere solo che quest’ultimo ha ereditato 2 appartamenti dalla bisnonna, locali che oggi magari affitta a prezzi da strozzino ai vostri figli studenti – fuori sede, oppure, che so, che è titolare come prestanome della camorra, di un avviato ristorante fronte-mare.

Detto ciò, pensieroso per le sorti della nostra Pubblica Istruzione e convinto che il maggior stimolo alla fedeltà fiscale sia un’efficace ed efficiente spesa pubblica, vi saluto con affetto. In fondo siete stati i miei datori di lavoro per due anni, grazie! E un ringraziamento a Claudio Agnisola per aver cercato di non farmi sentirmi un alieno, sperduto nell’iperspazio dei corridoi della burocrazia accademica;  e al personale della Segreteria studenti di Scienze MMFFNN, che ho sempre trovato professionale e collaborativo (alla faccia dei luoghi comuni).
W i giovani (quelli veri, non quelli all’italiana come me, che ho 42 anni).

Alberto Corbino (in pieno possesso delle mie facoltà mentali,
già docente a contratto di Economia e diritto ambientale –Università Federico II di Napoli)

P.S.: Diffondete, se volete e lo ritenete utile.
Questa lettera è pubblicata sui miei blog:  http://labuonaeconomia.wordpress.com    e
http//edabpm.wordpress.com (appositamente creato per gli studenti del corso di biologia delle produzioni marine).

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La cattiva economia della contraffazione alimentare

Made in Italy: filatura della mozzarella sul Monte Faito (foto.: A. Corbino, 2010)

Prendo spunto da una notizia riportata da Il Mattino di Napoli (1) per parlare di contraffazione alimentare. E’ una materia che più volte ho trattato nel mio corso di Economia e diritto ambientale, e nel mio blog dedicato (http://edabpm.wordpress.com) ho riportato diversi episodi riguardanti il pescato.

L’articolo del Mattino riporta di un’ irruzione della Guardia di Finanza in un opificio a Volla (Na) in cui sono stati trovati 6 operai (a nero, manco a dirlo) intenti a “ringiovanire”, con l’aiuto di vari macchinari, 300mila barattoli di generi alimentari (pomodori, legumi, frutta sciroppata). Grazie a un restyling e a una nuova etichettatura, barattoli arruginati, ammaccati e comunque privi della scritta indeliebile sulla lamiera che ne consente la tracciabilità per legge, erano pronti a tornare sugli scaffali di negozi e supermercati, anche all’estero. Il danno è triplo: frode ai consumatori e rischi per la loro salute; danno economico al settore alimentare derivanti da una concorrenza a dir poco sleale. Senza contare i vari illeciti in termini di evasione delle imposte, ecc.

A chi possa pensare che si tratti di eccezioni, riporto gli ultimi dati di Federalimentare e Coldiretti, le associazioni di categoria più impegnate a sensibilizzare istituzioni e cittadini sui rischi sanitari ed economici delle frodi alimentari, per cui è stato coniato i neologismo agropirateria o anche agromafia, quando risulti evidente il coinvolgimento (ahimè frequente) della criminalità organizzata in fatti illeciti del settore. Secondo Coldiretti -Euripes (2) il volume d’affari complessivo dell’agromafia è quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale), di cui: 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale). Il reinvestimento dei proventi illeciti anche in tale settore, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente (quale, ad esempio, l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari).

Tornando agli aspetti più generali della frode, secondo Federalimentare (3) ammonta a 60 miliardi € il valore dell’illecito nell’industria alimentare: la contraffazione vale 6 miliardi € mentre i prodotti cosiddetti italian sounding (cioèin cui nme e etichetta richiamanol’Italia, ma sono prodotti altrove,) valgono 54 miliardi €. E pensate che il totale dell’export 2011 del settore ammonta a 23 miliardi €, meno della metà. Come dire: un cancro che pesa il doppio del corpo che lo ospita: insostenbile! Infine un dato relativo al mercato USA, di fondamentale importanza strategica per la nostra industria agroalimentare: il valore del falso vale il 71% del nostro export (4).

Per darvi un parametro su cui misurare l’enormità del fenomeno: il fatturato dell’industria alimentare italiana 2011 è stato di 127 miliardi €.  Possiamo quindi affermare che senza illegalità il fatturato potrebbe aumentare del 50%, con tante conseguenze positive sulla bilancia dei pagamenti e sull’occupazione, nonchè sulla nostra agricoltura che diventerebbe concorrenziale con “pannello solare selvaggio” o con lo sversamento illecito di rifuti in alcune regioni. Un aspetto, quest’ultimo, su cui si riflette poco, ma che è invece molto importante, perchè le mafie si combattono soprattutto creando e supportando alternative economiche concrete. AC

Note: (1) Antonio Russo su Il Mattino, 15/02/21012, pag. 41; (2) Eurispes – Coldiretti : 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, 2011 (acquistabile su www.eurispes.it); (3) Fonte ICE/Federalimentare, 2010; (4) Coldiretti: L’ Agropirateria e la difesa delle produzioni italiane (www.coldiretti.it).

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Pillole di economia: la canzone del commercio equo e solidale

Manchester, un cartello avvisa: "questa è una chiesa che usa solo commercio equo". Quando (ahimè raramente) la religione sposa la giusta economia (fonte: www)

Questi piccoli articoli che ho chiamato “pillole” nascono con l’intento di dare un punto di vista diverso e soprattutto una chiave di lettura più accessibile su questo grande mondo sconosciuto che è l’economia. L’obiettivo è sempro lo stesso: portare sempre più persone  ad avvicinarsi a temi che sembrano essere roba da professori e che invece sono, e devono essere, pane quotidiano per i denti di tutti.

In questo caso prendo spunto dal convegno di presentazione delle tesine del Laboratorio di Diritto, Etica e Responsabilità d’imprese (1), cui ho assistito oggi presso la Camera di Commercio di Napoli. Questa pillola contiene polvere di commercio equo e solidale (ComES), una pratica di commercio internazionale che la leggenda vuole essere nata circa 60 anni fa per un patto di solidarietà economica tra un gruppo di acquisto olandese e dei produttori d’arance siciliani ridotti alla fame da mafia, ritardi infrastrutturali e siccità. Come ricorda Angelo Aquaro in un recente articolo (2), il ComES ha avuto in questi ultimi anni un notevole boom: un giro d’affari da 6 miliardi di dollari.. un tasso di crescita del 27 per cento annuo e il tutto in tempo di crisi! Non mancano le eccezioni: alcune botteghe, a Napoli, per esempio, sono in gravi difficoltà, perchè i principi etici che governano il ComES non permettono grandi ricarichi sulla vendita dei prodotti (anche il consumatore/cliente finale va rispettato).

I principi del CoMES sono semplici: mentre nel commercio tradizionale il produttore iniziale viene strozzato dall’intermediatore, cui va la maggior parte del profitto, nel ComES compratore (centrale di importazione) e produttore pattuiscono un giusto compenso. Il costo iniziale più alto viene compensato con l’eliminazione di tanti anelli della catena dell’intermediazione. Inoltre il ComEs comporta una serie di misure integrative del rapporto commerciale quali: a) pagamento anticipato per il raccolto successivo; b) rapporto fiduciario con i fornitori, cui viene garantita continuità se rispettano le regole, quali c) rispetto delle leggi sul lavoro minorile e del lavoro in genere, rispetto dell’ambiente, re-investimento di parte dei profitti per migliorare la vita della comunità (scuole , centri comunitari, formazione..). As easy as that!

Certo, il ComES non è esente da critiche o polemiche, tra cui spicca, in questi giorni, l’esplosione a livello dei massimi operatori economici del settore (Fair Trade USA e Fair Trade International)  dell’annoso dilemma: il ComES deve restare confinato a nicchia di mercato o aprirsi alla GDO – grande distribuzione organizzata, ivi inclusa la partnership con “discussi partners” quali Nestlè, WalMart, Starbucks?

Rispondere a questa domanda non è facile. Ciò che è certo è che un prodotto del ComES, qualsiasi esso sia, non può essere venduto con noncuranza, ma va accompagnato da un’informazione circostanziata e appassionata, quella che in genere ci mettono gli operatori delle botteghe del mondo. Fare cultura, far capire il perchè etico di una scelta economica non può essere disgiunto dall’acquisto di quel prodotto. Ciò detto, è bello pensare che vi siano nazioni dove i prodotti del ComES, da sempre considerati di nicchia perchè più costosi, stiamo acquistando quote di mercato rilevanti (si parla, ad esempio, di 1/3 della banane vendute dalla GDO inglese), perchè questo incremento di vendite dovrebbero significare un maggior e più concreto supporto commerciale a tanti agricoltori nel Sud del mondo, che possono così affrancarsi da condizioni di lavoro insostenibili.

La pillola di questo tema è sotto forma di musica: un poetico video - disegno accompagna la bella canzone di Daniele Sepe “Un’altra via d’uscita” http://www.youtube.com/watch?v=ud6ylZ2EQfo , illustrando a tutti i nostri sensi con semplicità come malfunziona il commercio tradizionale e come benfunziona il ComES. Buona visione, buonaeconomia! AC

Note: (1) Il Laboratorio di Diritto, Etica e Responsabilità d’imprese è attivato  dal Corso di laurea in Scienze del Turismo ad Indirizzo Manageriale (STIM) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Consorzio Promos Ricerche, Sportello RSI della Camera di Commercio di Napoli ;  (2) http://temi.repubblica.it/micromega-online/equo-solidale-o-multinazionale/

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I misteri dell’Ospedale degli incurabili

Il secolare albero di canfora nell'Orto medico dell'Ospedale degli Incurabili (foto: A.Corbino, Napoli, 2012)

Tesori nascosti del Sud, terza puntata, sempre a Napoli, il cui ventre è fonte di continue sorprese. Barbara, Manuela e Melinda, sempre loro, brave e belle - belle e brave, irrefrenabili ed entusiaste nonstante il tempaccio, questa volta hanno organizzato la visita allo storico Ospedale degli Incurabili ed alla farmacia. Vero che faceva freddo e pioveva assai assai ma, ai non napoletani e ai napoletani che lo ignorano, va subito detto che non eravamo là per farci curare (l’Ospedale è tutt’oggi attivo) perchè Gli Incurabili fu fondato nel 1522 su quella che allora era detta “collina di Caponapoli” e la farmacia, interna allo stesso ospedale, nel 1700. Trattasi quindi di storia e, come ci ricordano le nostre guide, medici operanti nello stesso nosocomio (fuori dell’orario di lavoro, non facciamo facili battute, signori leghisti), tra cui il prof. Gennaro Rispoli, un ospedale è forse il luogo migliore per ricostruire la storia. Nonostante ci sia tanto da “acconciare” la farmacia è semplicemente mozzafiato: camminando sulle guide per non rovinare il prezioso pavimento, scopriamo la maestria degli artigiani artisti dell’epoca (c’è anche una collezione di stupefacenti dipinti del ’500 provenienti da tutti gli ospedali storici della città, di fatto di proprietà della ASL Na1) e l’ingegno di quanti, con continue sperimentazioni, avevano fatto della farmacia un luogo di eccellenza per il regno. Grazie alla farmacia l’Ospedale degli Incurabili è stato il primo esempio di ospedale inteso non solo come luogo di ricovero ma anche di possibile cura, perchè in farmacia venivano confezionate e portate in pochi minuti al paziente le medicine allora ritenute necessarie. Non male, visto che parliamo di trecento anni fa. Nel Museo dell’Ospedale, ospitato nel Convento delle (ex prostiute) pentite, sono invece conservati tutti i reperti di scienza medica, ivi incluso un corpo-umano – puzzle tridimensionale in carta pesta, costituito da centinaia di pezzi (fantascienza, per l’epoca!). E poi tanti coltellacci, tenaglie e stampe con terrbili immagini che ci fanno ricordare quanto siamo fortunati a vivere ai tempi dell’anestesia e delle grandi tecnologie mediche.

Che altro dire? La costante di queste visite ai luoghi meno conosciuti di Napoli sono tre: 1) l’abbondanza e la qualità del patrimonio artistico-culturale-architettonico; 2) l’abbandono in cui questi tesori versano, segno della incapacità e mancata volontà degli enti pubblici – ladri e ignoranti, senza attenuanti – di tutelarli e valorizzarli; 3) l’importanza del volontariato per fare non far morire questa città (e credo che sia un ragionamento estendibile a molti altri luoghi in Italia). Difatti la visita è stata resa possibile grazie all’interesse dell’associazione Il Faro di Ippocrate, che nell’ottobre 2011 è riuscito a far ottenere (mi immagino la fatica.. meglio 24 ore di sala operatoria) al Museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina lo status di Museo di interesse regionale (e vulev’ pure verè..) e, nonstante la mancanza di fondi, ad inauguare il museo. E’ proprio grazie al volontariato dei medici del Faro di Ippocrate e alla loro sapiente guida scopriamo che è qui che Giuseppe Moscati curava e sperimentava un approccio più empatico alla cura del paziente; che l’Ospedale era considerato, trecento anni fa, un modello organizzativo ospedaliero, in cui venivano accettati solo due studenti da ogni regione d’Italia (padania inclusa) che, una volta laureatisi, tornavano a casa a diffondere il verbo. Un modello.. eravamo un modello per un intera nazione, per l’Europa. E mentre sento queste parole ricordo quanto letto solo poche ore prima sulla pagine de il Mattino:”Ospedale del Mare: danno erariale di 26 milioni di euro… Storia per molti versi emblematica per gli sprechi di pubblico denaro erogati a vuoto“.. e mi viene un po’ da piangere. AC

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L’Italia vista dal mondo

Economia in pillole n° 3. Su “La nuova enciclopedia del diritto e dell’economia – Garzanti” alla voce reputazione troviamo: niente; mentre alla voce fiducia, dal punto di vista della teoria economica, troviamo… niente. Sorprendente e sconfortante. Significa che la teoria economica non prende in considerazione il buon senso: come ogni commerciante, artigiano o industriale sa, se mi costruisco una buona reputazione, riesco a instaurare un rapporto di fiducia con i miei clienti e quindi a fare buoni affari. Se vendo frutta buona, il cliente torna, se vendo frutta marcia, anche solo una volta, mi rovino la reputazione e il cliente non torna. Ma queste semplici regole pare non siano insegnate tra i banchi delle aule di economia.

E proprio sulla reputazione e quindi sulla fiducia che gli altri capi di Stato e i mercati (benedetti mercati!) ripongono in lui e nell’esecutivo, che l’attuale primo ministro italiano, Mario Monti, sta invece puntando. A giudicare dalla copertina del Time, pare ci stia riuscendo. A volte (dico a volte) una buona economia parte da una buona reputazione.. poi speriamo arrivi il resto!

ITALIANI NEL MONDO  2001 – 2012 :

dall’essere inadatti a guidare una nazione, a possibili salvatori di un intero continente!

Silvio 2001

Mario 2012


SE NON CI SI SALVA LE CHIAPPE, ALMENO CI SI SALVA LA FACCIA!(perdonate il francesismo)


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Occupy Scampia: il popolo (dis)occupa i politici

In cerca di scoop a Occupy Scampia (foto: A. Corbino, 2012)
In cerca di scoop a Occupy Scampia (foto: A. Corbino, 2012)

Bye Micheal, I am going to Occupy Scampia. I will let you know. Ti faccio sapè. Saluto veloce in chat Michael, uno degli storici attivisti dei GEO, collettivo USA per l’economia solidale tra i promotori di Occupy Wall Street,  e prendo la metro direzione Piscinola, periferia di Napoli e, vox populi, terradicaino, periferia del mondo. Nelle ultimissimi giorni, anche sui quotidiani, è corsa voce di una manifestazione per protestare contro la camorra che tiene sotto scacco questo quartiere-super drug market. Qualcuno ha preso in prestito lo slogan più in voga del momento “occupy..” che fa tanta scena e non si paga il copyright. Mando sms a Elisabetta: appena tornata da una missione ACNUR in Ecuador, avrà forse voglia di un po’ di partecipazione di casa nostra, in memoria dei tempi in cui le nostre organizzazioni, Mani Tese e Amnesty, occupavano piazza de Martiri, il salotto buono della città, con banchetti traboccanti di sudore e di idee. Eli accetta entusiasta, salta sulla metro e mi chiede aggiornamenti. “Mah.. ci sono state polemiche perchè dicevano che gli abitanti di Scampia avevano accettato un coprifuoco della camorra…. ed ovviamente era una bomba giornalistica. E poi una delle principali promotrici è la deputata PD Pina Picierno, ex Margherita, quella che fu candidata capolista in un collegio campano alle scorse politiche, in sostituzione del vecchio De Mita.. che sbattè la porta in facca a Veltroni – salvo magari imporre una giovane della Margherita che, guarda caso, si è laureata in Scienze della comuncazione sul linguaggio politico di De Mita (1). Io poi non mi ricordo che questa Picierno fosse stata una pasionaria anticamorra.. ma la mia memoria è pessima, si sa.”. Eli arriccia il naso, forse nella sua testa anche lei fa calcoli che non tornano: Scampia + camorra + De Mita + Terremoto Irpinina 1980 +  fondi pubblici ricostruzione + camorra…(2)”. Vabbè, basta fare i soliti pensieri disfattisti all’italiana, che siamo quasi arrivati. Capolinea, Piscinola station dice la voce dell’altroparlante e una bimbina si diverte a ripeterlo mentre la mamma le allaccia il cappellino. Fa freddo, ma non freddissimo e non piove, di tanto in tanto al massimo… skizzikea! Ma forse la Picierno, che a fine manifestazione dirà su twitter ”pure il tempo è colluso” (3) soffre molto il freddo…  La gente aspetta paziente un bus, tra le pozzanghere.

Sono le 18, siamo in ritardo di un’ora rispetto all’orario a cui la Picierno, tuonando la mattina al Caffè di Radio Capital contro le belve dalla camorra, aveva dato la carica e l’appuntamento. Meglio così pensiamo, almeno la manifestazione sarà nel suo pieno. E’ buio e la strada non me la ricordo bene, ‘sti palazzoni sono un dedalo tutto uguale: ci avviciniamo a un gruppo fuori a un bar e chiediamo di piazza Giovanni Paolo II, dove c’è il centro Mammùt. A Napoli si dice Màmmut, e forse è da questo che i nostri intelocutori, dopo averci indicato la stada, capiscono che siamo forestieri e ci rassicurano “ci sta una manifestazione, e ci stanno pure le forze dell’ordine“… rimarcando con forza la seconda parte della notizia, per sottolinearne la straordinarietà. Grazie, buonasera.  Costeggiamo le famigerate Vele scenario del film Gomorra (che di notte sono ancor più un cesso) e giungiamo sul grande spiazzale. Già da molti metri si vedono i lampeggianti delle auto della polizia ferme, e i furgonicini e le antennone delle televisioni. 80-100 persone al massimo, di cui… ”Eli, qui ci sono più poliziotti e politici che gente comune“. “Per non parlare di giornalisti“, ribatte lei. Effettivamente è tutto un brulicare di taccuini e telecamere, c’è pure nel centro una mega tv che rimanda – ironia della sorte – il giornalista leghista Gianluigi Paragone versione cantante, abbracciato a un chiatarrone. Forse c’è una diretta TV. Non farò in tempo a saperlo! Riconosciamo anche alcuni politici locali, di quelli che invidi perchè ti pare che non facciano mai un cavolo per vivere: c’è l’uomo-telefono dei verdi che da 10 anni fa finta di non conoscermi, il giovane rottamatore PD che fatica a darti la mano perchè si crede un po’ Obama de noantri… insomma pleonastica fauna locale. Pure i BROS, gli agguerriti corsisti-disoccupati storici, sempre numerosissimi quando c’è da farsi vedere, sono poco più del numero sufficiente a reggere uno striscione.

Il commento della serata, che disertiamo volontieri dopo una ventina di minuti circa, lo lascio al Mattino di Napoli di oggi (4): “ OccupyScampia, il quartiere diserta l’iniziativa. I residenti: una passarella per i politici, ora basta“.. Ma quale coprifuoco? Basta strumentalizzazioni su un quartiere che chiede una cosa sola: lavoro – urla ai microfoni Giovanni Maddaloni… titolare di una palestra nel quartiere. Se volete fare davvero qualcosa per questa gente, impegnatevi qui per un paio d’ora, ma tutti i giorni… Spiega Luca Zappoli, attivista del Mammut : se davvero si vuole fare qualcosa di buono per il quartiere, bisognerebbe farlo sempre, magari coinvolgendo chi, come noi, lavora con i ragazzi tutti i giorni“.

Chissà se la Picierno quest’appello lo ha sentito o era troppo impegnata a rilasciare interviste, a prendersela con giovepluvio.   Chissà se oggi starà pensando perchè, dopo 4 anni di parlamento, la gente comune (e di certo poco attenta come me) la ricorda solo per quella sua adorazione demitiana, per una querelle su una mutanda leghista e non come eroina dell’anticamorra… Colpa del tempo, certo!

Ci avviamo, abbastanza schifati, verso la metro. Sulle colonne della piazza un manifesto firmato dalle associazioni locali invitano i cittadini a non spettacolarizzare nè criminalizzare Scampia, e ad intervenire al prossimo carnevale dei bambini in piazza.  “Ci porto Giulia”, dice Elisabetta, una bella idea per occupy Scampia with love! (allego comunicato stampa: Comunicato stampa Mammut Occupy + Carnevale 2012 )

Se non l’avessi visto con i miei occhi, confesso che questo post sarebbe stato probabilmente incentrato sulla Napoli che non lotta contro la camorra e la droga ma che crede solo nei miracoli della Madonna, considerato che il giorno prima c’erano 30mila napoletani al Palavesuvio a vedere la veggente di Medjugorie. Ma vista da vicino, la realtà mi è apparsa differente. La gente, quella vera che ogni giorno vive questo quartiere lontana dai riflettori e dal parlamento, che porta i figli a scuola e poi va a lavorare e poi magari impegna il tempo libero nel volontariato, questa gente ha mandato una messaggio chiaro: ha disoccupato la politica, sperando che ne nasca una diversa.

Dopo 800 metri di buche, pozzanghere e qualche cumuletto di monnezza (non è Scampia, è semplicemente Napoli), siamo di ritorno a Pisicinola station. Un uomo cerca di vendere biglietti già usati… da poco. Tra gli spiritosi graffiti che “colorano” le mura della scala a chiocciola che ci porta su alla stazione, molto bella e pulita, ci viene l’idea di sdrammatizzare questo flop in ciò che queste due ore sono state: una gita “fuori porta” (che dovremmo fare più spesso) in cui il tempo è passato veloce, come in una storia d’amore tra un ” piccola esageratamente ‘nnamurato ‘e te” a un  ” e mo nun c’ rompr cchiù o cazz!”AC

Graffiti a Scampia (foto: A. Corbino, 2012)
il nostro graffito preferito a Piscinola station! (foto: A. Corbino, 2012)

il nostro graffito preferito a Piscinola station! (foto: A. Corbino, 2012)

 

 

 

 

 

(1) http://www.partitodemocratico.it/doc/45679/pina-picierno-una-giovane-al-posto-di-de-mita.htm   (2) http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografia.aspx?id=54  ; (3) Il Mattino di Napoli, 4/02/2102, pag. 39; (4) Adolfo Pappalardo: Il Mattino di Napoli, 4/ 02/2012, pag. 43

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Dall’ambientalismo allo sviluppo sostenibile

La talpa, murale a Belem (foto: A. Corbino, 2012)

La talpa, murale a Belem (foto: A. Corbino, 2012)

Dovendo tenere una docenza per un corso di formazione del CSV Napoli presso l’Associazione Mani Tese Campania sul tema del Commercio Equo e Solidale e più precisamente sugli aspetti ambientali ad esso collegati, ho pensato di scrivere una veloce panoramica sul pensiero verde, seguendone l’evoluzione da ideologia di nicchia a politica integrata di governi e dell’Unione Europea.

L’obiettivo è stimolare una riflessione su quale impatto reale la “variabile ambiente” abbia sulla nostra vita, e quindi di quanto influenzi i nostri comportamenti, quelli delle imprese e dei governi centrali e locali. Attraverso questa prima riflessione, che ognuno di noi può fare analizzando semplicemente una propria giornata – tipo o le proprie preferenze e abitudini, arriveremo a capire quanto fondamentale sia il ruolo della conoscenza (e quindi di informazione e formazione) per creare consapevolezza e coscienza e formare così quella massa critica di elettori- consumatori – risparmiatori capaci di influenzare mercati e processi decisionali. Di seguito trovate il file in pdf. AC

Storia del pensiero verde, Corbino, 2012

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La buona economia nel tunnel … borbonico!

Visitatori in fila per entrare al tunnel borbonico, ingresso di via Morelli (foto: A. Corbino, Napoli, 2012)

Uno degli aspetti più interessanti di vivere a Napoli è che basta deviare anche poco dall’abituale percorso  casa – ufficio per ritrovarsi immersi in luoghi ed atmosfere degne della migliore Hollywood (o fu-Cinecittà). E ciò è ancor più facile quando vi sono tre napoletane innamorate della città che ti coinvolgono nella loro ansia di scoperta. E così ieri, proprio come un paio di mesi fa accadde per il Cimitero delle 366 fosse (vedi post: http://labuonaeconomia.wordpress.com/2011/11/22/i-tesori-del-territorio-il-cimitero-delle-366-fosse-a-napoli/) Manuela, Barbara e Melinda ci hanno portato a conoscere il Tunnel borbonico, ultimo gioiello di quell’infinito scrigno di tesori che è Napoli.

Nei 45 minuti circa di visita sotterranea si ha la possibilità di capire moltissimo della storia recente della città dalla fine del Regno dei Borbone ad oggi. Vi spiego perchè in 10 punti. Scendere nel tunnel significa comprendere: 1) il coraggio e il genio dei napoletani che tra il 1627 e il 1629 scavarono nel tufo la rete di cunicoli e cisterne legate all’antico acquedotto del Carmignano; 2) la fatica quotidiana del lavoro dei pozzari,  che scendevano a pulire l’acquedotto lungo i pozzi coperti di cenci, da cui ha avuto origine la leggende dei “munacielli”; 3) le bugie di Francesco II di Borbone, che lungo quei percorsi fece costruire da geniali architetti il tunnel per motivi militari, spacciandolo come opera per il popolo; 4) il contrabbando di sigarette e altri generi, testimoniato dalle bellissime carcasse di auto parcheggiate in quello che per decenni fu deposito giudiziario del Comune di Napoli; 5) la disperazione ed il senso di comunità di quanti utilizzarono quei luoghi come rifugio anti-aereo durante i terribili bombardamenti della II guerra mondiale; 6) lo spreco e la violenza subita da quei luoghi perpretrato dai lavori per la mai realizzata Linea Tranviara Rapida in occasione dei Mondiali di Italia ’90; 7) l’abbandono di un luogo destinato a parcheggio abusivo a lungo, con conseguente razzia delle auto storiche lì conservate, fino all’attuale costruzione del modernissimo Garage Morelli; 8) l’ostinazione di un gruppo di professionisti che 6 anni fa circa si sono innamorati di questo luogo e hanno cominciato a riportarlo alla luce; 9) il menefreghismo delle istituzioni centrali e locali che hanno ignorato l’iniziativa; 10) la professionalità delle giovani generazioni di napoletani (geologi, naturalisti, restauratori ed esperti di auto e moto d’epoca) che sono riusciti, solo con le loro forze economiche e con un immenso lavoro di braccia e cervello a rendere fruibile questo gioiello.

Perchè il Tunnel borbonico è un’isola di buona economia? Per almeno quattro motivi: 1) valorizza, rispettadone in toto l’anima, una risorsa unica del territorio, che racchiude storia, geologia, architettura, economia; 2) offre lavoro qualificato sul territorio, valorizzando risorse umane preziose (come Antonella, che ci ha guidato con grande competenza e spontaneo pathos); 3) è l’ennesima dimostrazione che anche al Sud si può fare impresa senza il ricatto del Pubblico, e che l’apporto volontario che si mette in un proprio progetto è un inestimabile valore aggiunto; 4) restituisce orgoglio alla comunità locale, che, come più volte detto in questo blog, è un passo fondamentale per fare buona economia sul territorio.

Un’ultima nota. Sul biglietto che ricevete non c’è traccia di Ministero dei Beni Cuturali o di altri Enti Pubblici: i 10 euro che pagate vanno quindi interamente destinati all’ Associazione culturale Borbonica Sotterranea che ha creato e gestisce il progetto. Può sembrare strano, ma io penso che sia giusto così: se lo Stato non ha avuto il coraggio di partecipare al rischio d’impresa e la lungimiranza di supportare un progetto privato, non deve pretendere il pagamento di un corrispettivo qualunque, che risulterebbe odioso e iniquo al pari del pizzo mafioso.

Vi invito a visitare numerosi il Tunnel: http://www.tunnelborbonico.info/   AC

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Tartarughe sagge contro la crisi

La copertina del libro sui primi 10 anni di Banca Etica, di Fabio Salviato

La bella copertina del libro sui primi 10 anni di Banca Etica, di Fabio Salviato

La banca delle tartarughe sagge. E’ così che definii Banca Popolare Etica in un mio articolo su un quotidiano locale diversi anni or sono. Non voglio ripetere qui quell’articolo, ma quel concetto sì: anche nel mondo del credito chi va piano va sano e (ha più probabilità che forse) va lontano.

BPE, come tutte le organizzazioni fatte di uomini, non è perfetta. Io che la vivo da socio, correntista e valutatore sociale ho in mente, come tanti, piccoli angoli da smussare. Ma bisogna riconoscere che, per quanto riguarda le strategie aziendali,  BPE ha avuto, dati alla mano, ragione.

BPE chiude il 2011 con +24% di crediti erogati e +12% di raccolta di risparmio e registrando – per il terzo anno consecutivo – una crescita a due cifre nei volumi: più precisamente la raccolta di risparmio ha raggiunto quota 717 milioni €, pari all’11,7% in più rispetto al 2010, mentre i crediti erogati sono pari a 540,8 milioni € (+ 23,9% sul 2010, contro il 3 % circa della media nazionale).  Cresce anche il capitale sociale della Banca che registra nel 2011 un aumento del 14%. Inoltre BPE ha un rapporto tra prestiti in sofferenza (ovvero non restituiti) e prestiti totali dello 0,6 % contro una media del circa 5-6 % del sistema bancario nazionale, pur prestando prevalentemente a soggetti considerati non bancabili o difficilmente bancabili (imprese e cooperative sociali, cittadini con scarse garanzie patrimoniali). Infine, mentre in questi anni le principali banche hanno operato massicci licenziamenti, i dipendenti BPE sono passati da 143 del 2007  a 186 del 2010 e nel novembre 2011 è stata inaugurata la nuova filiale di Trieste. La Finanza Etica conferma ancora una volta la sua capacità di tenuta e il suo ruolo anticiclico in questa gravissima crisi economica. (fonti: L. Becchetti, blog Felicità Sostenibile, 18/01/12; sito BPE, 2012; Bilancio Sociale BPE, 2010).

 I presupposti di questo piccolo ma significativo successo sono due: 1) i soci e i clienti BPE e la stessa Banca sono consapevoli di poter operare, ciascuno nel loro piccolo, come strumenti di rinnovamento sociale tramite l’uso responsabile del denaro;    2) BPE ha lavorato in questi 13 anni (è nata nel 1999) per stabilire e rafforzare un rapporto di reale e reciproca fiducia con soci e clienti, attraverso la coerenza e la trasparenza del proprio operato e la democrazia del processo di governance.

Come i templi greci resistono alla furia degli agenti atmosferici e delle agenzie di rating, così questi monumentali presupposti dell’economia (fiducia, trasparenza, coerenza, democrazia) possono dimostrarsi strumenti vincenti per superare qualsiasi crisi. AC

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Lu tempu de li pisci spata

Tanzania: pescatori sulla via del ritorno (Foto: A.. Corbino, 2010)

Tanzania: pescatori sulla via del ritorno (Foto: A.. Corbino, 2010)

Economia in pillole (video) # 2

Uno studente del corso di Economia e diritto ambientale della Federico II, con il quale durante l’esame abbiamo discusso di sostenibilità delle produzioni marine, mi ha donato questo link , che come per magia rimanda a un tempo, quasi 60 anni fa, quando la pesca era un’attività sostenibile. Argomento più che mai attuale visto che proprio la insostenbilità economica della pesca ha fatto sì che i pescatori siciliani si unissero al cosiddetto movimento dei forconi che da alcuni giorni sta paralizzando la Sicilia.

Nel breve documentario di Vittorio De Seta “Lu Tempu de li pisci spata” (1954) si racconta della pesca al grande pesce nello stretto di Messina, attorno al cui rito si incentra tutta la vita economica e sociale di una comunità (donne che sciacquano i panni a mare, danze davanti al fuoco..). Eccovi il link: http://www.youtube.com/watch?v=bM3iScIjaPQ&feature=share . Non mi è stato difficile trovare in rete un altro documentario di De Seta che racconta della mattanza dei tonni in Sicilia “I contadini del mare” (1955):  http://www.youtube.com/watch?v=GlkeP1ktIJY&feature=related .

I video sono stati postati da poco. E visti da poche centinaia di persone. Ma spero davvero siano visti da tantissimi, non solo per il loro altissimo valore artistico ma soprattutto per il loro immenso valore storico, che documenta da dove veniamo noi italiani. Sono testimonianze che dovrebbero inorgoglirci perchè ci ricordano che quello che siamo ora è  il frutto del sangue e sudore dei nostri nonni. 

Allo stesso tempo questa consapevolezza dovrebbe spingerci a ripudiare gli odierni compromessi di economia facile offerti da una politica mafiosa (e non si offendano i mafiosi, che almeno rischiano in proprio). Infine, queste immagni di fatica quotidiana dovrebbero farci guardare con occhi più benevoli quei popoli che oggi,  anche per la insostenbilità economica di attività per loro primarie come la pesca (la cui causa è da ricercarsi nelle concorrenza sleale di Paesi come il nostro), decidono di attraversare il Mediterraneo, lasciandoci spesso la vita, annegando in un mare di dolore e silenzio, lontano dai clamori dei media riservato ai morti della Costa Concordia. AC

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Economia in pillole # 1

L’economia politica si trova oggi in uno stato di profondo disorientamento. La gravità dei problemi economici contemporanei ha pochi precedenti nella storia passata. Nel proporre una strategia che affronti tali problemi, gli economisti sono più che mai divisi e le soluzioni proposte divergono radicalmente. Tali divergenze dipendono, più che da un disaccordo profondosugli obiettivi da perseguire, da una visione diversa sui meccanismi di funzionamento dell’economia” (cit. di K. Alec Chrystal*, 1993).  Fonte: S. Ricossa, Maledetti economisti, Rubbettino editore, 2010, pag. 221.

* Nda: K. Alec Chrystal è professore di Economia finanziaria presso la Cass Business School della City University, Londra; è co-autore del manuale “Economics”, Oxford Press 2007; nonchè co-autore della versione originale dell’Enciclopedia “Economia” Zanichelli, 2006.

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L’impero della cocaina. Recensione

copertina Impero cocaina

L'eloquente copertina del libro di Andrea Amato "L'Impero della cocaina"

La cocaina è la vera regina dei mercati contemporanei. Nessun’altra commodity al mondo è come lei: nessun’altra merce ha i suoi margini di profitto, nessuna ha le sue curve di crescita della domanda. Il libro L’impero della cocaina di Andrea Amato racconta la nascita (nelle foreste colombiane), la vita (attraverso i porti e gli aeroporti di mezzo mondo) e la morte (nelle narici di consumatori sempre più giovani) di questo oro bianco e di quanti quotidianamente la creano, la trafficano, la spacciano, la consumano e la combattono. Il libro andrebbe letto anche solo per premiare il coraggio dell’autore che, insieme all’amico fotografo Alberto Giuliani, ha seguito le tracce del ciclo vitale della cocaina, con i rischi che possiamo ben immaginare. I due si ritrovano nell’ordine: catapultati da un elicottero in un’operazione di sequestro di una raffineria alle FARC da parte della polizia antinarcotici colombiana (3 morti!); arrestati dalla polizia colombiana per essersi troppo interessati al capo dei paramilitari – trafficanti delle AUC Salvatore Mancuso (di origine italina); gentilmente invitati ad allontanarsi mentre due cosche calabresi che si fronteggiano apertamente nella piazza principale di un paesino calabro; infiltrarsi nel supermercato della droga di viale Bligny 42 a Milano.

L’altro motivo per cui leggere questo  libro è per capire qualcosa della cocaina, e rendersi conto che ogni giorno un esercito crescente di persone spende dai 70 (a Milano)  ai 45 euro (a Napoli) per un grammo di cocaina[1]: nel suolo capoluogo lombardo, secondo l’OEDT (Osservatorio Europeo su Droghe e Tossicodipendenze), vi sarebbero 180.000 (leggasi 180mila!) consumatori abituali (leggasi NON occasionali) che ogni anno sniffano circa 6 tonnellate di droga. Se la matematica non è un’opinione: 6 tonn. = 6.000 chili X 70.0000 euro /kilo = 420.000.000 (leggasi 420 milioni) di euro è il ricavo derivante solo dalle vendite ai soli consumatori abituali nella sola Milano. Altro motivo per leggere il libro è capire il potere della ‘ndrangheta, la mafia di cui fino a poco fa nessuno parlava, e che invece oggi è non solo monopolista della cocaina (i narcos colombiani si fidano ciecamente della serietà professionali delle  ’ndrine) ma anche capace di condizionare pesantemente l’economia di molte regioni a Sud come a Nord  (Lombardia, Piemonte, Liguria in testa). In ultimo direi che vale la pena leggerlo perché molti sono i capitoli dedicati agli eroi silenziosi che combattono con pochi mezzi e molto coraggio la guerra alla cocaina, primi tra questi le forze dell’ordine e la magistratura in Italia.

E così giungiamo all’unica nota stonata del libro, non dovuta (suppongo) all’autore ma alla casa editrice, che in quarta di copertina richiama Con un’intervista a Nicola Gratteri, il “Giovanni Falcone” della ‘ndrangheta. Credo che questo parallelo sia fuori luogo perché mi sembra un uso a fini commerciali di due persone che, con quotidiana e silenziosa abnegazione, hanno scelto di dedicare la vita a combattere le mafie (e auguriamo a Gratteri di poterlo fare per altri cento anni!). Ma ciò nulla toglie al valore del libro e al coraggio e alla capacità investigativa e descrittiva del suo autore (chapeau!). AC

L’Impero della cocaina, di Andrea Amato, Newton Compton Editori (Controcorrente), 2011, pagg. 204, € 9,90.

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[1] Il prezzo di Milano è riportato dall’autore, mentre il prezzo di Napoli lo ho tratto da altra fonte: Gigi di Fiore “Fare fuori la vecchia guardia – l’ordine del baby boss latitante” su Il Mattino, del 12 gennaio 2012, pag. 34

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Troppo lontani da Bruxelles

Rifiuti fuori dal Tribunale di Napoli, sede di Pozzuoli (foto: A Corbino, luglio 2011)

Rifiuti fuori dal Tribunale di Napoli, sede di Pozzuoli (foto: A Corbino, luglio 2011)

In questi giorni, navi cariche di rifiuti salpano dal porto di Napoli per andare ad essere smaltite in Olanda. In questi stessi giorni, milioni di ecoballe (o meglio finte ecoballe, perchè altro non sono che rifiuto tal-quale imballati nella plastica) marciscono ammonticchiate in costosi siti di stoccaggio, i cui proprietari sono spesso in odore di camorra. Qualcuno dovrà smaltirle. L’emergenza rifiuti in Campania, nonstante la città e le sue periferie si mostrino oggi più pulite, è tutt’altro che finita. E l’Unione Europea lo sa bene visto che minaccia ingenti sanzioni alla nostre amministrazioni locali per inadempienza ai suoi regolamenti.

Ma, mi viene da chiedere: dov’era la UE – che a me come idea non dispiace – 10, 15, 20 anni fa? Ve li dico io: era, come oggi, chiusa nei suoi palazzi lontanissimi da Napoli, dalla Campania o da qualsiasi altra regione periferica d’Europa dove si verificano tragedie annunciate e strutturali come la nostra emergenza rifiuti. La UE non cammina per i nostri vicoli e i nostri viali, non sta a sentire le lamentele dei cittadini e delle associazioni di categoria, perchè è troppo occupata ad assecondare i meccanismi della miope e ottusa macchina burocratica che essa stessa ha creato. Prova ne sia, in questo caso,  quanto accaduto alla fine della Programmazione 2000-2006: alla Regione Campania per il “raggiungimento indicatore rifiuti” vengono attribuiti dalla UE 6,83 milioni di euro di premialità, su un totale di 25,47 Meuro per le Regioni Obiettivo 1[1]. Non so se è chiaro: proprio mentre milioni di tonnellate di spazzatura sommergevano strade strade e dignità, la nostra politica, responsabile di quel disastro, venivano premiata per aver ottemperato agli obblighi burocratici.

Al tema della distanza siderale su come si intende la governance dei nostri territori, e su come si concepisce il concetto stesso di casa comune europea, ho dedicato nel 2007 una ricerca (che è anche un’esercitazione metodologica) che voglio qui condividere. “Troppo lontani da Bruxelles: l’Europa che non c’è nella Campania dell’emergenza rifiuti”, è stato presentato al XXII Convegno della Società Italiana di Scienza Politica (Catania, 2007). Ritengo che, nonstante la saga emergenza rifiuti abbia vissuto altri capitoli drammatici e a volte tragicomici (come la fine stessa dell’emergenza, sancita per decreto legge 195/2009) le considerazioni di questo articolo possono essere ancora valide per riflettere su cosa significhi ancora oggi essere a un tempo cittadini europei e del Mezzogiorno d’Italia. AC

A_Corbino_ Troppo lontani da Bruxelles – analisi dell’Europa che non c’è nella Campania dell’emergenza rifiuti


[1] La riserva di efficacia e di efficienza, o riserva di premialità, è un meccanismo finalizzato a rafforzare l’impatto positivo degli interventi comunitari: premia i programmi migliori dal punto di vista dell’efficacia, della gestione e dell’attuazione finanziariaIl premio consiste nell’assegnare ai Programmi Operativi Nazionali e ai Programmi Operativi Regionali giudicati efficaci ed efficienti, in base a una specifica griglia di indicatori, la riserva comunitaria accantonata all’inizio della programmazione 2000-2006. La riserva è quella stabilita dall’articolo 44 del regolamento generale sui fondi strutturali (regolamento CE n. 1260 del 1999), pari al 4% degli stanziamenti d’impegno per ogni Stato membro. Il QCS 2000-2006 per le Regioni italiane Obiettivo 1 ha aggiunto alla riserva comunitaria un’ulteriore riserva nazionale del 6%. L’insieme delle risorse destinate a premiare i programmi migliori in Italia ammonta a oltre 4.600 milioni di Euro (di risorse comunitarie più cofinanziamento nazionale): 1.992 milioni di Euro (4% riserva comunitaria) 2.649,64 milioni di Euro (6% riserva nazionale). (Fonte: governo italiano,  MSE – DPS, 2007).

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Gli equivoci dello sviluppo sostenibile nelle terre di nessuno

Avviso in condominio a Napoli

Avviso condominiale a Napoli centro: "E' vietato eseguire lavori edili senza autorizzazione comunale..". (foto: A. Corbino, Napoli, 2011)

In un tempo in cui, oltre che dalla crisi globale, l’Italia appare sempre più flagellata dalla triade corruzione – crimine organizzato – evasione fiscale che mina le basi stesse di una società democratica, ritengo doveroso interrogarsi se sia ancora possibile costruire sviluppo sostenibile (un incontro tra occupazione stabile, equità sociale, tutela ambientale) in questo Paese. Forse è tardi, specie nelle terre di nessuno, quei territori in cui la lunga latitanza delle istituzioni e la complicità di certa classe dirigente, hanno favorito l’affermarsi del crimine organizzato come unico interlocutore credibile.

A questo tema e in particolare all’ipocrisia delle istituzioni che, per sfruttare i fondi europei pretendono di esportare un modello di sviluppo sostenibile senza che vi siano le condizioni minime, cioè il rispetto delle regole, ho dedicato un piccolo lavoro di ricerca che voglio qui condividere: ”Gli equivoci dello sviluppo sostenbile nelle terre di nessuno“, presentato al XXII Convegno della Società Italiana di Scienza Politica (Pavia, 2008). Credo che le considerazioni di fondo siano, a distanza di tre anni, ahimè ancora attuali . AC

A_CORBINO Gli equivoci dello sviluppo sostenibile nelle terre di nessuno

 

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La malapianta. Recensione

'ndrangheta

La copertina del libro La Malapianta di Gratteri - Nicaso

La Malapianta  è una conversazione tra lo storico delle organizzazioni criminali Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la ‘ndrangheta. Entrambi calabresi, Nicaso e Gratteri utilizzano l’espediente del dialogo per ricostruire la Malapianta anche attraverso l’esperienza di vita di Gratteri, figlio di gente comune  che avrebbe potuto seguire il comune destino di tanti ragazzi della locride e che invece ha scelto la strada della giustizia. In cambio di un giusto prezzo, La Malapianta fornisce al lettore l’opportunità di comprendere le origini e l’evoluzione di quella che oggi è considerata una delle più pericolose mafie al mondo e di capire anche il perchè questo sia potuto accadere. Gli autori individuano alcune tappe fondamentali dell’ascesa della ‘N.: 1) gli inizi degli spanzati di Monteleone e della picciotteria a Palmi; 2) la svolta politica dei tempi del golpe Borghese; 3) i sequestri di persona degli anni ’70 che consentirono l’accumulo di capitale; 4) il salto di qualità del traffico di droga, con l’attuale monopolio della cocaina; 5) i veleni e i rifiuti affondati in mare; 6) il delitto Fortugno con cui la ’N. conferma di essere “un potere miltiare, economico e politico, che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più mariginali“; 7) la strage di Duisburg del 2007, un passo falso della ‘N., ma anche un errore di sottovalutazione da parte delle autorità tedesche; 8) gli investimenti al Nord Italia, fenomeno sottaciuto dai media da oltre 20 anni – basti solo pensare che il Consiglio comunale di Badornecchia fu sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1995; 9) le filiali estere, tramite le quali la ‘N. conferma la sua vocazione ad essere una delle più accreditate multinazionali del crimine organizzato; 10) le radici, in cui Gratteri racconta il suo percorso di vita (da tempo vive sotto scorta) e 11) il paese dei campanelli, in cui si analizzano alcuni aspetti critici del sistema istituzionale e giudiziario, incluso il decreto intercettazioni (allora in discussione). Il tutto con un linguaggio estremamente chiaro e accessibile.

Credo che la più degna recensione a questo libro ben architettato e perfettamente argomentato stia nelle battute finali tra Nicasio e Gratteri. N.: Ogni volta che torno in Calabria (N. insegna presso atenei USA, ndr.) non c’è per me spettacolo più straziante e incomprensibile del vedere lo scempio che il potere pubblico e il potere criminale hanno fatto di questa terra stupenda… Se questi mammasantissima pieni di soldi avessero avuto rispetto – loro che farneticano di rispetto – della propria casa, .. la Calabria sarebbe ora meno povera e più sicura. Invece è tutto usurato. La lotta alla ‘ndrangheta, la vita di quei pochi magistrati che come lei la combattono, la presenza dello Stato, la speranza, i sogni“. G.: Non bisogna mai perdere la forza di combattere e di resistere. Ce la possiamo ancora fare, soprattuto se cominiciamo a mettere seriamente in discussione l’antimafia parolaia, quella del giorno dopo. E’ il momento di fare, come ci ricorda spesso Don Luigi Ciotti” .

Nicola Gratteri, conversazione con Antonio Nicasio, La Malapianta – la mia lotta conto la ‘ndrangheta. Mondadori, 2010; pagg. 180, € 9,50.

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Prodotto interno mafia. Recensione

Copertina libro Serena Danna

Copertina del libro curato da Serena Danna

Parlare è molto importante, perché i giovani hanno bisogno di sapere. La cultura della verità è l’unica che permetterà loro di non diventare ’ndranghetisti o vittime della criminalità organizzata”. N. Gratteri.

Prodotto interno mafia raccoglie cinque interviste curate da Serena Danna, giovane giornalista avellinese che per vocazione familiare (i suoi genitori erano giovani avvocati nel maxi processo alla Camorra del 1984) e professionale (lavora alla redazione della “Domenica del Sole 24 ore”) si è concentrata sula relazione mafie – economia. Il provocatorio sottotitolo del libro è difatti “così la criminalità organizzata è diventata il sistema Italia”, un’accusa inquietante che viene qui ben circostanziata.

I meriti della curatrice sono: 1) aver scelto un tema molto attuale e, a parer mio e dei 5 intervistati, centrale alla questione mafiosa; 2) aver scelto 5 testimoni privilegiati (ovvero 5 persone che costituiscono un osservatorio privilegiato di un fenomeno), tutti meridionali, molto diversi tra loro al fine di ricomporre questo complesso puzzle; 3) aver posto le domande giuste, a volta anche scomode; 4) aver scritto un’introduzione generale chiara e ricca di cifre, e 5 presentazioni coinvolgenti.

Il lettore sarà trasportato nella storia e soprattutto nell’attualità dell’universo del crimine organizzato attraverso le parole di: 1) Pietro Grasso, capo della Procura Nazionale Antimafia, che, oltre a parlare di questioni procedurali su come rendere più efficace la lotta al crimine organizzato, dice: “ il metodo mafioso – favorire privilegi ed annullare la concorrenza – è stato senza dubbio clonato in alcune zona di confine tra della politica e dell’economia”. 2) Nicola Gratteri procuratore aggiunto della Repubblica al Tribunale di Reggio Calabria, un manuale vivente sulla ‘ndrangheta, dice: “il capo di un locale gestisce la politica e l’economia del territorio. Per le elezioni del Sindaco il suo pacchetto di voti corrisponde al 20% dell’elettorato attivo. Con un tale pacchetto di voti gli ‘ndranghetisti, riescono a determinare no solo chi farà il sindaco ma anche quali saranno gli assessori, il segretario comunale,..”. 3) Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dal 2006, che ha proposto (e attuato) l’espulsione da Confindustria degli imprenditori che pagano il pizzo, sfata il mito dei mafiosi interpreti estremi del’economia di mercato e dice, tra le mille cose interessanti, “vorrei che il sindacato smettesse di rappresentare cento precari selezionati da dieci assessori e messi in un ente solo per meriti politici: sarebbe un segnale importante per l’opinione pubblica”. 4) Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo dal 2007. Non è un prete di periferia o di trincea, ha sempre fatto il prete- politico-burocrate, anche nella Conferenza episcopale italiana. Nel 2010 è stato promotore del documento della Cei “Chiesa italiana e Mezzogiorno”, in cui vi è una condanna della mafia. Nonostante questa sua buona (e, ne sono certo, difficile e sofferta) azione, Mogavero resta un politico e personalmente ritengo a dir poco imbarazzanti ( per se stesso, per la comunità credente e per un lettore di media intelligenza) le sue mezze ammissioni sulle non colpe della Chiesa per il “grande silenzio” degli anni sessanta e settanta, sulla pastorale “Il vero volto della Sicilia” con cui nel 1964 il cardinale Ernesto Ruffini affermò che la mafia non esisteva perché era “un’invenzione dei comunisti”, o sul caso dei preti che riciclano soldi della mafia perché viene loro promesso che una parte va in beneficienza. Nel libro, accanto a questi paragrafi, ho scritto a penna istintivamente l’annotazione “minchiata”.  5) Moisés Naìm, meridionale anch’egli perché nato a Tripoli e cresciuto in Venezuela, economista, già direttore della rivista “Foreign Policy” e autore del best seller “Illecito”, ci spiega le relazioni internazionali del crimine organizzato. Personalmente non condivido alcune della cose dette da Naìm, tra cui la quella che il crimine organizzato “non avrebbe interesse a mettersi in società con estremisti (i terroristi, ndr) che calamitano l’attenzione”. Ma l’esperto è lui..

Un appunto: credo che il panorama sull’universo del crimine organizzato sarebbe stato più completo se fosse stato intervistato anche un magistrato esperto di problemi di traffici di rifiuti (ad esempio Donato Ceglie, che ha condotto per anni le principali indagini su questa materia in territorio casalese per vent’anni). Difatti, a mio modo di vedere, la distruzione della risorsa territorio causata da questi traffici rappresenta una nuova (ma non recente) “frontiera culturale” delle mafie che, per profitto, sono disposte ad avvelenare proprio quel popolo di cui si sono sempre proclamate protettrici.

In conclusione, un bel libro da leggere, per capire.

Prodotto interno mafia – così la criminalità organizzata è diventata sistema Italia, a cura di Serena Danna, Einaudi, 2011, pagg. 165, € 16.

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La Campania dell’emergenza – recensione

maria coltilde sciaudone

Copertina del libro di Maria Clotilde Sciaudone

Ormai la notizie viene data per certa: Babbo Natale, almeno per gli olandesi, esiste, e tra Natale e Capodanno porterà in dono alla già florida economia di quelle parti una bella nave carica carica di .. monnezza napoletana. Sembrerebbe più una beffa da perfida Befana, moderno carbone, invece è un regalo, perchè la Campania pagherà tanti bei soldini agli imprenditori olandesi per ringraziarli di smaltire la spazzatura di casa nostra. E quindi la beffa resta solo per noi napoletani, che continuiamo a vivere in uno stato d’emergenza rifiuti, che continuiamo a pagare una TARSU altissima e fior di tasse regionali, e che potremmo impiegare tanti dei nostri giovani disoccupati in impianti ad alta tecnologia o in un ciclo virtuoso dei rifiuti, come quello olandese. E’ questa è di  certo cattiva economia. L’emergenza, seppur dichiarata finita per decreto legge dal governo Berlusconi, è tutt’ora che passata (strano, e io che pensavo bastasse una legge…!).

La storia disgraziata dei rifiuti in Campania, senzo dubbio uno dei maggiori casi di malgoverno nella storia della Repubblica, è cosa assai complessa. Io stesso me ne occupai 4 anni or sono, cercandolo di sintetizzare il tutto nelle poche pagine di un articolo per il Convegno della Società Italiana di Scienza Politica, ma ammetto di essermi perso più volte cercando si sgrovigliare quella ventennale matassa di appalti, corruzione, voto di scambio, crimini ambientali ed inefficienza.Un risultato certamente più ordinato e leggibile lo ha ottenuto Maria Clotilde Sciaudone, docente di Geografia Economica presso l’Università della Tuscia, nel suo libercolo fresco di stampa “La Campania dell’emergenza – Riflessioni a margine della questione rifiuti“. Per libercolo – io amo i libercoli – intendo un piccolo, maneggevole manuale in cui una vicenda complessa viene ridotta a semplicità sì che il lettore possa avere, in poche pagine un’idea chiara di un argomento pur complesso. L’autrice, che ha il raro merito (!) di avermi citato tra le fonti ben due volte, ripercorre questa dolorosa vicenda, astendendosi dal giudizio politico, e, da brava geografa – io adoro i geografi – inquadra con ordine il problema nei suoi vari aspetti, analizzando: 1) il contesto territoriale di riferimento, 2) la produzione dei rifiuti in Campania, 3) il mancato governo del territorio, 4) lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici e l’emergenza ambientale, 5) le conseguenze dell’emergenza rifiuti: il turismo a Napoli e la mozzarela di bufala come casi studio degli impatti sull’economia reale, 6) la Campania dell’emergenza, dove viene illustrato il ruolo che il Comissariato di governo ha avuto nella definizione ed attuazione delle politiche. Per fortuna manca il capitolo sul “cosa fare”, tipico di quei tuttologi che pensano di avere tutte le soluzioni in mano… E anche questo è una nota positiva del libro e dell’autrice che invece vuole solo fare opera di sintesi e chiarezza e nulla più (e scusate se è poco).

Questo libro potrebbe sembrare non essere adatto a un pubblico generalista perchè non usa la collaudata formula (quella di Saviano, Stella,…) dell’inchiesta narrata. Ma va detto che l’autrice si sforza di usare un linguaggio per non addetti ai lavori. Ritengo pertanto che ognuno di noi, e non solo i tecnici, potrebbe sforzarsi di leggere questo libro per 3 motivi: perchè in 148 pagine di piccolo formato avrete sintetizzati tutti gli elementi salienti delle questione; perchè esso rappresenta una grande occasione per acquisire consapevolezza rispetto alle future scelte che la politica prenderà in materia di smaltimento dei rifiuti e quindi rispetto alla nostra vita; perchè costa pure il giusto. AC

Maria Clotilde Sciaudone, La Campania dell’emergenza – Riflessioni a margine della questione rifiuti, La Scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2011, pag. 160, € 10,   ISBN 978-88-6542-024-9

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La buona finanziaria e i complici inconsapevoli

Napoli nonna e paniere

Un'anziana casalinga tira su a fatica il paniere.. Istat (Napoli, Capodimonte; foto: A. Corbino, 2011)

In un articolo del 15 dicembre (2011) apparso su Repubblica.it (sezione mondo solidale, chissà perchè non sezione economia e finanza?!) Banca Popolare Etica critica l’attuale manovra finanziaria del governo Monti, fornendo alcune proposte verso una maggiore equità. Riporto di seguito l’ultimo paragrafo dell’articolo perchè contiene un invito coerente con le finalità di questo blog, cioè diffondere la consapevolezza che rendere l’economia più giusta dipende da ognuno di noi, nelle sue scelte quotidiane di informazione, acquisto, risparmio ecc., per non essere complici inconsapevoli.

Complici inconsapevoli. Infine, Banca Etica è convinta che accanto alle misure del Governo serva una forte presa di coscienza da parte dei cittadini e dei risparmiatori che troppo spesso finiscono con l’essere complici inconsapevoli oltre che vittime del sistema finanziario. Dovremo invece imparare a indirizzare i nostri risparmi e non alimentare la speculazione. Il trasferimento di risorse dall’economia reale alla finanza alla base dell’attuale crisi di debito è necessario anche per garantire i profitti in doppia cifra inseguiti dagli speculatori. Se il PIL del mondo cresce del 2% l’anno e la finanza deve garantire profitti cinque o dieci volte superiori, se le pubblicità ci promettono rendimenti del 4% netto sul nostro conto corrente mentre la ricchezza reale in Italia non cresce, è evidente che i nostri risparmi non vengono impiegati per finanziare imprese reali, che producono beni e servizi necessari e creano occupazione“.

L’articolo sintetizza alcuni punti del Rapporto annuale “Contromanovra di Sbilanciamoci“, una campagna di informazione che dal 1999 unisce un “gruppo di economisti, ricercatori, giornalisti, studenti, operatori sociali, sindacalisti e una rete di associazioni, organizzazioni, movimenti che vuole conoscere, discutere e analizzare criticamente i fatti dell’economia; sapere tutto il possibile sul sistema economico nel quale viviamo, progettare tutto il possibile del sistema economico nel quale vorremmo vivere” (http://www.sbilanciamoci.info).

Sono convinto che, nel nostro piccolo, il minimo che si possa fare è leggere il rapporto 2011 di Sbilanciamoci (qui allegato), anche se richiede uno sforzo di concentrazione e qualche ora di tempo. Controfinanziaria_sbilanciamoci_2012_completo

Inoltre, se veramente pensiamo che il nostro sistema economico e finanziario non rispecchi più le nostre vite, che abbia tradito le nostre aspettative, dobbiamo necessariamente compiere piccoli gesti di grande cambiamento, come togliere il conto dalla banca se non ci soddisfa e spostare i nostri risparmi su Istituti a noi più vicini (e non intendo nel senso di km, ma di valori: non scegliamo le Banche in base alla prossimità chilometrica, facciamolo in base alla prossimità valoriale!). Quando pensate che una banca vi favorisce perchè vi da un buon interesse sul contro corrente, pesnate anche a quello che quella banca vi toglie (materialmente) dall’altra tasca come attore di un sistema finanziario distorto: banche complici della vendita di titoli spazzatura, banche di proprietà di gruppi industriali non trasparenti! Le banche: non ce ne sarà una perfetta, ma non sono tutte uguali!

Infine: sappiate che, in Italia come nel mondo, esistono gruppi di seri studiosi che lavorano, spesso gratuitamente, per informare tutti noi su grandi temi che, altrimenti, resterebbero incomprensibili discorsi tra tecnici e burocrati: Sbilanciamoci e la Campagna per la Riforma della banca Mondiale (http://www.crbm.org) sono due importanti ingranaggi per un’informazione tecnica più libera e accessibile. E andrebbero sostenuti da noi tutti, anche col costo di un caffè!  AC

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Informazione: istruzioni per l’uso. Recensione

Copertina del vademecum "Informazione, istruzioni per l'uso" di Giulio Sensi

“Informazione, istruzioni per l’uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni giornali, radio, web in Italia” è un piccolo libro di AltraEconomia edizioni, scritto da Giulio Sensi. Conosco Giulio da quando, circa 15 anni fa, lui alla fine del liceo, io in mezzo del cammin di mia prima vita, seguimmo Aldo Zanchetta in Chiapas, per poi proseguire un pezzo di strada insieme nella Ngo Mani Tese. L’onestà  intellettuale di Giulio, studioso scrupoloso e sempre sorridente, sarebbe da solo un buon motivo per acquistare questo libricino che parla di quello che quotidianamente consumiamo senza accorgerci di esserne consumati.

Giulio ha diviso il vademecum in 2 parti: 1) l’informazione in Italia, la concentrazione e gli interessi e 2) istruzione per un consumo critico d’informazione. Nella prima parte del libro l’autore cerca di sintetizzare e schematizzare i conflitti di interesse (tutti) che inquinano l’informazione nel nostro Paese, a partire dalle agenzia di stampa per finire con l’attualissima questione delle concessioni delle frequenze televisive da cui il nostro Stato potrebbe a breve ricavare diversi miliardi di euro (ma non lo farà!). Giulio poi affronta gli scottanti temi della precarietà di chi fa informazione, che ne mina l’indipendenza, e quindi la dipendenza (anche dal punto di vista normativo) di questo settore dal mercato e dalla pubblicità. La seconda parte offre un’indagine qualitativa e quantitativa su come si informano gli italiani (ahimè non c’è gara: la televisione stravince!) e poi fornisce dei consigli su come attrezzarsi per avere un’informazione più indipendente.

A me il libretto è piaciuto, credo sia un ulteriore piccolo strumento di consapevolezza e quindi di autodifesa. Ci fa capire quanto siamo piccoli e manipolabili di fornte ai grandi poteri mediatici e quanto sia pertento necessario che ci attrezzaimo per auto-informarci, grazie alle buone letture, alla buona radio, al buona rete, e forse anche alla buona Tv. L’unica nota secondo me stonata di questo bel concertino è l’aver inserito alla voce “informazione fuori dal coro” Liberazione” e “Terranews.it”, in quanto l’uno organo di stampa del partito di Rifondazione Comunista e l’altro espressione del partito dei Verdi; entrambi sono, quindi, necessariamente informazione di parte. Pur condividendo il fatto che Liberazione è forse l’unico a trattare di questioni internazionali altrimenti dimenticate dai media, è pur vero che il ruolo dei vademecum come questo dovrebbe essere anche (se non soprattutto) quello di avvicinare un pubblico sempre più vasto, perchè il consumo responsabile diventi modus operandi di tutti. Dare “indicazioni di parte” rischia, inevitabilmente, di farsi etichettare e quindi di essere respinto come strumento attendibile da chi la pensa diversamente. Ed è un’occasione persa.

Per il resto, ringrazio Giulio per il certosino lavoro e ne consiglio l’acquisto e la lettura (perfetto per la calza della Befana!). AC

Giulio Sensi: Informazione, istruzioni per l’uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni giornali, radio, web in Italia, AltraEconomia edizioni; prezzo: 5 € (che se erano 4 era meglio!).

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Non con i miei soldi: incontro – intervista con il presidente di Banca Etica

Un articolo che testimonia la crescente fiducia che i risparmiatori ripongono in BE in tempo di crisi (Il Giornale di Vicenza, 2009)

Ai lettori di questo blog riporto un annuncio che dovrebbe interessare tutti noi, in tempi in cui la finanza globalizzata è la principale indiziata per la crisi economica che sta devastando le nostre economie reali. Da tempo confido nel poter del singolo di essere motore di cambiamento, come cittadino, ma soprattutto come consumatore e risparmiatore.

“Dopo la crisi finanziaria gli Stati sono intervenuti per salvare le banche trasferendo l’eccesso di debiti dai grandi soggetti finanziari al pubblico. E adesso ne subiscono l’attacco speculativo. Mentre cioè i cittadini sono chiamati ad ulteriori sacrifici, la speculazione è ripartita a pieno ritmo e le lobby finanziarie lavorano per diluire o bloccare qualsiasi tentativo di riforma o regolamentazione. La politica sembra totalmente succube dei mercati finanziari. Quale sistema finanziario ci costringe a tali sacrifici?” A questa domanda risponde in un incontro pubblico  – intervista Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, con Pietro Raitano (direttore di Altreconomia), Elio Silva (giornalista del Sole 24 Ore), Paolo Biondani (giornalista de L’Espresso).

E’ possibile seguire la diretta su Segui in rete su su www.altreconomia.it o su www.livestream.com/altreconomiaTv . Sarà possibile intervenire in diretta dalla chat di livestream, oppure collegandosi su www.twitter.com/altreconomia o ancora mandando una mail a livestream@altreconomia.it

Biggieri porterà la testimonainza che esiste anche un’altra finanza, mutualistica, autogestita, eticamente orientata, strumento ideato da un movimento di nicchia che ormai quasi 30 anni fa intuì le potenzialità della collaborazione applicata al mondo del credito. Da quel movimento nacque una banca popolare, un caso unico in Europa di impresa nata dal basso e completamente dedicata all’economia reale. Oggi Banca Etica ha 12 anni, 15 filiali e tanta esperienza. E dimostra che l’altra finanza non è un’utopia, ma che può anche essere una storia di successo: 702.110.000 di euro intermediati, un capitale sociale ormai prossimo ai 35 milioni di euro e 721.695.000 di euro prestati. Banca Etica è anche attiva nel campo dei fondi etici con la controllata Etica Sgr e in quello della rielaborazione con la Fondazione Responsabilità Etica e il Centro Studi La Costigliola. È attiva nel campo dei nuovi media con Zoes ed è socia fondatrice delle reti di Sefea (società finanziaria europea) e Febea (federazione della banche alternative europee).

Per ulteriori informazioni sul mondo della finanza eticamente orientata: www.bancaetica.com, www.febea.org, www.eticasgr.it .   AC

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Ma Napoli non è Valencia: la cattiva economia della cattiva governance

Il porto America's cup 2007 di Valencia, visto dall'edificio "Veles e Ventes". Sullo sfondo è visibile l'hangar del Team Luna Rossa (foto: A. Corbino, 2011)

Mentre decolla il mio aereo low-cost (Vueling, fantastica!) per Valencia, città che ha ospitato la America’s Cup 2007,  il Mattino di Napoli lancia l’ennesimo allarme: le regate delle World series (il girone delle eliminatorie), previste nel  golfo di Napoli tra l’estate 2012- 2013 rischiano di saltare. La procura di Napoli ha difatti avviato indagini sulla regolarità delle procedure di assegnazione dei lavori relative al progetto di bonifica di Bagnoli e dei piani per il riammodernamento dell’area in vista della Coppa America.

Arrivo a Valencia: già da venerdì notte e per tutto il weekend mi metto a girarla a piedi, immergendomi in essa, a cominciare dalla colazione con horchata y botones. All’Università i docenti di geografia mi insegnarono 20 anni or sono che fare i paragoni tra luoghi non serve a niente, che non ha serietà scientifica, che ogni luogo è un luogo a sè. Lo so, col tempo lo ho verificato, ma in questo caso non resisto, le coincidenze sono troppe: entrambe città capoluogo, mediterranee, con impronta spagnola, di mare e sole, storiche, del sud, con un simile numero di abitanti (terze città nei rispettivi paesi), entrambi vicine alle capitali (V. è equidistante tra la capitale politica Madrid ed economica Barcellona). E poi la vicenda della Coppa America 2007 che Valencia ospitò in quanto miglior candidata tra una rosa di pretendenti, tra cui Napoli, secondo l’inappellabile giudizio di un impreditore svizzero, Ernesto Bertarelli, patròn di Alinghi, l’imbarcazione defender.

Certo, Napoli ha una densità abitativa doppia (se riferita all’aera metropolitana, probabilmente quadrupla se riferita alla città) e questo può essere di ostacolo quando si tratta di ri-pianificare i luoghi; ma vi sono fin troppe coincidenze per non fare paragoni: sono città gemelle, se non speculari, eppure…

Eppure, Napoli è (solo) immensamente più bella, ma Valencia si presenta come una città pulita (non è Zurigo, certo, ma neanche Napoli) e non ha evidenti problemi di rifiuti; una città con una fitta rete di metropolitane e piste ciclabili, semafori a led, un centro storico chiuso al traffico e un diffuso servizio di bike-sharing. Ho incontrato alcuni (quasi) giovani italiani lì, rapiti dalla libertà che respiri, nei vicoli come nelle attrrezzate spiagge chilometriche, come nei curatissimi giardini del Turia che, dopo l’alluvione del 1957, sostituirono l’omonimo fiume che si decise di deviare. Una città alluvionata che si è ripresa tanto da costuire nel 1997 l’imponente e avvenieristica Città delle arti e delle scienze, fin poi a trasformare il profilo del suo porto in occasione dell’America’s Cup.

città arti e scienza

Valencia: 2 strutture della Ciudad de las artes y las ciencias (foto: A.Corbino, 2011)

E Napoli? A Bagnoli, area che tra pochi mesi dovrebbe ospitare le regate (nonchè eventi del Forum internazionale della Culture 2013) le ultime fumate dell’aerea a caldo dell’Itlasider risalgono al 1989, e nel 1992 la grande fabbrica chiude, lasciando spazio alla ricostruzione. In 20 anni Bagnoli è bloccata dall’immobilismo delle amministrazioni (di tutti i livelli) e dagli interventi della magistratura, necessari a fare chiarezza in vicende dove la trasparenza non sembra mai essere stata di casa. Vent’anni di ritardo sono un tempo incolmabile in un’epoca in cui tutto corre e i giorni contano come anni: pensiamo a cosa è riuscita a fare la Cina in molto meno tempo, pensiamo a come Valenzia sia riuscita a trovare nuovo slancio economico ed identitario in pochi anni. Pensate a Torino e alle Olimpiadi invernali 2006. E pensate a Napoli.

Napoli: struggente tramonto sul deserto dell'ex area industriale Ilva di Bagnoli (foto: A. Corbino, 2011)

Questo ci deve far riflettere su quanto essenziale per lo sviluppo di un territorio sia la capacità di governo (governance), che è  a un tempo affidabilità (accountability), trasparenza, onestà, progettualità partecipata.

E’ la quarta dimensione della sostenibilità: quella istituzionale ed organizzativa. In pratica la quarta dimensione è la capacità del framework istituzionale di condurre una comunità sul sentiero della sostenibilità. E’, per dirla con il popolo boliviano (Jose G. Justiniano Sandoval, 2002) la spina dorsale della sostenibilità politica: la Institutionality o, se si preferisce, la governence, la buona governance perché è legittimata dal basso all’alto e dal dentro al fuori. Tutto quanto è mancato, in questi anni, alla mia piccola, meschina, provinciale Napoli.  AC

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I tesori del territorio: il cimitero delle 366 fosse a Napoli

Ascoltando sulla fossa 295 la storia delle anime del Cimitero delle 366 fosse (foto: A. Corbino, Napoli, 2011)

Qualche giorno fa alcuni amici hanno organizzato una visita ad uno dei tanti tesori nascosti di Napoli, scrigno senza fondo nel quale per secoli natura e uomini hanno profuso tutti i loro migliori frutti: puoi viverci, dedicarci weekend e vacanze a girarla, curiosare, ma prima o poi ti ritrovi sempre con l’aria stupita di fronte all’improvviso miracolo.

Ecco svelatoci del Cimitero delle 366 fosse, concepito nel 1762  dall’ingegno dell’architetto fiorentino Ferdinando Fuga su richiesta del ministro Bernardo Tanucci, a 3 anni dalla partenza di Carlo di Borbone per la Spagna. L’opera sembra essere l’elemento complementare al vicino e Albergo dei Poveri ideato nel 1751 dallo stesso architetto per accogliere la vita del popolo indigente nella capitale del Regno delle due Sicilie: uno ospitava la vita, l’altro la morte. Il  numero 366 deriva dal fatto che ogni fossa (4×4 metri, per 10 di profondità) era destinata ad ospitare i morti di quel giorno (365 + il giorno bisestile). Un’idea semplice, pratica e allo stesso tempo geniale, per dare ai parenti un luogo dove piangere i loro cari, risolvendo a un tempo i problemi di igiene derivante dalla sepoltura nella fossa comune dell’Ospedale degli Incurabili, al centro della città.

Il Cimitero monumentale Santa Maria del Popolo è ormai privato, gestito dalla omonima congregazione, che ha poi dovuto ospitare cappelle di napoletani più abbienti, il che ha permesso anche di tenere in piedi il cimitero. La visita è stata possibile da Antonio De Gregorio, da sempre fedele custode di quelle anime e innamorato dell’eredità storica e umana della sua città.

Può apparire fuori luogo parlare in questo blog di cimiteri e monumenti. E invece no: il primo passo per una buona economia locale è conoscerne e riconoscerne il valore, appassionarsi alla sua storia antica e contemporanea, attivarsi come hanno fatto il custode, gli organizzatori e noi visitatori affinché questi tesori tornino a risplendere, facendone fulcro e motore di una ritrovata identità e di un turismo vero, desideroso di capire, oltre gli stereotipi.

In Italia, tutto ciò è possibile. A Napoli, luogo vero nel bene e nel male, non ancora reso artificiale dal turismo, tutto ciò viene facile. Da quando 6 anni fa cominciai le mie lezioni itineranti a Napoli con l’Associazione di turismo responsabile il Vagabondo (www.ilvagabondo.org) , osservando i volti soddisfatti o commossi di quanti mi hanno seguito per vicoli e piazze, mi ritrovo sempre a dire: “E’ facile: Napoli fa tutto da sé”.

Credo molto nell’individuo come agente di cambiamento. L’economia la facciamo noi, passo dopo passo, gesto dopo gesto. L’importante è che gli individui prendano coscienza del valore proprio e del proprio agire quotidiano, facciao rete e diventino comunità. Per fare questo occorre fare un primo passo: la conoscenza. Ed è a questo che serve il mio blog.

Per maggiori informazioni sul cimitero: www.cimiterodelle366fosse.com/ . Sul sito trovate anche un rimando al video della trasmissione Ulisse sul Regno delle Due Sicilie dove si parla anche del primo cimitero pubblico in Italia: http://www.cimiterodelle366fosse.com/index2.html . AC

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La crisi azzera welfare e RSI. Ma anche no!

Una storica salumeria di Capodimonte combatte la crisi: offerta cena per famiglie numerose a 10 euro (foto: A. Corbino, Napoli 2011)

Secondo il CresvCentro di ricerche su sostenibilità e valore dell’Università Bocconi le aziende che investono in Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) sono più sane, perché, statisticamente, hanno il 70% di possibilità in meno di default. E il World Business Council for Sustainable Developement (forum che raggruppa 200 leader aziendali in tutto il mondo) quantifica in 6.200 miliardi di dollari le opportunità di business entro il 2050 per le imprese che investono in sostenibilità. Premesse lusinghiere le definisce il Corriere della Sera (Enzo Riboni, pag. 53, 18/11/2011) che però non sembrano bastare alle aziende italiane a quanto pare, sempre più fredde nei confronti della RSI.  L’articolo, citando uno studio Cresv – DnvBa (multinazionale norvegese della certificazione), riporta che i manager che ritengono la RSI parte integrante della strategia aziendale è scesa dall’80% (2009) al 48%, “forse colpa della solita crisi che rende miopi..”. Secondo il Cresv e anche secondo il mio molto modesto parere, queste aziende commettono un errore perché “.. in prospettiva crescerà il divario con quelle più lungimiranti che investono sulla sostenibilità”.

E devono averla pensata proprio così alcuni imprenditori italiani che hanno deciso di resistere alla crisi attaccandola. Come? E’ noto che i tagli al welfare system sono anche figli della crisi economica (oltre che di indirizzi politici e della cattiva gestione della spesa pubblica) e che questi tagli si traducono in un aumento di costi e preoccupazioni per i privati cittadini/lavoratori. Bene, alcuni imprenditori hanno integrato il carente welfare pubblico con strumenti di welfare privato a favore dei propri dipendenti. Ad esempio, riporta il Corriere della Sera (Corinna De Cesare, pag 26, 13/11/2011) la Ferrero, in cambio della flessibilità di orario ha introdotti più permessi retribuiti, servizi pediatrici, soggiorni estivi, per i figli e sussidi per l’università. Air Liquide, Heineken, Kraft, Luxottica hanno aumentato la previdenza complementare e hanno istituito borse di studio per diplomi e lauree e assegnato carrelli della spesa, libri e visite mediche specialistiche. L’Enel ha invece deciso di implementare le pensioni integrative per le future generazioni, reperendo i fondi dai tagli (totali) alle tariffe agevolate riconosciute ai vecchi dipendenti.

Ma credo che sia ancora più significativo citare il caso di Renografica, piccola azienda bolognese (32 lavoratori) che ha istituito un premio pagelle per i figli dei dipendenti che, dalle elementari alle superiori riportino, medie alte.  Inoltre l’azienda ha firmato un accordo con i sindacati per prevedere un sostegno extra alla maternità e un fondo per permessi retribuiti destinati ai lavoratori per visite mediche specialistiche.

Se l’esperimento dovesse dar ragione a Gianluigi Baccolini, questo il nome dell’illuminato e lungimirante imprenditore bolognese, sarebbe un’ulteriore prova di come etica e business possono andare d’accordo e potrebbe tracciare un nuovo solco in cui piantare e far prosperare il seme della RSI e di una buonaeconomia in Italia. L’augurio è che la politica, sempre in ritardo quando si parla di innovazione (dei sistemi economici e sociali) sappia cogliere questi frutti di cambiamento e trasformarli in cibo quotidiano, in sistema virtuoso per tutto il Paese. AC

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La facciata dell’innovazione sostenibile: diamole credito!

La sicurezza sul lavoro: un'interpretazione tecnico-religiosa in Abruzzo (Scontrone, foto: A. Corbino, 2011)

Probabilmente l’iniziativa “Obiettivo sostenibilità” del Gruppo 24 Ore non convincerà i puristi della decrescita o i taleban-ambientalisti, ma secondo me  un’iniziativa degna di nota. Perché comunque dimostra che il mondo della grande industria, quella sempre sotto accusa perché multinazionale, perché fortemente impattante su ambiente e comunità (ci riferiamo al mondo del retail, della GDO, dell’industria di detergenti) ha capito che la domanda di sostenibilità è in costante aumento e quindi va tenuta in considerazione.

Io stesso sono scettico rispetto ad operazioni che rischiano di essere solo di facciata, o ancora meglio, lavate di faccia che non possono cancellare la contraddizione di fondo che le anima (un po’ come il SUV silenzioso amico dell’ambiente?!). Tuttavia ho sempre sostenuto che la sostenibilità è un lungo processo di acquisizione di consapevolezza e necessita di un continuo compromesso . E in questo caso mi piace sottolineare come quest’iniziativa editoriale possa essere un contributo (spot?) libero e gratuito a ragionare su questi temi.

Di cosa sto parlando: del sito www.innovazionesostenibile.it, su cui sono disponibili gratuitamente (tra novembre 2011 e gennaio 2012) seminari-intervista ad accademici o esperti del mondo confindustriale su 3 temi: assortimento sostenibile , comunicare la sostenibilità e  packaging sostenibile.

Diamo fiducia ai matrimoni misti. AC

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Beni confiscati: fai un pacco alla camorra

La sorridenti donne della Coop. Caffè Lazzarelle (immagine da : Elle.it)

In Italia già la legge 575 del 1965 recante “Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere”, prevedeva la confisca dei beni sequestrati di cui la persona, nei cui confronti è instaurato il procedimento, non possa giustificare la legittima provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito,
dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica, nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.

Nel 2010 (L. 50 del 31 marzo) è stata istituita la ANBSC “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata“, sul cui sito è possibile avere un’aggiornata visione della complessità dell’attitvità di confisca e, di conseguenza, della vastità dell’impero delle mafie in Italia. Al 31/12/2010 sono ben 11.234 (solo tra immobili ed aziende) i beni confiscati, di cui 1.377 aziende. A parte l’enormità dei numeri, ciò che colpisce e non va trascurato è che l’unica regione immune è ad oggi la Val d’Aosta, mentre grave (come dovrebbe essere ormai noto a tutti) comincia ad essere il bilancio anche per le regioni del Nord: Lombardia (963) , Piemonte (135), Emilia Romagna (107), Veneto (84).

Ciò che il sito ANBSC non racconta, ma che invece è purtroppo ben noto a chi in lavora in quell’agenzia e a tutti coloro che, nelle istituzioni centrali o periferiche come nelle associazioni e nelle parrocchie, lavora affinchè quei beni siano assegnati e poi successivamente ben gestiti, è che spesso le mafie non godono a vedere lo Stato e la società civile trionfare, facendo buon uso di quelli che erano i loro beni. Minacce agli operatori sociali, campi e oliveti bruciati, ditte che disertano le gare di appalto per le ristrutturazioni, sono atti di intimidazione all’ordine del giorno nelle terre dominate dalle mafie. Le cronache di questi giorni (13 novembre) raccontano della Nazionale di Calcio chiamata ad allenarsi da don Ciotti e Libera sul piccolo campetto di Rizziconi, nella Piana di Gioia Tauro, nato su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta, che era stato devastato 2 volte perchè volevano farci una discarica. A volte anche un gioco corrotto come il calcio può ritrovare purezza tramite l’impegno sociale: una storia, speriamo finita bene.

Un’altra storia di confische che pare stia andando bene è quella di alcune realtà sociali campane che si sono messe assieme per realizzare un pacco natalizio contro la camorra (fare un pacco dalle nostre parti significa: dare un fregatura, come ricorda il famoso film di Nanni Loi Pacco, doppiopacco e contropaccotto).

“Facciamo un Pacco alla Camorra” è il risultato di un progetto in rete che coinvolge cooperative sociali che, attraverso il riuso produttivo e sociale dei beni confiscati alla camorra su “Le Terre di Don Peppe Diana”, hanno coltivato e trasformato prodotti che oggi hanno tutti i requisiti di alta qualità e vogliono porsi all’attenzione di un commercio equo e sostenibile. Ma la più grande risposta alla sfida è stata l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di recupero e gestione degli stessi beni confiscati. Acquistare il pacco della camorra, o promuoverne la vendita è il modo migliore per contribuire allo sviluppo di un’economia alternativa a quella camorristica, un’economia sociale che, mentre dà dignità e lavoro a soggetti svantaggiati, costruisce una nuova Comunità, da terra di camorra a Terre di don Diana.

L’innovazione sociale che porta alla lenta rivoluzione economica che stiamo compiendo, passa anche da questi nostri gesti di impegno quotidiano, perchè economia non è un termine neutro, mai!

Il link del Progetto: lazzarelle e pacco camorra. Contatti: caffelazzerelle@gmail.com          AC

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Economia grigia: il sempre verde mercato del parcheggio abusivo

Napoli, il parcheggio sotto casa (foto: A. Corbino, 2010)

A Napoli il mestiere di parcheggiatore abusivo è vecchio come le automobili  stesse: una volta parte del folklore locale, oggi perfetto esempio di come il mercato trovi sempre un suo equilbrio: la scarsità di occupazione e di spazio (per parcheggiare) si tramutano in un’alta offerta di manodopera non specializzata che occupa (indebitamente) i pochi spazi liberi e li offre alla domanda del territorio (automobilisti e motociclisti), che pare non descrescere mai ed essere indifferente alla crisi economica. E’ un mercato che, se prendiamo l’esempio napoletano, sposa tradizione (il posto si tramanda di generazione in generazione), rispetto delle regole (chi sgarra ne subisce le conseguente da parte di chi governa il territorio – il crimine organizzato) e innovazione, quale l’impiego di sms per prenotare il posto da parte di clienti abituali. Domanda e offerta privata si incrociano da decenni a danno del pubblico: il Comune non incassa i proventi dalla strisce blu, i cittadini trovano i marciapedi ingombri di auto e moto, la viabilità ne risente e  itanti automobilisti onesti devono subire il ricatto (se non accetti, magari ti portano via uno specchietto!).

Nel titolo ho definito questo racket come economia grigia: non è mia intenzione sottovalutarne la gravità, ma voglio invece sottolineare quanto questa pratica sia ormai entrata nella quotidianeità di molte città, tanto da essere un fenomeno accettato, percepito come fisiologico ed immanente e quindi sdoganato dall’economia nera, “quella dannosa”, all’economia grigia del socialmente accettabile (quando non benvenuto) perchè utile a chi presta e chi riceve il servizio. Un po’ come, almeno a Napoli, lo sono i vu cumprà, o i femminielli ormai non più in attività che vendono le sigarette di contrabbando, i venditori abusivi di cozze della domenica o, per arrivare all’estremo, le signore che vendono “il fumo” nei bassi dei quartieri spagnoli.

Come lamentato da un ufficilae dei vigili urbani nel video sotto  “linkato”, a fronte dei tanti fermi effettuati dalla polizia municipale, non vi sono denunce per estorsione da parte dei cittadini: l’indicatore più chiaro di quanto il fenomeno sia accettato e anche della  rassegnazione di quanti sono consapevoli che una denuncia (che significa esporsi personalmente) non servirebbe a risolvere la questione.

Ma forse, se si pensasse alle reali cifre che ci sono dietro a questo fenomeno e chi sono i gestori finali del business (a Napoli: la camorra!) forse si cominicerebbe a vedere la cosa con occhi diversi. Stando a quanto rifeirsce il quotidiano il Mattino  del 3 novembre 2011, a Napoli vi sarebbero circa 4.000 parcheggiatori abusivi, che incassano una media di 200 euro al giorno (secondo la testimonianza di Giuvann o’ parchieggiatore – altro video linkato – sono 50 euro – ma forse al netto della camorra?!). Ipotizzando 350 giorni di lavoro all’anno, ché con la città vuota ad agosto pure loro si prendono almeno 2 settimane  la città e includendo anchei festivi, giorni in cui lavorano con gran profitto, i calcoli sono presto fatti: incasso annuale per parcheggiatore =  circa 70.000 euro esentasse, moltiplicato X 4.000 “esercenti” (tutti ufficialmente nullatenenti ovviamente, tanto è vero che le contravvenzioni elevate non vengono mai pagate!) = 28.000.000 di euro (dicasi ventotto milioni) il giro di affari complessivo nella sola piccola città di Napoli. Se pure avessi esagerato per eccesso del 75% si tratterebbe comunque di 7 milioni di euro. Non male: soldi neri che finiscono per essere riciclati e male impiegati senza nessuna cultura del credito e senza alcun scopo di reinvestimento sociale. Per non parlare di evasione fiscale, di tasse e del fatto che magari questi nullatenenti godono di pensioni sociali o altre forme di ammortizzatori a spese dello Stato e a danno dei contribuenti. Cattiva, pessima economia, ammortizzatori sociali privati non regolamentati, valvola di sfogo naturale che però innesca meccanismi perversi.

Le soluzioni? Sebben io plauda alle inziative di repressione da parte della nostra Amministrazione Comunale che periodicamente denuncia i parcheggiatori (122 nel blitz citato da Il Mattino), sono anche consapevole che in aree ad altra disoccupazione la bassa manovalanza viene rimpiazzata subito: i figli sostituiscono i padri, gli immigrati subentrano in subappalto di napoletani più svogliati. Proprio come nell’universo camorristico i piccoli boss sono sempre pronti a sostituire i vecchi dietro le sbarre, così come i narcos messicani hanno rimpiazzato i colombiani nella leadership del traffico di droga verso gli USA anche in questo caso la repressione da sola non basta: è come svuotare col secchiello una barca che affonda. Cosa può fare l’Amministrazione comunale per risolvere il problema? La miglior risposta, come nei casi su citati è: agire sulla domanda, far sì cioè che usufruire il parcheggio abusivo sia economicamente sconveniente rispetto a non farlo. E questo non (solo) per via della multe che alcune amministrazioni prevedono (come per i clienti di prostitute!) ma perchè le vie alternative devono risultare più convenienti da percorrere. Occorrono pertanto mezzi pubblici cha garantiscano un servizio efficiente h24 (a Napoli la situazione del trasporto pubblico è oggi drammatica!), che i marciapiedi  siano sgombri e puliti, che le strade siano sicure di notte. Occorre che i cittadini possano usufruire di car e bike sharing (prendere in prestito auto e bici), che vi siano piste ciclabili e che le bici siano trasportabili nei mezzi pubblici; che vi siano pargheggi di scambio per le auto alle porte della città (tutto ciò a Napoli non esiste!). Fornendo un’offerta valida, la domanda di mobilità cambierà mercato e si rivolgerà al pubblico e sarà invogliata a “investire” quei 28-14-7 milioni di euro in biglietti o abbonamenti dei mezzi pubblici o parcheggi privati, che potranno in seguito creare occupazione regolare e stabile, magari assorbendo parte dell’imponente esercito dei parchieggiatori abusivi, come richiesto dagli stessi  interessati nel terzo video linkatoAC

Links: 1) http://www.youtube.com/watch?v=JQqCTOf71_Q (Vigili urbani in azione a Napoli da Repubblica Tv) 2) http://www.youtube.com/watch?v=S6N0PdFWD3Y&NR=1 (Giovannino il parcheggiatore) 3) http://www.youtube.com/watch?v=cjlOuta-N30&feature=related (protesta dei parcheggiatori abusivi, 2009)

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Cattiva economia: la speculazione edilizia e lo Stato spettatore

Abusivismo edilizio sul mare a Villaggio Coppola (foto: A. Corbino, Castelvolturno (Ce), 2011)

Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto, più in qua il mucchio di case muffite e lichenose della città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra i porti s’infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno spora l’altro (Italo Calvino, La speculazione edilizia, 1957).

Le parole di Calvino, ambientate nella sua Riviera Ligure, testimoniano quanto la dissennata pratica della speculazione edilizia sia connaturata al concetto stesso di sviluppo che, da oltre cinquant’anni, ha ispirato le politiche economiche dei governi italiani. Non è quindi il caso di addossare le colpe dei danni causati dall’alluvione in Levante Ligure e Lunigiana (25 ottobre 2011, 10 vittime e X dispersi ad oggi) all’attuale esecutivo, ma invece ad una cultura di governo e sviluppo del territorio che storicamente continua a non considerare, all’interno di un bilancio economico complessivo, gli ingentissimi danni che la speculazione edilizia prima o poi finisce per iscrivere bilancio alla voce costi. Detto in altre parole: è pur vero che l’economia viene smossa da bulldozer e gru, ma è anche più vero che i risultati, prima o poi, sono quelli della distruzione totale di fiorenti sistemi economici locali, quali, appunto, quello delle Cinque Terre. E’ utile infatti ricordare che questi luoghi, una volta terra di emigrazione, sono poi diventate, fino all’altro ieri, il fiore all’occhiello del turismo sostenibile del nostro Paese. E ora sono sotto il fango.

Non era difficile da prevedere che prima o poi, come dicevo sarebbe finita così: secondo l’ISPRA – Ministero dell’Ambiente, 5.581 comuni italiani (68,9% del totale) ricadono in aree classificate a potenziale rischio idrogeologico più alto. Prima o poi i territori presentano i conti, e non sono solo in termini di vite umane da piangere, ma anche di ingenti danni da riparare: 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi 80 anni, 70.000 persone coinvolte e 30.000 miliardi di danni negli ultimi 20 anni (fonte: ISPRA – www.isprambiente.gov.it).; tanto per citare gli ultimi alluvioni: Veneto (marzo 2011 e novembre 2010), Costiera Amalfitana (settembre 2010), Calabria (ottobre 2010), messinese (ottobre 2009), Piemonte (maggio 2008). fino a Sarno (maggio 2008).

Per cominciare a riparare i danni in Lunigiana sono stati stanziati 65 milioni di euro, ma quanto realmente costerà la distruzione e quindi il blocco di interi sistemi economici? Nessuno sembra saperlo, o meglio, sembra non volere tenerne conto. Mentre fare i conti con un po’ di buon senso sarebbe facile: prevenire costa sempre meno che curare, come lavarsi i denti costa meno che andare dal dentista per la carie! Anche se in realtà, nel perverso sistema di contabilità che i nostri Stati adottano, quei 65 milioni finiscono sul lato “positivo” del bilancio (il PIL cresce), come in positivo sono contabilizzati anche i costi dei funerali per le vittime: tutto fa brodo economico! E quindi, si potrebbe arrivare a dire che, dal punto di vista della contabilità pubblica, un’alluvione è un evento economico, se non positivo, almeno a somma zero!

Altro dato su cui riflettere: il 27 ottobre Legambiente ha presentato a Napoli il Rapporto Ecomafie 2011, in cui si conferma che il ciclo del cemento è un affare molto redditizio per la criminalità organizzata, soprattutto in quelle regioni in cui l’abusivismo edilizio la fa da padrone (Calabria e Campania in testa). Poniamoci una domanda: cosa hanno in comune l’alluvione della Lunigiana e la presentazione del dossier Ecomafia? Io risponderei così: 1) i fenomeni sono strettamente collegati: ciclo criminale del cemento e speculazione edilizia sono due faccia della stessa medaglia, e nessuna regione si creda immune; 2) in entrambi i casi lo Stato è solo spettatore. Infatti: nel caso di cosiddetti eventi calamitosi, la protezione civile si limita a denunciare lo stupro del territorio (da parte di chi? degli unici colpevoli, i privati, ovvio!) e il governo se ne lava le mani stanziando pochi spiccioli, mentre i sindaci fanno appelli per viveri e vestiti alla solidarietà dei privati connazionali o ai governi stranieri. E allora andrebbe ricordato allo Stato – Ponzio Pilato l‘effetto deflagrante e moltiplicatore che la sola puzza di un condono edilizio annunciato ha sulla speculazione edilizia: per incassare pochi euro lo Stato incita alla proliferazione di camere, case e palazzotti che in quei giorni spuntano come funghi. Nel caso del Dossier Ecomafie: lo Stato si dimentica completamente di essere il primo diretto arteficie ed interessato dei fenomeni economici e sociali del nostro Paese e lascia che un soggetto pur meritorio ma comunque privato come Legambiente presìdi, con pochi mezzi a disposizione e da un osservatorio parziale, al monitoraggio di un fenomeno così importante quali quelle dell’ormai conclamato cancro delle Ecomafie. Con il risultato che il fenomeno stesso è declassato da affare di Stato a questione da pruriginosi e faziosi ambientalisti, mentre invece l’impatto della criminalità organizzata sul nostro ambiente, come quello della speculazione edilizia, dovrebbe essere una questione di precipuo interesse pubblico. Non volendo qui tirare in ballo discorsi etici (ché così tanto si arriva a pretendere tanto dai nostri governanti) si invita il governo ad utilizzare almeno il buon senso nei conti pubblici, ricordando di quanto costano alla cassa pubbliche il ripristino dei luoghi dopo un’alluvione o, volendo allargare il discorso, le cure di migliaia di ammalati di tumori indotti dalle tonnellate di veleni che le ecomafie sversano ogni anno nei campi e nei corsi d’acqua di tutt’Italia. Prevenire è meglio che curare: la buoneconomia è solo una questione di buon senso e di buona fede.

6,3 miliardi di euro (meno gli investimenit privati del project finance, se interpreto bene i dati del sito ufficiale www.pontedimessina.it): se i soldi del faraonico quanto superfluo ponte sullo stretto – il buon senso insegnerebbe che le cose superflue si fanno quando c’è un’eccedenza di risorse – prima compri il pane quotidiano poi il biglietto del cinema - fossero stati distributi alle amministrazioni locali per la messa in sicurezza del territorio, si sarebbero avuti i seguenti effetti: 1) diminuzione del rischio idrogeologico 2) più ampia distribuzione delle risorse economiche sul territorio nazionale (anche nelle regioni dello stretto) a piccole e medie imprese specializzate e conseguente 3) minor controllo del voto di scambio, perchè minore è la concentrazione della spesa pubblica; 4) incentivazione dell’economia legata alle nuove tecnologie di ingegneria naturalistica (generalmente imprese giovani); 5) maggior fiducia nella politica dei cittadini/contribuenti che vedrebbero le loro tasse impiegate sul territorio e nel quotidiano e non finire nei piloni di un avvenieristico ponte futurista; 6) realizzare nuove forme di PPP (Partnership Pubblico Private) tra amministrazioni, imprenditori locali e comunità, più contenute nelle somme forse ma che presentano di certo un valore aggiunto molto elevato, cioè la riappropiazione del senso del territorio, quindi la forma più alta di Responsabilità Sociale d’Impresa.

Parrebbe la quadratura del cerchio, il buonsenso. Forse, in Italia, il problema sta tutto lì. AC

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La buona economia: ricostruire comunità a L’Aquila.

L'Aquila, le chiavi della speranza: tornare ad abitare le proprie case del centro storico (foto: A. Corbino, 2011)

Sono stato a L’Aquila questo fine settimana, a due anni e mezzo dal terremoto del 6 aprile 2009, con gli studenti di business del programma di Arcadia University in Italia. Siamo entrati con un permesso speciale nella zona rossa, casco di sicurezza ben allacciato in testa in un deserto inanimato da scheletrici palazzi rivestiti di armature di ferro scintillante. Anche fuori la zona rossa, in quella parte del centro messa ora in sicurezza, la vita stenta a decollare. Per fortuna ci sono gli splendidi ultrà dell’Atalanta-calcio venuti a supportare, come spesso accade da 2 anni a questa parte, l’Aquila-rugby e a comparare, insieme a me e ai miei incantati studenti, un ottimo panino con salumi e formaggi locali: l’economia locale, per oggi, è debitamente incoraggiata. E anche l’unità d’Italia. Ma, rugby e formaggio a parte, la vita stenta davvero a decollare; e io temo che sarà così per decenni, perché soldi non ce ne sono più e perché le C.A.S.E. del governo sono costate una fortuna (pare 2.600-2.800 euro/mq) e sebbene siano nate per essere provvisorie, qualcuno magari potrebbe pensare che è un peccato dovere un giorno rismontarle! Così, tra le tante accuse che vengono mosse alla mancata ricostruzione vi è quella gravissima di aver disgregato il tessuto sociale aquilano: i terremotati vivono oggi in nuovi quartieri dormitorio che nulla, per ubicazione geografica e tipologia abitativa, hanno a che fare con le abitazioni in cui vivevano. Quindi un’efficace gestione dell’emergenza pare, ma pare che altrettanto inefficace sia stata la gestione della ricostruzione (su narcomafie.it potete trovare l’intero dossier di Libera sul caso) impostata dall’alto dalla famigerata/osannata Protezione civile. Per me: cattiva economia nel breve (sprechi? mancato coinvolgimento della comunità!), medio (mancata ricostruzione!) e lungo periodo (mancata ricostruzione?). Si poteva fare meglio, con poco sforzo e tanta trasparenza in più.

Ma poi siamo andati a vedere la buona economia, quella del riscatto, del coraggio, dell’innovazione. E abbiamo visitato il progetto EVA in cerca di ALMA di Pescomaggiore (frazione di L’Aquila): un EcoVillaggio Autocostruito in cerca del proprio progetto fatto di Abitare Lavoro Memoria Ambiente. Come le C.A.S.E. anche le case autocostruite del progetto sono nate per essere provvisorie (non saranno smontate ma destinate ad altri usi (didattici, turismo responsabile, rifugio di emigranti, ecc.) in attesa che gli abitanti riescano a riscostruire l’antica Pescomaggiore violentata dal terremoto. Al contrario del progetto C.A.S.E, queste case nascono a poche centinaia di metri dal villaggio, sono fatte di materiale ecocompatibile (struttura in legno rivestita di balle di paglia, perfettamente isolanti ed elastiche-antisismiche) e sono costate meno di 600 euro al metro quadrato, a quanto ci dice Isabella Tomassi, una della animatrici del Comitato Rinascita di Pescomaggiore ed abitante del progetto (www.pescomaggiore.org), nonchè nostra preparatissima guida a L’Aquila. Certo, nei costi ci sarebbe considerare la manodopera, perchè progetto e costruzione di EVA sono frutto del miracolo del volontariato. Ma pur mettendola in conto, non si arriverebbe al costo (economico e sociale) del progetto C.A.S.E.

E poi, come terza tappa di questo viaggio nell’anima (un po’corrotta e un po’santa) dell’Italia abbiamo fatto sosta nel gioiello Sextantio, un diamante riportato alla luce dal coraggio di un imprenditore che ha scommesso di tasca sua in un tipo di turismo diverso dalle tradizionali stazioni sciistiche della regione. Sextantio è un incredibile albergo diffuso a Santo Stefano di Sessanio, dove ogni dettaglio, nel cibo come nell’arredamento, cerca di recuperare la memoria e la forza dell’Abruzzo più vero. E recupera anche la speranza: a Sextantio, nonostante il terremoto che ha buttato giù la torre e tanto altro (ma non il morale), ci lavorano 15 fieri professionisti, per la maggior parte abruzzesi tornati a casa per condividere questo visionario progetto. E poi c’è l’indotto degli artigiani de i contadini che coltivano prodotti tipici, e…. L’utopia del capitale al servizio della comunità, dell’innovazione che sposa la memoria sembra oggi essere stata vinta, anche se il progetto Sextantio pare non avere mai fine. Parlando con Jacopo, mentre fuori infuria la bufera, viene infatti fuori che Sextantio supporta (andandoli a conoscere da vicino) alcuni progetti di cooperazione in Africa; e che, dopo Matera, altri alberghi diffusi sono in cantiere nella penisola, con buona pace di speculatori e palazzinari.

Pescomaggiore e Sextantio: per me due esempi, molto diversi tra loro  – è chiaro -  di buonaeconomia. Se dovessimo guardare a questi due esempi verrebbe da dire che in Italia ci sono tutti gli ingredienti per realizzare isole e poi arcipelaghi e poi una penisola intera di buonaeconomia. Dipende dal nostro coraggio, dalla nostra voglia di rischiare, di costruire futuro, comunità, condivisione. Ma, ahimè, anche dalla capacità delle istituzioni e della macchina burocratica di accompagnare e non di ostacolare (come troppo spesso avviene) questi percorsi di innovazione economica e sociale.

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Economia vs ecologia?

la soddisfazione dei bisogni primari: pesci e polpi essiccano al sole della Tanzania (foto: A. Corbino, 2010)

Personalmente non ho mai sostenuto la contrapposizione tra economia ed ecologia: la ritengo sterile, se non dannosa, per l’una e l’altra parte. Invece, ho sempre sostenuto un’integrazione tra queste due variabili, la prima essendo contenuta necessariamente nella seconda. Noi siamo uomini economici il cui agire collettivo ha un limite obiettivo  – ed è pertanto auspicabile che lo si riconosca come tale – nelle risorse del mondo in cui agisce, definito dall’ecologia appunto.

Su internet ho però trovato un video che contrappone (in maniera schematica: meno di 5 min.) le culture antiche (basate in massima parte sull’ecologia) alla cultura moderna basata sul concetto di sviluppo (inteso come crescita quantitativa). La metodologia comunicativa è interessante e rende pertanto il video (anonimo e in spagnolo) degno di essere visto: è la semplice illustrazione di un diagramma che paragona le due diverse culture e i valori che ad esse sottendono. Un aiuto in più per capire. AC

Il link: http://www.youtube.com/watch?v=b-L6hgMFHuE

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La pessima economia della finta emergenza rifiuti

La Regia di Carditello dietro i cancelli chiusi (foto: A. Corbino, 2011)

A Napoli l’emergenza rifiuti coinvolge anche i turisti. Capita così che un gruppo di economisti italiani e stranieri, in città per un convegno, mi abbiano chiesto di spiegare loro “le ragioni” dell’emergenza rifiuti. Con l’aiuto di Nunzia Lombardi, attivista del Comitato allarme rifiuti tossici, e Franco Spinelli, fotografo e “sentinella”,  abbiamo ideato lo SpazzaTour (riprendendo un’analoga iniziativa che ManiTese Campania realizzò un paio di anni or sono), un seminario di formazione itinerante nelle ex Campania Felix e Terra di Lavoro. Con immenso stupore i nostri ospiti hanno scoperto, tra rigogliosi filari di vite e frutteti carichi di pesche, lo scempio dei Regi lagni, sversatorio di ogni tipo di rifiuto tossico e la vergogna delle discariche di Stato malfunzionati, tra i Comuni di San Tammaro e Casaluce. E poi la deliziosa Regia di Carditello, recentemente ristrutturata e già in stato di vergognoso abbandono e chiusa al pubblico. In ogni caso: cattiva, pessima economia, un ingente uso di risorse pubbliche fine a se stesso, per pagare stipendi, far girare soldi, ma NON per risolvere i due problemi (quello della bonificia dei siti invasi dai rifiuti tossici e quello dei rifiuti urbani di Napoli) e creare le condizioni per lo sviluppo. Mi hanno chiesto il costo dell’emergenza ed ho citato un po’ di cifre a memoria cercando di spiegare quanto quei soldi fossero stati malamente spesi in 15 anni. Forse sarebbe bastato citare loro questo passo della Corte dei Conti: “..Nel corso dell’intero periodo emergenziale, le Strutture commissariali hanno gestito circa 2 miliardi di euro, oltre la metà dei quali provenienti da assegnazioni statali. I proventi da tariffa di conferimento hanno inciso in misura di poco inferiore al 30%, mentre, per la parte rimanente, trattasi, per lo più, di risorse di provenienza regionale. Quanto alle spese erogate, i costi di funzionamento delle strutture commissariali hanno assorbito circa il 13% delle risorse complessive (di cui il 20% per emolumenti al personale ed il resto per acquisizione di servizi). I contributi per il personale LSU assegnato ai Consorzi di Bacino per incentivare la raccolta differenziata hanno, invece,  rappresentato poco meno di un quarto delle spese totali, al pari degli interventi infrastrutturali realizzati per allestire gli impianti di supporto al sistema. Delle restanti voci di spesa, le più significative riguardano, nell’ordine, la remunerazione dei servizi di trattamento e smaltimento effettuati da FIBE s.p.a. (con priorità per le spettanze del relativo personale), i costi di gestione delle discariche comunali e consortili, le spese sostenute dai vari Commissari ad acta nominati per sostituire gli organi inadempienti e, soprattutto, i costi per il trasferimento dei rifiuti fuori Regione (di cui i soli costi di trasporto superano i 150 milioni di euro) (fonte: Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Campania “La gestione dell’ emergenza rifiuti in Campania” – 28 settembre 2010, pag 100).

Viene da chiedersi: se quasi tutto è stato speso in stipendi, affitto delle sedi, ecc., dove sono i soldi delle bonifiche, necessari a ripulire decine di chilometri di canali e milioni di metri cubi di terreni agricoli? Ma la vera domanda da porsi è: quanto è davvero costata l’emergenza rifiuti e quanto ancora costerà. Chi sa fare beni i conti, gli economisti che non fanno solo il conto della serva, vi direbbe che nel costo totale andrebbero aggiunte le spese sanitarie per curare chi si è ammalato di cancro a causa dei rifiuti tossici; e la perdita di valore del settore agro-alimentare; e la “desertificazione” di migliaia di ettari incapaci di produrre altro se non veleno; e la non balneabilità del litorale domizio; l’abbandono di centinaia di siti storici e archeologici;  la cattiva reputazione turistica, e l’emigrazione di migliaia di giovani. E ancora: quanto costa all’economia legale il continuo rafforzamento della criminalità organizzata che da questa vicenda continua a trarre da decenni profitti immensi? e quanto la mancanza di fiducia dei cittadini nelle istituzioni locali e nazionali, che è un capitale veramente indispensabile a un sitema di buon governo? Cos’altro ancora si può aggiungere? Se volessero (perchè di volontà si tratta) fare i calcoli seriamente, da economisti e non da ragionieri, a mettere nell’analisi costi benefici i reali costi dell’inquinamento, ci si accorgerebbe che tutelare i territori, la loro vocazione agricola, i loro patrimoni materiali e immateriali, e rispettare il lavoro e i valori della gente onesta, varrebbe qualsiasi investimento, che sarebbe ripagato. E invece, a posto di mostrare fieri ai turisti gli affreschi di Philip Hackert nella Reggia di Carditello ci siamo ridotti a farci il sangue amaro con lo SpazzaTour!

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La buoneconomia nella biocassetta

Lo Storto - orto urbano a Napoli, Posillipo (foto: A. Corbino, 2011)

La buoneconomia nella bio cassetta.

Il recente caso dei cetrioli tedeschi (?) killer, che si aggiunge alle tragedie della mucca pazza (2001), dell’influenza aviaria (2003, 2005), e della suina (2009), ha fatto  aumentare la domanda di sicurezza alimentare nei consumatori italiani, diventati più attenti e consapevoli. La grande distribuzione, al di là di marchi di facciata, non sembra poterla garantire, mentre la notizia che  quasi tutta la Penisola è disseminata di discariche abusive di rifiuti tossici, fa dubitare molto dell’origine e della qualità dei prodotti venduti dai dettaglianti o dai rubicondi ambulanti. Di certo la situazione nella province di Napoli e Caserta appare più preoccupante, perché è qui che la camorra e il cattivo Stato uccidono la loro gente, avvelenando terrei coltivabili e falde acquifere; è qui che  ogni giorno vengono avvistate immense colonnedi fumo nero che si levano dagli incendi di cumuli di rifiuti tossici disseminati nella campagne (cfr.: www.laterradeifuochi.it).
Ed è per questo che a Napoli sono rifioriti piccoli orti urbani, un fenomeno in costante crescita in tutt’Italia, di cui parleremo.

Ma c’è chi è andato oltre, facendo della sicurezza alimentare il proprio lavoro e un chiaro esempio di buoneconomia. Un paio di anni fa, alcuni giovani napoletani, partendo dall’Associazione AIReS (Incontro Rispetto e Solidarietà) e dal GAS che avevano attivato, hanno avviato alle falde del Vesuvio (a Volla, al confine con la periferia napoletana) una cooperativa sociale di tipo B che si occupa di distribuzione di fresco-biologico. Li ho incontrati e intervistati di recente e mi sono piaciuti assai!

Quello che i 4 soci di Bio Aires hanno fatto,  è semplicemente mettere in relazione la crescente domanda di sicurezza alimentare (in primis quelle delle loro famiglie) con un’offerta di biologico certificato presente nei territori circostanti, che altro non
aspettava che di essere valorizzato. BioAires si rifornisce da una serie di
produttori certificati principalmente della provincia di Salerno, quelli a
loro più geograficamente vicini, perché pare che la filosofia bio&slow promossa del
Parco Nazionale del Vesuvio, cioè in casa di Bio Aires, non abbia dato i frutti materiali e culturali auspicati.

Tramite il sito/mercatino, che ha circa 1.500 iscritti, i circa 500 clienti fissi ordinano una bio-cassetta, componendola come vogliono con prodotti di stagione, e poi la ricevono a domicilio o a punti di raccolta sparsi per Napoli e dintorni. La cassetta è un vuoto a rendere e anche la plastica di confezionamento è in materiale riciclabile (nonostante costi il doppio di una pellicola standard e non vi sia obbligo di legge a rigurado). Ogni sofroz va nella direzione dela corerneza con la filosofia del rispetto dell’ambiente, della valorizzazione dei prodotti tipici, la salvaguardia dei territori, del mangiare sano, dell’occupazione regolare e del rispetot delal fatica umana. Una pratica win win (cioè vincente per tutti)? Ovviamente no, perché a perderci quote di mercato sono i piccoli agricoltori che non si convertono al biologico, i trasportatori che guidano i TIR della GDO, i commercianti grandi e piccoli che vendono merce di qualità scadente. Ma loro rappresentano il passato, del quale a noi interessa ben poco. AC

Per maggiori info: www.progettoaires.org

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La cattiva economia dell’Alveare

copertina del volume Alveare

Alveare è il titolo del libro di Giuseppe Catozzella sul “dominio invisibile e spietato della ‘ndrangheta al Nord” . La metafora è indovinata: nel silenzio dell’operosità quotidiana, così come le api – prima che ve ne rendiate conto – costruiscono un alveare intero tra le finestre e le persiane di casa vostra, così la ‘ndrangheta, in 40 anni, “ha preso casa in Lombardia. L’ha trovata un luogo adatto e fertile in cui nidificare.”

Alveare è costruito come Gomorra: narrativa di denuncia basata su esperienze personali, episodi di cronaca e inchieste giudiziarie. Ed è ben scritto, a mio avviso molto meglio di Gomorra. La denuncia è quella di un’organizzazione criminale che ogni anno, grazie alla sola cocaina, fattura 15 miliardi di euro a Milano dove, seconda la Fondazione Negri, circa 150.000 persone ne fanno uso quotidiano. Un’organizzazione economica che punta sui giovani e che, secondo le tante inchieste giudiziarie, in quella regione contolla praticamente tutto: dall’assegnazione delle case popolari nelle periferie, dagli appalti della sanità pavese ai lavori su autostrade come la Torino – Venezia. Il tutto con la complicità e la compiacenza di politici e impenditori lombardi. Questa è di certo cattiva economia, anche se quello che spaventa di più è non riuscire a intravedere i confini dell’immensa zona grigia plasmata dal riciclaggio del denaro proveniente da attività illecite propriamente dette: il grigio delle pizzerie, discoteche, negozi, società di servizi, cooperative di frutta… l’alveare descritto nel libro è davvero senza fine.

La domanda è questa: com’è che queste inchieste giudiziarie e i morti ammazzati non hanno avuto eco sui media nazionali.. in trent’anni? Non è che, come suggerisce l’autore, il Nord deve restare nell’immaginario collettivo la terra immacolata di Abele, e il Sud quella di Caino, del male? Se dovessimo giudicare dal poco successo che questo bel libro sta riscuotendo (soprattutto se paragonato a Gomorra che metteva a nudo i cancri del Sud) dovremmo forse dedurne che sia proprio questa la ragione. E invece tutti dovrebbero leggerlo, per conoscere, reagire, attivarsi e denunciare, come suggerisce uno dei protagonisti (neri) del libro. L’alternativa è che la ‘ndrangheta e le altre onnipotenti mafie si ri-innamorino delle loro terre e delle loro genti e comincino ad investire i loro immensi patrimoni in cultura, sostenibilità, energie alternative, ricerca, università, recupero dei centri storici; ciò equivarrebbe a sancire la definitiva sconfitta dello Stato, ma almeno a rimetterci non sarebbero più i cittadini italiani.

Giuseppe Catozzella “Alverare” Rizzoli, 2011, € 17,50. Il prezzo scoraggia, ma il libro vale.

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Responsabilità sociale d’impresa: il caso Astorflex come caso studio del valore “fiducia”.

 Astorflex (www.astorflex.it) è un calzaturificio del mantovano, citato pressochè da ogni testo di buonaeconomia (e da Report-Rai3) come (la) buona pratica di industria manifatturiera italiana di qualità, sostenibile e competitiva, grazie anche vendita on-line e al network dei GAS. A leggerla così Astorflex sarebbe la quadratura del cerchio: tradizione, innovazione, manodopera italiana, fatturato in aumento, rispetto per l’ambiente, filiera corta. Ma (forse) non è tutto oro quello che luccica. Un’attivista di un GAS milanese (Ersilia Monti – GAS LoLa) ha scritto una lettera aperta a titolo personale (diffusa tramite mailing-list, 17 aprile 2011) a Astorflex e a X i GAS (una sorta di distributore?) per evidenziare alcune contraddizioni di questa Responsabilità Sociale apparentemente incompiuta. Non riporto la lettera (mi hanno fatto notare che è troppo lunga per un blog – e si trova comunque in rete), ma credo che il caso meriti na riflessione a prescindere dalle ragioni della sig.ra Monti e di Astorflex. Personalmente sospendo il giudizio sia sull’azienda sia sui contenuti della lettera, che comportano una serie di approfondimenti e ragionamenti anche di tipo legale (ad es: ma davvero bisogna essere autorizzati ad usare la parola GAS ? Se sì, chi ne ha titolarità?). A me preme sottolineare come, nella buonaeconomia, la fiducia del consumatore sia un valore concreto e non astratto, che risiede in un rapporto reale (più o meno diretto, in genere poco mediato) tra consumatore/utente e produttore/fornitore; e come l’attività di watch-dog (cane da guardia) delle organizzazioni di base sia non solo necessaria, ma sia garanzia dello stesso rapporto di fiducia. Banche, botteghe, cooperative che propongono vie alternative hanno successo e potranno avere successo solo fino a quando siano coerenti al massimo con i principi con cui si ispirano: derogare non è consentito, pena la ritorsione immediata di quello stesso pubblico che, con coraggio e volontà, ne ha decretato il successo. Questo è uno dei grandi valori aggiunti che l’economia solidale  presneta rispetto alla economia tradizionale in cui, caua una filiera produttiva troppo lunga e mediata, il valore della fiducia ha perso il suo significato originario ed è stato “dirottato” principalmente sulle caratteristiche del prodotto (aspetto, resistenza, confort) che sul processo produttivo. AC

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Responsabilità sociale d’impresa e Apple

I quotidiani di tutto il mondo in questi giorni riportano che la Apple, la più innovativa fabbrica di sogni tecnologici, ha ammesso la presenza di minori di 16 anni negli stabilimenti di suoi fornitori in Cina. E pare che abbia preso provvedimenti, chiudendo i contratti a tali fornitori. A prescindere dal perchè Apple abbia preso (se realmente lo ha fatto ) questa saggia decisione (amore per l’etica o mero calcolo sul ritorno d’immagine?) resta un dato da chiarire: come mai anche una multinazionale fuori mercato come la Apple – i suoi prodotti non temono concorrenza, sono un “mondo a parte” - non riesce ad immunizzarsi dalla piaga del lavoro minorile? Ed è realmente possibile parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa in aziende che operano in un mercato così globale? E ancora: può esistere a questi livelli, un mondo tutto bianco, cioè un contesto in cui le regole siano rispettate al 100% (in campo ambientale, come in quello di diritti dei lavoratori), o dobbiamo solo accontentarci della sfumatura di grigio più chiara, dell’azienda meno-peggio?

A sentire alcuni attivisti cinesi parrebbe che ci si può solo accontentare; di seguito un estratto dall’articolo di Repubblica.it (15 gebbraio 2001). “Riguardo ai casi di avvelenamento, l’ambientalista Ma Jun, fondatore in Cina dell’Istituto per gli Affari pubblici e Ambientali, ha dichiarato che è positivo che Apple abbia finalmente riconosciuto il problema, ma ha aggiunto: “Questo rapporto dimostra che Apple non è ancora disposta ad accettare il controllo del pubblico. Avevamo elencato i nomi di alcuni fornitori della Apple ma nel rapporto non ne viene fatta menzione”. Reazione scettica anche da parte di Debby Chan, dell’associazione Hong Kong’s Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour, secondo la quale è impossibile monitorare ciò che fanno gli appaltatori di Apple perchè l’azienda si rifiuta di identificarli o di dire quanti sono. Secondo la Chan, il rapporto sarebbe dunque soltanto un esercizio di immagine e non un genuino sforzo al fine di garantire i diritti dei lavoratori“. AC

Visto che questo è un blogArchivio, aggiungo un anno dopo un’integrazione, che tratta dell’avvedimento di Apple, nelle vesti del successore di Steve Jobs, mr. Tom Cook, di rivedere le loro politiche di appalto all’estero.

Riporto dall’articolo di Repubblica.it del 29 marzo 2012 (a firma di Angelo Aquaro): “La fabbrica della morte ha riconosciuto le incredibili violazioni che in tutti questi anni hanno oppresso la salute e il portafoglio di più di un milione e duecentomila dipendenti arricchendo Steve Jobs e gli altri capitani dell’hi-tech: dalla Dell all’Hp”. L’intero articolo lo trovate al seguente link: http://www.repubblica.it/economia/2012/03/29/news/foxcomm_cox-32434290/?ref=HREC1-7   . Un altro piccolo passo di civiltà nel segno della Responsabilità Sociale d’Impresa. AC

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Il capitale delle relazioni – recensione

Il capitale delle relazioni, AE, 2010

Il Capitale delle relazioni” a cura del Tavolo per la Rete Italiana dell’Economia solidale, Altraeconomia edizioni, 2010, pagg. 200, € 14,00.

 Il sottotitolo “come creare e organizzare gruppi d’acquisto e altre reti di economia solidale, in cinquanta storie esemplari” svela la doppia faccia di questo utile libro, che è un manuale pratico di “organizzazione sociale” e, allo stesso tempo, storia e geografia della rivoluzione di economia solidale che sta attraversando, con passo lento ma deciso, la nostra martoriata penisola.

Il libro è curato dal Tavolo della Rete Italiana dell’Economia Solidale (Res), ed è quindi un lavoro a più mani; mani callose, quelle di chi queste 50 storie le ha realmente scritte tramite interminabili riunioni, duro lavoro nei campi, gioiosa organizzazione di fiere e veglie di resistenza al potere mafioso. Questo è certamente il valore aggiunto di questo libro, che parla in maniera semplice di esperienze reali, portando casi organizzativi concreti.

Il libro è inoltre prezioso perché, come si diceva, è uno spaccato ampio e variegato su quell’universo di piccoli attori che l’economia ufficiale (quelle dei Ministeri e delle Accademie) si ostina a non riconoscere e che invece ha fatto dell’Italia un caso studio unico al mondo di efficace ed efficiente alternativa economica e sociale.

Fin qui quello che ho trovato, e che ho trovato entusiasmante fin quasi alla commozione. Ma ci sono anche cose che non ho trovato e che inducono alcune riflessioni. 1) Scarsi riferimenti economici. Se è pur vero che il focus del libro è l’organizzazione, è anche vero che, date per scontato la sostenibilità ambientale e sociale, l’economia solidale ha bisogno di dimostrare la sua sostenibilità economica, che è il vero nodo cruciale. I pur utili riferimenti all’aumento del numero di espositori e di visitatori alla fiere, o ai maggiori margini di guadagno che i produttori ottengono appoggiandosi a un GAS, non sono a parer mio sufficienti a (di)mostrare la validità economica di questi progetti. 2) La scarsa rappresentazione e rappresentanza del Mezzogiorno tra le 50 storie esemplari, solo in parte giustificata dal fatto che questa rivoluzione è partita e si è radicata al Nord. Tanto invece è dovuto alla incapacità delle tante associazioni del Sud a mettersi insieme, organizzarsi e fare massa critica per poter esprimere progetti di lungo periodo e di ampio respiro. Altrettanto peso ha l’incapacità di comunicare (organizzazione e comunicazione sono 2 punti deboli tipici nel non profit) i propri piccoli o grandi risultati, di fare rete con l’esterno e di attirare l’attenzione di interlocutori pur interessati come la redazione di AltraEconomia.

Giudizio: da leggere e consigliare anche a chi non abbia un interesse specifico in materia.

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buona economia e responsabilità fiscale

Graffito polacco (foto A. Corbino, 2009)

Il Sole 24 Ore, come gli altri principali quotidiani del Paese, riporta oggi estratti del Rapporto 2010 della Guardia di Finanza. Ecco alcuni dati (agghiaccianti) per introdurre il nostro ragionamento e per comprendere la vastità e la complessità del fenomeno: 1) 8.850 (parenti a 10mila!!!!) contribuenti completamente sconosciuti al fisco, che hanno occultato reddito per oltre 20 miliardi di euro e non versando IVA per 2,6 mld. 2) complessivamente ricavi e compensi non denunciati hanno sfiorato quota 50 mld (il 46% in più rispetto al 2009), di cui 10,5 all’estero (in particolare: Lussemburgo e Svizzera.. viva l’Europa!); 3) 30,4 mld di Irap evasa (+ 700%); 4) sequestrati alle mafie patrimoni per 3 mld euro; 5) sequestrati 110 milioni di prodotti contraffatti e pericolosi; 6) smascherati 4.500 (!!!) falsi invalidi e finti poveri; 7) denunciate 1.131 persone per aver riciclato 3 mld di euro; 8 ) sequestrati 2.000 punti di scommesse clandestine; 9) 3.135 arresti per droga e sequestri di oltre 20 tonnellate di stupefacenti.

Per dare un peso ancora maggiore a questi dati mi permetto di ricordare quanto segue: a) la finanziaria (ddl stabilità) 2011 vale solamente circa 5,8 mld di euro!!!, cioè un decimo circa dei ricavi non dichiarati cui si è fatto cenno b) 25.000 euro lorde farebbero la felicità e la stabilità di tanti lavoratori e (e famiglie) oggi disoccupati o precari! Quanti ricercatori, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, poliziotti, finanzieri, potremmo pagare se tanti non evadessero il dovuto??? Pensateci quando le ambulanze non arrivano, quando le aule dei nostri figli sono sovraffollate, quando le gazzelle dei carabinieri non possono vigilare perchè manca la benzina; pensate se la colpa non è anche, un poco, del ristorantino giapponese preferito (nessun riferimento a quello di fronte al San Carlo di Napoli) che non ti fa una ricevuta manco se lo preghi in ginocchio…

Le cause di questa scandalosa situazione sono molteplici e di certo un ruolo fondamentele gioca la scarsa fiducia nella istituzioni e in come queste usano i nostri soldi. Ed è certo un serio campanello d’allarme (che suona a vuoto da troppo tempo) che alcune delle icone nazionali sia siano macchiate di infedeltà fiscale (tra gli altri Luciano Pavarotti, il mio mito Valentino Rossi, Dolce&Gabbana) ed è forse ancor più grave al posto di essere puniti e socialmente emarginati questi individui siano invece stati perdonati se non ”coccolati” dalla Stato (a D&G è stato affidato il design della nazionale di calcio per i Mondiali 2010!). Ma la ricerca delle cause non è obiettivo di questo post, nè tantomeno del blog che cerca invece di capire cosa ognuno di noi può fare per contribuire a costruire un’economia più responsabile, anche nei suoi aspetti fiscali.

Innanzitutto (pare ovvio, ma non diamolo per scontato): essere noi stessi contribuenti responsabili, per quanto assurdo possa sembrarci. Mi vengono poi in mente 2 azioni, una diretta e l’altra indiretta. La prima: ognuno di noi è cliente, consumatore, acquirente, almeno una volta ogni giorno: il trancio di pizza, la riparazione del lavandino, la “pezza” al mercatino, l’affitto di casa, tutto ciò che viene pagato deve avere una ricevuta che comprovi il passaggio di denaro in cambio del bene / servizio. Pretendete scontrino (controllate che sia fiscale) o fattura e non fidatevi del negoziante che vi propone sconti in cambio del mancato scontrino. Chi incassa a nero non vi fa nessun piacere, anzi: non paga l’Iva nè imposte su quell’incasso (quindi oltre il 30%, ben oltre lo sconto a voi proposto) e costringe voi a pagare la parte di tasse che lui non ha pagato. Sul sito della Guardia di Finanza vi sono una seri di consigli utili su come evitare di rendersi complici dell’evasione fiscale (http://www.gdf.gov.it/GdF_per_il_cittadino/Consigli_Utili/info-2066592569.html).  La seconda cosa che possiamo fare è un’azione indiretta, di quotidiana protesta e denuncia finalizzata a migliorare l’efficacia ed efficienza dei servizi pubblici, dai disservizi in ospedali o nei trasporti agli sperchi delle opere pubbliche mai finite, alla scarsa manutenzione urbana. L’efficacia della spesa pubblica è difatti un incentivo fondamentale per ricostruire quel rapporto di fiducia tra cittadino-contribuente e Stato – sanguisuga e per evitare che lo scoramento porti ad occultare redditi che spesso servono per acquistare beni o servizi privati sostitutivi della prestazione pubblica (la scuola privata invece della pubblica,…). Così facendo, nel lungo periodo si potrà forse riuscire ad affermare anche in Italia il principio del dovere di contribuzione (riconosciuto tra l’altro nella Costituzione) come necessario all’esistenza stessa di un sistema economico nazionale e di una nazione.

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Propositi di buona economia per l’anno nuovo

Harlem Tube, NYC (foto: A. Corbino, 2010)

Una notizia riportata oggi sui principali quotidiani italiani mi fornisce l’occasione di parlare di “buoni propositi di buona economia” per il 2011. Pare che negli USA, dove ogni iniziativa, per quanto banale o casereccia che sia, dotata di un perfetto slogan diventa comunque notizia planetaria, alcuni cittadini abbiano deciso di “vivere con 100 cose”, di fare “minima addizione e massima sottrazione”. Un’operazione di downsize, cioè di decrescita, di liberarsi dal superfluo che in Italia si sta sperimentando da molti anni e con successo  - evidentemente non mediatico!. E’ difatti già nel 1993 (quasi 20 anni!) “Beati costruttori di pace” lanciarono la campagna “Bilanci di Giustizia” (www.bilancidigiustizia.it) in cui si invitavano le famiglia a modificare i loro consumi e il loro agire economico secondo giustizia, cioè dando il giusot valore alle cose, comprese quelle che si perdevano (ad esempio: il non vedere crescere i propri figli in nome di maggior guadagni). Negli USA stanno finalmente cominciando a fare “educazione ai consumi e al credito, anche se, per quanto concerne questo secondo aspetto, i media riportano solo la volontà a “vivere entro i limiti del proprio reddito”, mentre non fanno riferimento agli aspetti di risparmio etico-solidale – fondamentali per chiudere il cerchio in coerenza – come le Mag o Banca Etica in Italia. Né si menzionano il risparmio energetico o la qualità dei consumi. Tant’è.. speriamo che almeno questa nuova moda a stelle e strisce serva a far riflettere e diffondere questa iniziativa, e che negli USA tutti mettano il downsizing tra i buoni propositi per l’anno nuovo; pare che “il 77% degli americani di ogni età si dice convinto che per migliorare la qualità della vita oggi le relazioni con gli altri esseri umani sono più importanti del benessere materiale”.  In Italia, mi piacerebbe che questi potessero essere i nostri buoni propositi di buona economia (scegliete voi il livello di impegno – MIN o MAX).

Consumi 1:  MIN = Spendere meglio (ad esempio: bio, commercio equo, made in Italy, filiera corta)  MAX : Cercate di aderire o create un GAS (Gruppo di acquisto solidale) – www.retegas.org  Consumi 2: MIN = Riparare un oggetto che volevate sostituire -       MAX = Fare del recupero un hobby

Ambiente 1/Mobilità: MIN = Car sharing e mezzi pubblici  MAX =  Mezzi pubblici e andare a piedi/bici  Ambiente 2/Rifiuti: MIN = fare correttamente differenziata         MAX = produrre meno rifiuti (ad es: compostiera in giardino!)  Ambiente 3/Energia: MIN = sostituire tutte le lampadine di casa con quelle a basso consumo; spegnere luci   MAX = Pannelli solari, fotovoltaici; isolamento abitazione. Ambiente 4/Acqua: MIN = chiudere i rubinetti, mettere i diffusori; bere l’acqua del rubinetto! MAX = lottare per l’acqua pubblica.   Ambiente 5/ Verde: MIN = piantare semi e trapiantare alberi, in giardino o nei parchi pubblici!   MAX = fare guerrillagardening (giardinaggio libero d’assalto) – www.guerrillagardening.it

Solidarietà locale 1. MIN = Interessatarsi al vicinato.  MAX = Fare volontariato presso una casa di riposo, un ospedale pediatrico   Solidarietà locale 2. MIN = fermatevi a chiacchierare e donate il vs superfluo agli extracomunitari   MAX = inviate alla vostra tavola uomini e donne extracomunitari.   Solidarietà internazionale. MIN = donate a una Ong di cui vi fidate. MAX = Adottate e fate volontariato per una Ong di cui vi fidate

Credito. MIN: prendete informazione sull’etica e la politica delle vs banche (www.banchearmate.it)  MAX: spostate i vostri risparmi su istituti che abbiano più a cuore l’economia locale e i vostri valori (Mag, BCC, Banca Popolare Etica, EtiCredito)

Finanza. MIN: pretendete lo scontrino/ricevuta fiscale ad ogni acquisto MAX: denunciate gli evasori (117) e anche gli sprechi di denaro pubblico

Letture. MIN: leggere i libri di Altreconomia (www.altreconomia.it) MAX: abbonatevi a Valori, rivista di economia solidale e finanza etica (www.valori.it)

Turismo. MIN: visitate i borghi interni, quelli meno conosciuti d’Italia; alloggiate in piccole strutture gestite a livello locale. MAX: informatevi sul Turismo Responsabile e come praticarlo (www.aitr.org).

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Isole n° 4: il buon regalo

Natale a Napoli (foto A. Corbino, 2009)

Il racconto. “Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi.” Charles Dickens, A Christmas Carol, 1843

Il mare tempestoso. C’è poco da dire. A quelle sue parole forse non credeva neanche Dickens, e di certo non sembrano crederci oggi tutte quelle persone per cui Natale non è più gesùbambino, con la sua nascita carica di simbolismo, ma è invece babbonatale, con la sua panciona da grande obeso, la sua slitta carica di pacchi infocchettati. Natale è il momento dela follia collettiva, della corsa al superfluo, dello spendere per dimostrare, per ricambiare non si sa cosa. Sarebbe bello, per una volta, arrivare al 25 dicembre dicembre, incontrarsi con chi si vuole davvero incontrare, e dirsi: il mio regalo a te è il mio tempo, la mia sincerità, le mie notti insonni assieme a te, la mia spalla per piangere e per ridere, oggi e per i giorni che verranno. Una sorta di promessa matrimoniale formato famiglia. Vero è che scambiarsi doni è comunque un bel gesto… e forse è davvero “culturalmente irrinunciabile” per molti. Lo comprendo: ma, se allora regalo deve essere, che almeno “buon regalo” sia.

Le isole del buon regalo. Per una volta, le isole possiamo essere noi, orientando la nostra spesa natalizia. Il che, è importante sottolinearlo, non significa fermare l’ecnomia, ma orientrala verso un sentiero di responsabilità e sostenibilità: i soldi che spendiamo vanno a beneficio di produttori a noi vicini, non inquinano, danno ossigeno ai saperi locali. Con i nostri soldi possiamo, più o meno direttamente, addirittura far rivivere borghi abbandonati, tradizioni dimenticate,  incoraggiare chi caparbiemente si sotna a coltivare la terra e a pascolare pecore nell’era della globalizazzione. Facciamo quindi regali intelligenti. Cosa acquistare dunque? Prodotti tipici: appena potete, invece di andare ad accalcarvi nelle strade del centro, fate una scampagnata alla scoperta degli angoli nascosti della nostri regioni, scrigni senza fondo di diversità culturale. Mangiate in una trattoria tipica e ritornate con vino, olio d’oliva, miele, salumi, formaggi e artigianato artistico. Ecco pronti, con l’aggiunta di un piccolo ed economico fiocco, graditissimi regali (a volte, specie sotto Natale, è possibile avere piccoli  fiere di prodotti locali proprio sotto casa vostra). Prodotti del Commercio equo e solidale: caffè, zucchero cioccolata e artigianato proveniente dai Paesi del sud del mondo i cui prezzi sono decisi all’origine dai produttori riuniti in piccole cooperative (vi spiegherò tutto con calma prossimamente; per ora: fidatevi!). In alternativa scovate qualche negozio di prodotti biologici italiani, che fanno bene alla salute e alla natura. Regalate soggiorni in agriturismo e viaggi in genere, perchè il viaggio è conoscenza (evitate possibilmente quelli organizzati, poi vi spiego!). E poi: acquistate parole e musica: concerti o buoni dischi e buoni libri rilassano, aprono la mente, danno emozioni. Oppure abbonamenti a riviste e periodici di informazione utile (!). Tutte cose di cui abbiamo un grande bisogno. E approfittatene voi stessi per regalarvi musica che non ascoltate e libri che non leggete. In più un consiglio, trasversale a tutti quelli di prima: cercate di evitare di acquistare articoli con troppi imballaggi (come l’indistruttibile polistirolo) e di usare tonnellate di carte e nastri per impacchettare i regali. I regali sono come le persone: conta il contenuto, non il contenitore. E poi di spazzatura ce n’è già troppa (io scrivo da Napoli, la cosa è terribilmente seria!). Per finire due regaloni. Uno molto impegnativo, ma è il migliore che ci sia: adottate un bambino a distanza (ma attenzione a chi affidate i vostri soldi, perdete un po’ di tempo ad approfondire). O almeno, se non ve la sentite, regalate “donazioni” a associazioni e organizzazioni serie, di quelle che cercano davvero di rendere il mondo un posto più accettabile (Amnesty, Mani Tese, Emergency, Greenpeace,… ce ne sono molte: cercate di conoscerle e.. adottatele!). Il secondo, non costa nulla ma fa bene a molti: regalate silenzio. Un bene preziosissimo e sempre più raro, soprattutto nelle nostre città.

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Isola n.3: la buona edilizia nel mare della speculazione

 

Mare negato e abusivi edilizi a Castelvolturno (foto: A. Corbino, 2008)

Il racconto: “Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa di tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto… tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti si infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e d’alberghi verdi come un bosco.. ora più nulla: non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro” (Italo Calvino, La speculazione edilizia, 1963)

Il mare tempestoso. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera (3 dicembre 2010) riprende la denuncia dell’archeologo Salvatore Settis (già direttore della Scuola Normale di Pisa) nel libro Paesaggio, Costituzione, Cemento (Einaudi).  In Italia “negli anni tra il 1991 e il 2001 l’Istat registra un incremento delle superfici urbanizzate del 15%, ben 37,5 volte superiore del modesto incremento demografico degli stessi anni (0,4%), mentre negli anni successivi l’incremento delle superficie edificata è stato del 7,8%”. Come dire: la speculazione edilizia non è giustificata dall’incremento demografico. “Tra il 1990 e il 2005, la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) si è ridotta di 3 milioni 663 mila ettari, un’area più vasta delle somma di Lazio e Abruzzo: abbiamo così convertito, cementificato o degradato in 15 anni, senza alcuna pianificazione, il 17.06% del nostro suolo agricolo… Ogni giorno vengono cementificati 161 ettari di terreno (251 campi di calcio!)”. Di questo dovremmo ricordarci quando le inondazioni ricoprono in poche ore (come avvenuto di recente in Veneto e in provincia di Salerno) strade, città ed aziende; quando le montagne vengono giù in pochi attimi, seppellendo vite ed economie, come a Sarno nel 1998 o nel messinese nel 2009. Pertanto la polemica sul cambiamento climatico  è sterile, e non porta a niente perché riguarda il futuro; a noi deve interessare soprattutto il presente, dove esistono alcuni dati di fatto: “il quadro degli impatti previsti risulta particolarmente critico per l’Italia, che soffre peraltro di condizioni di dissesto idrogeologico del territorio che compromettono la capacità di rigenerazione delle sue risorse, nonché la sua capacità di mitigare gli effetti di eventi climatici estremi… In generale, il clima italiano sta infatti diventando più caldo e più secco, in particolare nel Sud, a partire dal 1930. Nello stesso tempo, in tutta l’Italia settentrionale, l’intensità delle precipitazioni è andata crescendo negli ultimi 60-80 anni, con un aumento del rischio di alluvioni in questa regione, in particolare nella stagione autunnale quando il rischio di alluvioni è massimo..” (fonte: ISPRA, Ministero dell’Ambiente). Quindi: non si può continuare a cementificare, ad aggiungere superfici e cubature inutili alla nostra penisola, in cui il 70% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Non si può continuare con la logica dell’emergenza: costa troppo in termini economici ed etici. Si deve, invece, risanare il territorio, riqualificare e ristrutturare gli edifici esistenti: l’edilizia e l’economia possono ripartire anche da qui! O, laddove non se ne possa fare a meno, bisogna costruire secondo buon senso, usando criteri di ecocompatibilità e bio-ediliza. Il costo di costruzione sarà maggiore? No, se a questi costi delle 4 mura di cemento tirate su in fretta saremmo poi costretti ad aggiungere quelli per il risanamento del territorio, per i danni alle aziende, per i morti inutili. Nell’analisi costi benefici, la buona economia deve metter in conto tutti i costi, compresi i potenziali danni e vantaggi.

Le isole di buona economia. Per fortuna, in questo campo sono diverse le isole di buoneconomia emerse grazie al buon senso e al genio italico. Ve ne segnalo alcune di certo degne di nota. 1. Il Paese – albergo. Invece di costruire nuove e decontestualizzate  strutture turistiche (spesso veri e propri ecomostri), alcuni avveduti amministratori locali hanno stretto partnership con imprenditori responsabili per promuovere il recupero di centri storici e di borghi antichi a fini turistici, trasformandoli appunto in Paesi Albergo. I luoghi non sono così nè deturpati, nè snaturati, perchè la “comunità originaria” continua a fare la sua vita in loco. Anzi, i progetti più sostenbili sono proprio quelli in cui la popolazione locale viene coinvolta nell’investimento e la gestione del PA. Ve ne sono in tutta la penisola, cercateli!  2. L’ecovillaggio di Pescomaggiore. A volte non si può fare a meno di costruire, come dopo un terremoto. Così, dopo la tragedia dell’Aquila del 6 aprile 2009, un gruppo di cittadini si sono rimboccati le maniche e, con il supporto volontario di geometri e architetti  hanno costruito 7 villette eco-sostenbili, integrate nel territorio e sicure, con pochissime risorse economiche (esclusivamente donazioni private). 3. L’auto-costruzione. L’idea viene dal nord Europa, e da qualche anno l’associazione Alisei supporta progetti di auto-costruzione in molte regioni italiane: Le amministrazioni offrono pratiche burocratiche semplificate e sussidi e alcune banche attente al territorio (ne parleremo in un altro post) fanno crediti agevolati. ci si mette insieme con amici, immigrati, o futuri vicini di casa. E la casa si costruisce collettivamente, lavorando il fine settimana e nelle feste. Si arriva così ad abbattere i costi fino al 40%, si sfugge agli speculatori e si instaura, da subito, un clima di buon vicinato, integrazione e solidarietà, necessario a qualsiasi comunità.

Letture e links utili. Libri su cemento selvaggio: F. Erbani, L’Italia maltrattata, Ed. Laterza, 2003; Links: 1) Ecovillaggio in Abruzzo =http://eva.pescomaggiore.org ; 2) Autocostruzione = www.alisei.org/italia/autocostruzione.html

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Isola n.2: le “isole rifiutizero” nel mar di monnezza

Napoli, lungomare dei rifiuti, un giorno qualsiasi (foto A. Corbino, 2010)

Le isole rifiutizero nel mar di monnezza.

Il racconto. “La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni… Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio… Più che dalle cose che ogni giorno vengono comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove… Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso…Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città si espande e gli immondezzai devono arretrare più lontano. .. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula… Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo.. più cresce in altezza più incombe il pericolo di frane… e una valanga di scarpe spaiate, di calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere… Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo,  estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stessi, allontanare i nuovi immndezzai”. (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972).

Il mare tempestoso. E’ quello, ad esempio, dell’emergenza rifiuti a Napoli.  Tre precisazioni: 1) i rifiuti urbani non sono un problema, almeno nei Paesi ricchi civili (la cosa a volte non coincide). Dal punto di vista economico sono semplicemente la fase finale di processi economici che vedono i prodotti nascere, essere utilizzati e infine morire; questa fase finale viene gestita, per convenzione, non più dalle industrie che fabbricano, ma dalle amministrazioni locali dove vivono i consumatori. In alcuni posti, quali le grandi metropoli del sud del mondo o Napoli, Palermo (e forse presto anche Roma e altre se non si prendono provvedimenti) la politica non è stata capace di assolvere in maniera corretta a questo rodinario compito, creando i disastri che ben conosciamo. 2) quando si parla di problema rifiuti in Campania bisogna ricordare che  è una grande regione e che molte aree sono da questo punto di vista virtuose (BN, AV, alto casertano, Cilento, penisola sorrentina..). Generalizzare sarebbe fare un enorme torto a quelle amministrazioni e quelle comunità che hanno sempre lottato per l’integrtà dei loro terriotori, delle loro produzioni tipiche, ecc. 3) E’ necessario separare l’emergenza rifiuti urbani (di cui ci occupiamo in questo post), più vistosa e visibile, dalla tragedia del traffico dei rifiuti industriali seppelliti illegalmente e impunemente per oltre 30 anni nelle campagne tra Napoli e Caserta. Purtroppo le indagini delle autorità inquirenti portano alla luce discariche di morte anche in altre province (in Umbria, Piemonte, Liguria..), e spesso nei pressi di impianti industriali (altro che responsabilità sociale d’impresa). Questa tragedia non va dimenticata ma, al contrario, va ulteriormente approfondita e indagata (a tal proposito si consiglia la visita al sito:  http://www.laterradeifuochi.it/).

Le isole di buona economia. I rifiuti urbani mal gestiti causano spreco di denaro pubblico, alta conflittualità sociale, sfiducia nelle istituzioni, danni diretti ed indiretti agli altri settori economici (turismo, agricoltura,..). Invece trattare in maniera corretta i rifiuti urbani è una politica grazie alla quale tutti vincono: i cittadini (che vivono in un ambiente sano, e a volte, pagano meno tasse sui rifiuti); l’amministrazione (che spende meno per il conferimento dell’indifferenziato e guadagna dalla vendita del materiale differenziato) e ha più risorse per rispondere ai bisogni delle comunità; le aziende che utlizzano il materiale riciclato; l’occupazione, perchè con il denaro risparmiato si possono stipendiare nuovi addetti in quello o in altri settori; l’ambiente, più vivibile e privo di rischi gravi (come l’inquinamento dei corsi d’acqua). Esistono in tutta la penisola, a Nord come a Sud, numerosi esempi di Comuni (medi e piccoli) che si sono votati all’obiettivo rifiuti zero, cioè ad adottare una strategia che punta gradualmente a ridurre i rifiuti urbani tendendo allo zero, appunto. E’ una strategia che mira prima di tutto a NON produrre rifiuti, e solo in un secondo momento a raggiungere altissime percentuali di raccolta differenziata di ciò che viene “rifiutato”. Il cerchio non deve solo chiudersi ma restringersi: un rifiuto non prodotto è un rifiuto che non va smaltito! Il più noto caso in Italia di isola a rifiutizero è il Comune di Capannori (Lucca): negli ultimi 3 anni ha ridotto di oltre il 20% la produzione totale dei rifiuti (- 0,45% pro capite) che nel periodo precedente faceva invece segnare un + 5% annuo; la percentuale di raccolta differenziata è giunta all’82% (è il terzo Comune virtuoso a livello regionale). Proprio a Capannori è stata inaugurata in questi giorni la prima compostiera collettiva a uso pubblico del territorio comunale e la prima in Italia, che è stata collocata alla mensa comunale, situata proprio alle spalle della sede del Comune. La macchina ‘mangiarifiuti’ trasformerà in compost di qualità gli scarti di cucina e dei pasti.

Esiste una serie di network di enti pubblici e privati, a livello nazionale, europeo ed internazionale per identificare strategie volte ad ottenere zero rifiuti: ne riporto di seguito i principali.

Fonti e Links utili: 1) http://www.zerowasteeurope.eu/ 2) http://www.arcplus.org     3) http://www.comunivirtuosi.org/index.php/strategia-rifiuti-zero                                         4) http://www.rifiutizerocampania.org/

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Isola n.1: il Last Minute Market nel mare dello spreco alimentare

Il racconto.Insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi ti prende un’invidia, un crepacuore, e non resisti più. Allora Marcovaldo, dopo aver raccomandato alla moglie e ai figlioli di non toccare niente, girò veloce a una traversa tra i banchi, si sottrasse alla vista della famiglia e, presa da un ripiano una scatola di datteri, la depose nel carrello. Voleva soltanto provare il piacere di portarla in giro per dieci minuti, sfoggiare anche lui i suoi acquisti come gli altri, e poi rimetterla dove l’aveva presa. Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, 1963).

Il mare tempestoso. Negli ultimi 35 anni lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%, mentre il numero di persone sovrappeso ha raggiunto quello delle persone denutrite: 1 miliardo, il che significa che 2 miliardi di persone, circa il 30% della popolazione mondiale, o mangia troppo poco o mangia troppo e male. Negli USA il 25% degli alimenti perfettamente commestibili viene distrutta; anche in Svezia, paese simbolo del buon equilibrio tra welfare e mercato, ogni famiglia getta via il 25% del cibo acquistato. In Italia lo spreco di prodotti ancora commestibili è di circa 20 milioni di tonnellate, pari a un valore di mercato di 37 miliardi di €, pari a circa 3% del PIL! Il che significa che ogni anno ogni famiglia getta via il 10% della spesa mensile, pari a 515 euro/anno: il 39% di prodotti freschi (latte, uova, carne, yoghurt,..), il 19% del pane, il 9% di affettati, il 4 % della pasta, il 17% di frutta e verdura.

L’isola di buona economia. Il Last Minute Market (LMM) nasce come riflessione e approfondimento dei corsi di Economia Agro-alimentare tenuti dal prof. Andrea Segrè presso la facoltà di Agraria di Bologna a partire dal 1998-99. Oggi è uno spin-off ( = gemmazione) universitario con oltre 40 progetti attivi in 12 regioni italiane e in Sud America. Questo significa oggi avere un network solidale formato da soggetti pubblici (ASL, Municipalizzate, Agenzia delle Entrate) e privati (imprenditori, terzo settore, volontariato) che, sui diversi territori, agiscono sue due fronti: a) riduzione dello spreco presso i punti vendita della GDO (Grande Distribuzione Organizzata); b) laboratori ambulanti sul territorio che raggiungono piccoli negozi, panettieri, mercati all’ingrosso. Nel 2007 si è avuta l’approvazione della cosiddetta legge antispreco (L. 244/2007), che ha permesso di incentivare la donazione di beni non alimentari. LMM fornisce i servizi capaci di permettere la riduzione dello spreco e del suo riutilizzo, facilitando l’incontro e il contatto diretto tra chi produce le eccedenze o gli invenduti e chi li può consumare. La rete di soggetti che si forma sul territorio rappresenta un ulteriore valore aggiunto: il bene invenduto, pur avendo il suo valore originario, acquista altri due valori: quello socio-assistenziale e quello di relazione/legame. E’ stato sviluppato un modello efficace ed efficiente dal punto di vista economico, capace di non appesantire la logistica dei donatori e ridurre al minimo i costi dei beneficiari. Se tutti i punti vendita italiani aderissero LMM, si potrebbero recuperare oltre 240 mila tonnellate di alimenti, per un valore di circa 930 milioni €, distribuendo oltre 580 milioni di pasti all’anno (il che equivale a 3 pasti al giorno per 636 mila persone)! Oggi LMM si articola in diverse attività che coinvolgono vari settori: il commercio, il campo, il catering, la farmacia, il libri…. tante isole di buona economia, appunto!

d) Fonti e links utili. 1) FAO: SOFA – State of Food and Agricolture 2009; www.fao.org 2) Segrè A., Cirri M.: Dialogo sullo SprEco, Corvino Meda Ed., 2010; www.lastminutemarket.it

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Gli equivoci dello sviluppo sostenibile

Murale al Sektor3, Wroclaw, Polonia (foto, A. Corbino, 2010)

Viviamo nell’epoca dell’aspirazione allo sviluppo sostenibile (una delle espressioni più abusate ed equivocate del millennio). Difatti per alcuni, Unione Europea inclusa, raggiungere uno sviluppo economicamente giusto, socialmente equo e rispettoso dell’ambiente è un obiettivo a cui aspirare con tutte le forze. Per altri, tra cui gran parte del mondo industriale, è un’utopia irrealizzabile perché fortemente limitante della sacra legge della crescita a tutti i costi, nonché del mercato e della concorrenza, ormai globale. Per altri ancora questo concetto è un ossimoro (come può essere sostenibile qualcosa che si sviluppa in un sistema chiuso? ci si chiede) ed è concettualmente già superato dalla decrescita o altri concetti che richiamano a una totale inversione di tendenza.

Lo sviluppo sostenibile (SS) trova, nella teoria come nella pratica, un numero consistente di definizioni, quasi tutte con una propria ragione di essere e fondatezza scientifica. Come riporta Serge Latouche (2005) “già nel 1989 John Pezzey della Banca Mondiale, censiva 37 accezioni differenti del concetto di sustainable development. Il rapporto Brundtland (World Commission 1987) ne contiene la bellezza di sei. F. Hatem che nello stesso periodo ne repertoriava sessanta, propone di classificare le teorie principali in voga sullo sviluppo durevole in due categorie, ecocentriche e antropocentriche..”.

In questa sede si è scelto di: non dare una definizione di cosa sia lo SS, ma invece di definire cosa non sia, evidenziando i principali equivoci nati attorno al suo vero significato, e alla sua applicazione, che da tali equivoci è stata senza dubbio penalizzata. Come uno scultore che toglie materia intorno all’idea di statua che ha in mente, così faremo noi evidenziando tre equivoci principali, per arrivare alla definizione di SS.

1) L’equivoco della sostanza. In che consiste lo SS? Il primo equivoco è dunque quello della sostanza. Quando, nel 1987, fu pubblicato dalla Nazioni Unite il cosiddetto Rapporto Brundtland, redatto dalla World Commission on Environment and Development, quello che consegnava ai posteri la madre di tutte le definizioni – lo sviluppo sostenibile appunto – il mondo viveva, come oggi, a diversi livelli di sviluppo e di consapevolezza delle problematiche dello sviluppo. Era l’epoca di un globo ancora non completamente globalizzato, ma già unito, tra l’altro, dalla inconsapevolezza o delle cecità verso i costi sociali e ambientali a cui i modelli produttivi, a quell’epoca dominanti, stavano progressivamente conducendo. Vi era quindi una forte necessità di contrapporre i valori dell’ecologia a quelli dell’economia a tutti i costi.

Sarà per questo che in molti Paesi, Italia in testa, lo SS fu interpretato come una nuova e potente (grazie al marchio Nazioni Unite) bandiera dell’ecologismo. Quasi come se il Rapporto Brundtland fosse esso stesso un trattato di ecologia, e non invece un’affermazione di principi di politica economica orientata, quello sì, alla sostenibilità.

Ma il Rapporto Brundtland sostiene altro in realtà. Lo SS come development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs – sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni - questa la definizione più nota - si basa difatti su due concetti chiave: il soddisfacimento dei bisogni (di tutti, ma in particolare “del povero”) e l’idea dei limiti imposti da tecnologia e organizzazione sociale sulla capacità di un ambiente (inteso come territorio/nazione/regione/comunità) di soddisfare questi bisogni presenti e futuri. Questi sono concetti propri dell’economia e non dell’ecologia. Ciò che dice il rapporto, nella sue note preliminari, è che bisogna trovare questa strada per soddisfare i bisogni di tutti (e quindi si fa ricorso ad un altro concetto economico: l’equità) soprattutto agendo su tecnologia  e organizzazione sociale (ancora una volta concetti chiave dell’economia).

La sostanza dello sviluppo sostenibile è quindi ben più complessa. Non una formula certa da ripetere a memoria ogni volta, ma, all’opposto, un delicato equilibrio da ricercare con abnegazione di volta in volta, il risultato della equa sovrapposizione di tre fattori di sviluppo: economia, ambiente e società; o, secondo altri, addirittura del bilanciato intrecciarsi di tre processi di sviluppo: sviluppo economico, sociale e ambientale.

L’Agenzia governativa UK Maritime and Coastguard Agency  sintetizza come in uno Stato Sostenibile il risultato dell’incrocio delle tre variabili debba essere: a) la salubrità nel rapporto tra ambiente e società; b) la giustizia nei rapporti tra società e economia; c)l’efficienza nei rapporti tra economia e ambiente (quindi l’ambiente è una risorsa economica, che deve essere utilizzato in maniera efficiente, cioè non sprecata o danneggiata).  In Italia, come altrove, l’attenzione maggiore è stata posta sulla variabile ambientale che non su quella economica e sociale, semplificando il senso invero complesso della sua anima, con il risultato di renderlo spesso inattuabile.

Inoltre ci si è spessi dimenticati dell’aspetto dinamico dello sviluppo sostenibile, cioè l’essere un processo di processi che va costruito lentamente, lavorando alla edificazione di un solido sistema di riferimento. Se era forse impossibile pensare di travasare lo sviluppo sostenibile in territori culturalmente arretrati come l’Italia di venti anni fa, era invece doveroso auspicare in quei luoghi l’inizio di un lento processo che garantisse l’applicazione di tale processo e la sua misurabilità. Cosa che, in  generale, non è avvenuta.

2) L’equivoco della coerenza. Siamo o non siamo europei? Perseguire lo sviluppo sostenibile è una questione di coerenza europea. Se il processo costituente europeo fosse proceduto a passo spedito e si potesse parlare di una nazione europea e non solo di un processo in perenne costruzione, avremmo oggi potuto parlare anche di equivoco delle necessità dello sviluppo sostenibile. Ma, comunque lo si voglia chiamare, la sostanza non cambia: l’indirizzo della sostenibilità è parte fondamentale e integrante delle politiche di sviluppo della UE. Non è, invece, un accessorio, un’opzione di cui si può fare a meno. La stessa Commissione Europea (2003) ha sottolineato che “…per molti versi il concetto di sviluppo sostenibile resta sfuggente. Talvolta i politici lo interpretano erroneamente come un nuovo modo di presentare la politica ambientale, spesso senza collegarlo ai pilastri economico, sociale e ambientale e trascurano la necessità di porre le tre dimensioni su uno stesso piano. Nondimeno, le nostre prospettive economiche e sociali di lungo periodo dipendono moltissimo dalla capacità di considerare l’ambiente come una componente fondamentale della politica economica e sociale”. E qui sta quindi il nocciolo del primo equivoco: in Italia, come altrove, la maggior parte dell’attenzione fu focalizzata, per esigenza di semplificazione o per opportunità contingente, sull’ecologia, fino a costruire una sorta di processo identificativo.

Se si è Europei, in breve, bisogna essere convinti sostenitori e applicatori delle sue strategie e delle sue regole, adattandole con buon senso alla propria realtà. Lo SS, declinato anche nei Piani d’Azione Ambientale, è una di queste strategie. E le Regioni, nei principi ispiratori della loro programmazione, lo hanno in teoria confermato.

Esiste, collegata alle strategie europee, anche una coerenza basabile sulle assunzioni di responsabilità nei confronti della più ampia arena internazionale, costituita dalle diverse convenzioni internazionali che la Repubblica Italiana ha ratificato, impegnandosi così al raggiungimento di determinati risultati, come il protocollo di Kyoto.

E’ inoltre necessario trovare a) una coerenza temporale: In quanto processo culturale, lo SS, per poter essere applicato, ha bisogno difatti di una programmazione di lungo periodo. Le politiche settoriali (di cui la sostenibilità – lo abbiamo detto – è parte integrante) come la politica energetica, sui trasporti, vanno quindi approvate con questa caratteristica di lungimiranza politica. Non è invece possibile che i processi di sviluppo siano subordinati alle ragioni partitiche e alla presa e all’esercizio del potere di questa o quella maggioranza politica, così come avviene in Italia e nella regioni italiane e che quindi le decisioni strategiche cambino rotta (a volta in maniera radicale) a seconda di chi governa.  E b) Coerenza di scala. Quando impegni presi a livello nazionale vengono declinati su scala regionale e locale, bisogna lavorare per aumentare la coerenza e diminuire la conflittualità che spesso suscita l’intervento locali.

3) L’equivoco dell’essenza. Qual’è la vera essenza della sostenbilità? Bisogna infine chiarire il terzo equivoco, a proposito dell’essenza dello SS. Per farlo, ci occorre ampliarne la definizione e muovere da quella. Ci si deve riferire, pertanto, ad una quarta dimensione della sostenibilità: quella istituzionale ed organizzativa (Valentin A. & Spangenberg J., 1999).

In pratica la quarta dimensione è la capacità del framework istituzionale di condurre una comunità sul sentiero della sostenibilità, secondo la direzione indicata dalle strategie europee declinate sul territorio. E’, per dirla con il popolo boliviano (Johannesburg, 2002) la spina dorsale della sostenibilità politica: la Institutionality o, se si preferisce, la governence, la buona governance, perché è legittimata dal basso all’alto e dal dentro al fuori. Un framework istituzionale sostanzialmente concepito come il sistema di riferimento all’interno del quale si svolge la vita di una comunità, ovvero dei soggetti che contribuiscono a delimitare il framework stesso: parte pubblica e parte privata, comunità amministrante (le istituzioni) e comunità amministrata (i cittadini, le imprese, le associazioni di cittadini e di categoria) interagiscono in una continua sperimentazione (orientata all’evoluzione) alla ricerca del migliore sistema possibile (nella nostra interpretazione: la sostenibilità ambientale, sociale, economica). Seguendo questa idea, è ipotizzabile che per portare i 3 sistemi in equilibrio, sia necessario costruire una robusta cornice (framework) di riferimento, che leghi tutti gli attori del territorio. A seconda della storia, delle latitudini e delle longitudini, i legami saranno di vario tipo, formali o informali, ma il collante è unico: la fiducia reciproca tra gli attori del sistema.

Per uscir fuori di metafora, perché lo sviluppo sostenibile sia realizzabile, il framework istituzionale deve trovare la sua essenza in una serie di regole condivise e rispettate da tutti gli attori del territorio, o almeno da una percentuale sufficientemente alta da fare un modo che le eccezioni (i comportamenti da free riders, si direbbe in economia) abbiano un peso relativo trascurabile e non diventino la regola. E’ chiaro che questo è un processo lungo e complesso che dipende molto dalla sfera culturale di un popolo e dei luoghi. Ed è una cultura profonda perché attiene alla sfera comportamentale, quella che non si modifica se non dopo che il seme del cambiamento ha messo radici forti. In questo gioco il rapporto di fiducia più importante è tra la gli attori privati (cittadini, imprese, associazioni) e la comunità eletta, le istituzioni.  AC (tratto e riadattato da: A. Corbino “Gli equivoci dello sviluppo sostenibile”, XXII Convegno SISP, Pavia, 2008).

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Ragionare di Economia, Ecologia, Etica.

 

Economia etica: filiera breve al lago d'Averno, Napoli (A. Corbino, 2010)

Il termine economia trova la sua etimologia nel greco: oikos = casa, nomos = legge, la legge della casa. Se ci lasciamo sedurre dall’etimologia, possiamo farci proiettare in una dimensione “domestica” dei rapporti umani ed economici: il clan o il villaggio, in cui i rapporti dovevano, per necessità di equilibri interpersonali, basarsi su equità e giustizia. È interessante a questo punto fare una piccola digressione, ricordando che l’etica (dal greco êthos – costume) è la scienza della morale, cioè delle forme di condotta approvate e stabilizzate nella comunità umana. Per la proprietà transitiva se ne deduce che: quando l’economia era locale vi era una necessità, da parte dell’ l’homo oeconomicus, di comportarsi secondo etica, cioè secondo le regole approvate e condivise dalla comunità in cui viveva. Chi non agiva secondo etica (economica) veniva emarginato dal sistema (economico e sociale); semplificando, etica ed economia finivano per coincidere. E’ chiaro che, con l’ingrandirsi delle comunità e l’espandersi dei confini degli scambi commerciali, questa coincidenza era destinata ad allentarsi, perché – continuando nella semplificazione  – il controllo sociale sull’agire umano perdeva via via forza e valore. Ed è proprio ciò che accade oggi che siamo al tempo del mercato globale.

Gli appelli ad un’economia più equilibrata e giusta, che da più parti arrivano oggi, non sono quindi un elemento di novità assoluta nella storia economica dell’umanità, ma sono piuttosto una reminescenza di sistemi in cui il valore non era (solo) quello del profitto derivato dalla merce/servizio venduto, ma poteva risiedere in tutta una serie di fattori che, invece, per molto tempo, l’economia ufficiale sembra aver messo da parte: la dignità umana e del lavoro, la solidarietà sociale, la crescita della comunità locale e nazionale, il rispetto delle regole.

La difficoltà di relazionare l’ecologia (dal greco oikos = casa + logos = studio) apparirebbe del tutto senza senso, se solo, come suggerisce il buon senso, guardassimo alla natura delle cose e alla saggezza dei padri greci: confrontando l’ etimologia delle parole riscontriamo difatti che ecologia ed economia hanno uno stesso suffisso, eco, oikos, la casa. Non solo: “secondo Donald Worster, il termine ecologia è stato introdotto da Ernst Haeckel – 1866; in precedenza veniva usato il termine economia della natura[1]”.

Il buon senso suggerirebbe quindi che, prima di creare le leggi per la casa (economia), bisognerebbe studiarne le caratteristiche (ecologia). Altrimenti sarebbe è come comprare la mobilia per una casa senza averne prima misurato l’ampiezza delle stanze: il risultato sarebbe disastroso. Ovviamente, riusciamo a ragionare in questi termini perché siamo nel 21° secolo e la scienza ci ha permesso di conoscere alcuni dati su cui basare questi nostri ragionamenti, altrimenti impossibili: a) la limitatezza di alcune risorse naturali e la deperibilità di altre; b) il sistema di regolazione del clima; c) il sistema di funzionamento degli ecosistemi. Dovrebbe essere ormai dato per acquisito (ma è così?!) – come regalo dalle scienze fisiche a quelle sociali  – che l’attività economica si svolge all’interno di un sistema finito che è quello ecologico, che i due sistemi sono pertanto legati da una doppia relazione di input (le materie prime) e output (i rifiuti, gli scarti di produzione) e che quindi il sistema economico non può crescere a dismisura, oltre i limiti fisici del sistema da cui dipende, pena l’autodistruzione (perchè si finisce per intaccare il sistema da cui si dipende). Non era facile invece capirlo quando, con la rivoluzione industriale, si cominciarono a sfruttare le risorse naturali o a inquinarle (e quindi ridurne la quantità e la qualità) ritenendole risorse infinte e, in quanto tali, senza valore economico. AC (tratto e adattato da: A. Corbino, Economia e diritto ambientale per le produzioni marine -  spunti di riflessione, Boopen Editore, 2010)


[1] Siniscalco D. L’ambiente globale tra interdipendenza e incertezza, in Musu I. (a cura di) “Economia e Ambiente”, Il Mulino, 1993, pag. 33.

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La globalizzazione spiegata al mio cane

FantaTanzania, dalla corriera... (foto: A. Corbino, 2010)

Nell’ottobre del 2002 pubblicai La globalizzazione spiegata al mio cane sul mio sito www.geografie.it. L’intento era spiegare, in maniera molto semplice e semplificata, cosa significasse nella pratica questa parola tanto abusata, allora come adesso. E’ per me di particolare importanza, inoltre, spiegare quale sia il rapporto tra globalizzazione ed economia e quale ruolo può avere la casalinga di Voghera (o di Agrigento!!) nell’orientare questo inarrestabile processo di “miniaturizzazione” del nostro mondo. Mi è parso giusto lasciare a questo articolo, leggermente rivisto,  il compito di inaugurare il mio nuovo progetto, il blog labuonaeconomia. AC

La globalizzazione spiegata al mio cane, Corbino, 2002

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La buona economia

la buona economia? ... una sottile metafora (foto: A. Corbino, 2009)

Cos’è l’economia? A cosa serve? qual’è la finalità ultima dell’economia? Sono domande che forse ci siamo posti un’infinità di volte; o forse, come spesso accade con ogni concetto con il quale conviviamo dal giorno in cui nasciamo, sono domande che non ci siamo mai posti, perchè… l’economia è un po’ come l’aria che respiriamo, è immanente, è dappertutto e quindi è inutili porsi domande. Eppure… l’economia è la prima responsabilità dell’uomo!

L’economia serve o ad aiutare l’uomo, o a danneggiarlo; è buona o è cattiva. Questa visione manichea dell’economia, cioè di quella cosa che ognuno di noi fa più o meno inconsapevolmente tutti i giorni, la sentì declamare alcuni anni or sono da frate Arturo Paoli con (il solito) tono calmo ma fermo,  durante una delle sue ultime visite a Napoli presso la Ong Mani Tese.  Da quel giorno questa frase ha ispirato e orientato la mia professione di ricercatore e formatore in quello che pomposamente viene da quasi 25 anni definito sviluppo sostenibile, una bella espressione… vuota (!!), a cui occorre invece dare corpo. Il blog labuonaeconomia serve proprio a questo: raccontare e spiegare in maniera semplice gli esempi di buona economia che, nonostante tutto, continuano a nascere e resistere nel Mezzogiorno, in Italia, e in ogni angolo di sud e di nord del mondo. Sono piccoli ma significativi casi, piccole isole in un mare tempestoso, che non sono però utopia bensì realtà tangibili, utili, possibili che necessitano di ponti per diventare arcipelago e rinsaldarsi e costruire massa critica.

Non si tratta di riesumare gli spettri dell’economia pianificata o dell’ambientalismo dei NO a oltranza. Si tratta piuttosto di suggerire le vie per trovare un equilibrio tra un capitale in grado di produrre benessere diffuso e occupazione durevole, uno stato efficiente che gestisca welfare, e la conservazione di un ambiente (urbano e naturale) sano. E’ un discorso che ha poco a che fare con formule matematiche e grafici e che, invece, ha molto a che fare con il buon senso e moltissimo con il senso di responsabilità di istituzioni, cittadini, imprenditori, associazioni di categoria.

Credo che, oggi più che mai, cercare di parlare di questi temi in maniera estremamente semplice ed accessibile a tutti, senza ricorrere a inutili astrattismi ma utilizzando invece esempi concreti di vita reale, sia di enorme importanza per il futuro delle nostre economie e delle nostre società. Perchè, oggi più che mai, i singoli hanno un il grande potere di orientare l’economia, la società, il futuro. Ed è quindi necessario che, rispetto a questi temi, i singoli acquistino coscienza e consapevolezza e assumano comportamenti coerenti, creando innovazione sociale che diventi motore di una nuova buona economia.

Un’ultima cosa: i post riguardanti i casi di buoneconomia saranno, per quanto possibile, così strutturati: un’introduzione tratta dai classici della letteratura (spesso gli scrittori sono anche profeti visionari) + la presentazione del problema (il mare tempestoso) + la descrizione, in breve, dell’isola di buoneconomia, che rappresenta l’eccezione a quel sistema. Credo che questa struttura possa rendere gli argomenti più godibili e comprensibili.

Questo blog vuole essere quindi solo un umile (e spero utile) contributo alla diffusione e all’affermazione di una cultura della buona economia, ovvero di un’economia della responsabilità, a livello locale così come a livello globale. 

vi auguro buona lettura, Alberto Corbino.

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