Le anguille migrano grazie al gps, i ricercatori italiani grazie all’arteteca

L’articolo di Repubblica che riporta la scoperta di Alessandro Cresci

Quanta gioia e fierezza nel sapere che, Alessandro Cresci, il miglior allievo dell’ultimo dei miei bellissimi 3 anni di insegnamento all’Università Federico II di Napoli (ce ne erano altri molto preparati tecnicamente, ma lui aveva quella marcia in più, che a Napoli chiamiamo arteteca*) dopo appena due anni vede il suo nome pubblicato sulle più prestigiose riviste Scientifiche internazionali per una ricerca sul Gps delle anguille,  come riportato anche da Repubblica del 14 giugno?

E quanta amarezza è sapere che questa scoperta, che ovviamente avrà applicazioni anche in campo economico, Alessandro non la ha svolta a Napoli, non in Italia, ma a Miami?
Eh sì!, dopo la laurea specialistica con lode in Biologia della Produzioni Marine ad Alessandro non saperono (poterono) offrire altro che una calorosa stretta di mano e qualche sorriso di circostanza. Alessandro, curioso e lottatore per natura, non si perse d’animo, nè si lasciò sedurre dalle sirene del golfo che lo attiravano verso qualche trappola senza via d’uscita, ma invece si mise subito a proporre a vari atenei all’estero la sua idea di ricerca, con cui aveva strabiliato tutti in seduta di laurea.  Arrivarono molte offerte, Miami e l’Australia – se non ricordo male – le più interessanti. Alessandro scelse la prima e dopo qualche scambio di e-mail e colloquio via skype, eccolo a Miami con una borsa di studio di 5 anni a tutti i fondi a disposizione a sviluppare la sua ricerca. Senza estenuanti attese per un bando (e un posto!) di dottorato, senza dover pietire 5 euro per comprare i guanti sterili per il laboratorio.

Ecco, questa è l’Italia, oggi come e peggio di prima. Nella mia esperienza recente questa storia si aggiunge a quella del prof. Davide Tanasi, incompreso genio catanese dell’archeologia in 3D, da un anno circa apprezzatissimo Assistant Professor alla University of South Florida, giusto per parlarvi di due casi che conosco personalmente.

Il futuro della ricerca non è in Italia (e al Sud meno che mai): ce lo confermano ogni giorno casi più o meno eclatanti (per tutti ricorderei Roberta d’Alessandro e i 17 cervelli italiani in fuga, vincitori del prestigioso bando europeo Erc consolidator nel 2016).

Allora vorrei capire: se la ricerca, le scoperte, le invenzioni, i brevetti sono da sempre alla base dello sviluppo economico, quando i nostri politici parlano di ripresa economica e quando paragonano l’Italia alle cugine europee Francia e Inghilterra (che continuano ad assorbire i nostri talenti), ma di che MINCHIA** parlano?

* arteteca è traducibile in italiano come “grande vivacità”.
** minchia è traducibile in italiano come volete, basta che lo pronunciate in maniera indignata.

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Italia: il rapporto GdF 2016 ritrae un’economia da guerra civile

Rapporto GdF 2016: siamo un’economia da guerra civile, gli onesti contro i disonesti, che è l’unica discriminazione da fare in Italia.
Alcuni dati – estratti da Repubblica.it (il rapporto non è ancora disponibile on-line su sito GdF).
Sprecati 5,3 miliardi di euro di denaro pubblico. Alla destinazione del denaro pubblico è dedicata una parte consistente del dossier e il nostro Paese si dimostra, ancora una volta, incapace di gestirlo. Grazie ai 2.058 accertamenti svolti su delega della Corte dei Conti, si scopre che l’Italia solo lo scorso anno ha avuto un danno patrimoniale di 5,3 miliardi di euro (denunciati 8.067 soggetti per responsabilità erariale) dovuto a sprechi e gestioni non corrette dei fondi pubblici.
Irregolari due ticket sanitari su tre. Dai 12.803 controlli fatti per verificare la sussistenza dei requisiti di legge previsti per ottenere le prestazioni sociali agevolate e l’esenzione del ticket sanitario, emerge un dato allarmante: il 66 per cento delle prestazioni prese in esame era irregolare.
Ai clan sequestrati 2,6 miliardi di euro. Alla criminalità di stampo mafioso sono stati sequestrati 2,6 miliardi di euro: 5.242 proprietà, 281 aziende, centinaia di quote societarie, denaro in contanti.

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Un orfanotrofio-scuola modello in Congo

Ecco il Progetto della neonata Fondazione Cariello Corbino in Repubblica Democratica del Congo, in partnership con il Parco Nazionale del Virunga (Virunga Alliance) e la Fondazione Svizzera Dodobhati.
Lo sviluppo sostenibile non è una chimera, neanche in aree complicate, funestate da una strisciante guerra civile.

L'area in cui opereremo nei pressi del Parco Nazionale del Virunga.

L’area in cui opereremo nei pressi del Parco Nazionale del Virunga.

Orfanotrofio Gazelle – RdCongo: il passato, il presente, il futuro (anche grazie a voi).

Dove si trova: Rugari (vedi mappa), Nord Kivu, regione est della Repubblica Democratica del Congo, Africa Equatoriale, al confine col Rwanda. La RdC ha tutto: oro, diamanti, coltan, petrolio, ma la gente vive di agricoltura di sussistenza a causa della corruzione dei governanti. Nel Nord Kivu c’è tanta acqua e terreno fertile, ma da oltre 20 anni c’è una sorta di guerra civile (negli ultimi 3 anni oltre 1500 vittime civili); e a me bianco non è stato consigliato (e di fatto permesso) di andare a trovare i bimbi senza scorta armata dei Rangers del Parco Nazionale di Virunga, dove ho alloggiato. Niente di eroico, comunque.

Cosa era in PASSATO: una studentessa di medicina di Goma (capoluogo regionale), Mahano Nifashe, per noi Passy  torna nella sua terra di origine a Rugeri (suo padre era ranger del Parco) dove pure era sopravvissuta ed era stata testimone degli orrori della guerra, per raccogliere gli orfani come nella bibbia aveva fatto Dorcas (che significa gazzella). Da qui il nome della sua “Organizazione Gazelle pour la vie de tous” (per la vita di tutti). COSA era l’orfanotrofio: una baracca in legno senza pavimento, con tre materassoni adagiati sulla lava dove lei dormiva con 32 bambini, chiedendo pochi soldi ai parenti più prossimi dei bimbi (quando esistevano).

In Jeep con i ranger e i cani del servizio antibracconaggio del Parco del Virunga

In Jeep con i ranger e i cani del servizio antibracconaggio del Parco del Virunga

Vivevano di niente, fino a quando Passy, stremata, contatta tramite fbk Marlene Zahner  della Dodobahati, veterinaria, addestratrice di cani da fiuto, e filantropa svizzera che nel 2011 aveva avviato e finanziato un progetto di cani anti bracconaggio nel Parco Nazionale del Virunga. E la storia cambia. Per fortuna. L’africana Passy è molto precisa nel rendicontare al centesimo le spese, e lascia più che soddisfatta la svizzera Marlene: 2 donne forti che si riconoscono e rispettano.

I bimbi disegnano fuori casa

I bimbi disegnano fuori casa

OGGI l’orfanotrofio ospita 30 femmine e 26 maschi dai pochi mesi ai 15 anni, tutti rispettosi e sorridenti: hanno Passy, 2 mami e 3 volontari che si occupano di loro, senza sosta. Nessuno è pagato, Marlene ha finanziato tutto da sola grandi cambiamenti: le baracche /casette sono due (con pavimento in cemento!). E i bimbi dormono in 5-8 su ogni letto. C’è la latrina maschi e quella femmine e Passy ha il suo letto separato nella baracca bambine che condivide con una bimba. C’è la baracca-cucina e qualche oca per i momenti speciali. Le mami dormono con i 3 piccoli. Tutto è molto pulito. Vanno a scuola (a pagamento, come tutti, 40 minuti a piedi). Mangiano il minimo indispensabile, hanno un grosso barilone d’acqua che riempiono andando al pozzo. Giocano con.. l’aria ma ridono. Marlene paga tutto ma non ce la può fare da sola. E i bimbi hanno bisogno di cure mediche (ospedale a 2 ore di strada sterrata, tutto a pagamento) e mangiare ogni tanto qualcosa in più.

Al Virunga Marlene incontra Helen Pope (mia amica dal 2007) e Helen me ne parla e io incontro Marlene e Christian (capo ranger) a Roma, a ottobre 2016. Decido di aiutarli, perchè mi fido di Helen (insegna a Roma, ma ha organizzato per 15 anni un campo di volontariato in Palestina, e che io lavevo supportata in Rwanda e Congo, prima) e capisco la serietà di Marlene e Christian e il 24 gennaio 2017, a notaio fresco, parto, perchè Marlene è là.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIL FUTURO. Rugari non è un luogo sicurissimo. Passy conosce i bianchi ed è stata anche minacciata di morte perchè magari ha con se i soldi per i bimbi: per dare i doni ci siamo nascosti nel giardino della chiesa vicina (vedi foto) e là le cose verranno tenute e date a mano a mano. Gli africani sono brava gente, la comunità è accogliente, ma la malerba c’è dappertutto, specie con la guerra civile.
L’OBIETTIVO é: spostare i bimbi 20 chilometri più a Nord, a RUMANGABO, acquistando una terra proprio di fronte all’entrata del Parco Virunga. E’ una zona più sicura e poi ci sono i rangers del Parco proprio di fronte.

Vogliamo costruire un orfanotrofio (fino a 100 ospiti) moderno e solido, in muratura, con scuola e laboratori di formazione, un pollaio e un orto, un centro di formazione per la comunità.

Prove di progetto della casa dei sogni...

Prove di progetto della casa dei sogni…

Insomma UN PROGETTO PILOTA, esempio per la Regione, che offra la possibilità ai bimbi non solo di sopravvivere ma di avere un futuro. L’idea è piaciuta al direttore del Parco, Emmanuel de Merode (già sparato anni fa da chi si opponeva al Parco), che ha promesso il co-finanziamento del progetto al 50% da parte della Virunga Allience, che destina il 30% dei proventi dal turismo ad attività sociali. Il mio sogno di coniugare solidarietà e sostenibilità si unisce al sogno dei bimbi. Il progetto sarà finanziato quindi al 25% da Fondazione di Marlene, al 25% da Fondazione Cariello Corbino, 50% dal Parco. E servono tanti soldi! Il paradosso di un paese in guerra è che si importa tutto e tutto costa di più, il cemento, gli infissi… Abbiamo rifiutato l’offerta di un partner un po’ invadente: non si tratta solo di soldi, ma di fare le cose per bene.

COSA POTETE FARE VOI? Grazie a chi ha donato integratori, vestiti, giocattoli. I bimbi, almeno per ora ne hanno a sufficienza. Servono SOLDI, perdonerete la brutalità. Ho pensato a una simbolica adozione a distanza (non di un bimbo, ma della comunità dei bimbi) di 250 euro. In realtà a un bimbo ne servono di più (circa 330 euro), ma non volevo spaventarvi. Un pollo da spennare e mangiare costa 4,6 euro, andare a scuola circa 65 euro /anno. C’è chi potrà dare molto di più o di più (grazie), almeno per quest’anno, chi potrà dare di meno (grazie), ogni euro conta. Io ho promesso e manterrò la mia parola a ogni costo. Non posso tradire le speranze dei bimbi, nè tradire in quello in cui io e la Fondazione crediamo.

FIDUCIA. E’ una catena di fiducia: potete solo fidarvi di me. Io ci tornerò tra qualche mese e un giorno sarà possibile anche per voi andare a dormire nel nuovo Centro, al sicuro. Marlene, precisissima, torna almeno 4 volte l’anno sul posto, il Parco e il capo Ranger Christian saranno parte integrante del Progetto, Passy è una persona precisa e vive di niente. Una catena di fiducia.
CHI VUOLE, CHI PUO’ mi può contattare a: FondazioneCarielloCorbino@gmail.com e sarò lieto di darvi ulteriori dettagli. Mettetevi d’accordo in famiglia (o in famiglia allargata), in ufficio, in condominio, in palestra, in azienda, a scuola. Organizzatemi incontri, pranzi e cene con i vostri amici, colleghi, parenti e io (non mangio manco) e sono pronto e felice di spiegarvi dettagli e farvi vedere foto, progetti ecc. Organizzatemi eventi di raccolta fondi, oppure possiamo mettere un salvadanaio nei vostri negozi, ristoranti. Fatevi regalare per i vostri compleanni l’adozione di un grandioso progetto di speranza. Partecipiamo, costruiamo insieme, a un’economia di vita.

NON ho altro da dire se non grazie per questi 5 minuti e grazie in anticipo per quello che farete. Ogni centesimo sarà ben speso. Non tradirò la vostra fiducia, nè la mia promessa personale: la vita, prima di tutto; nè quella di mamma Silvana: l’amore, prima di tutto. GRAZIE. Un abbraccio. Alberto Corbino, a nome della Fondazione Cariello Corbino.

Per supportare il Progetto:img_20170131_134301

Fondazione Cariello Corbino
IBAN: IT26R0501803400000000240153
BIC-SWIFT: CCRTIT2T84A
Banca Popolare Etica – filiale di Napoli
Causale: “Progetto Gazelles” – RDCongo
E’ inoltre possibile donare tramite PAYPAL: FondazioneCarielloCorbino@gmail.com

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SparaNapoli. Ovvero: sbatti la città-mostro in prima pagina.

sparanapoli copertina espressoNon credo di poter essere iscritto di diritto al club dei fans incondizionati di Napoli, città natale in cui vivo, cioè di rientrare nella categoria di quanti difendono Napoli a spada tratta, negandone spudoratamente vizi e difetti, per onor Borbone o amor filiale. Difatti più volte, su questo blog, o in brevi post facebook o video, io e il mio pseudonimo TG abbiamo firmato puntuali j’accuse ai napoletani, eredi spesso indegni di questo incredibile universo-città che è Partenope.

E tuttavia come napoletano, ma anche come studioso di crimine organizzato, non posso che dirmi contrario alla scelta de L’Espresso di titolare la copertina del n° 11/2016 “SPARANAPOLI. Nei covi delle baby-gang, tra i killer che hanno sostituito i vecchi boss della camorra. E insanguinato i quartieri del centro. La sfida lanciata alla città: qui comandiamo noi”. Pessimo titolo di copertina, sottotitolo ancora peggiore, foto che raffigura tre giovani armati, nuovi signori della città.
Vi prego di non fraintendere: non sto sostenendo che il noto settimanale oggi diretto dal quasi napoletano (è di questa provincia, nato a C.Mare di Stabia – fonte: wikipedia) Luigi Vicinanza non avrebbe dovuto pubblicare il buon articolo del noto giornalista d’inchiesta Emiliano Fittipaldi, colpevole tutt’al più di qualche passaggio un po’ vago (di dov’è Fittipaldi e quanto si è fermato a Napoli per l’inchiesta? Bah!). Tutt’altro: io sono per denunciare anche le “carte sporche”, le buche stradali e i parcheggiatori abusivi (vedi articolo precedente sui simpatici tassisti). Figuriamoci se non voglio che si parli della camorra liquida, calzante definizione coniata da Isaia Sales per descrivere questo nuovo ibrido tra camorra e gangsterismo.
Ma non sono d’accordo con lo sbattere il mostro in prima pagina.
Per tanti motivi: 1) La già citata ribalta mediatica per i giovani boss, motivo di vanto e di emulazione; 2) L’ennesima gogna mediatica per una città che stava risalendo le classifiche del turismo in Italia, dopo decenni di vuoto, grazie a uno straordinario lavoro di professionisti e di cittadini che questa città la vivono, la amano, la curano; 3) Il sottotitolo dà l’idea di una città (in particolare il centro-meta turistica) sotto assedio, o meglio sotto comando dei giovani criminali; e invece io nei quartieri difficili del centro ci vivo e ci porto da anni i miei studenti americani a capire e vivere la città, e siamo, forse per miracolo, ancora vivi; 4) la suggestiva foto di Mario Spada mostra tre giovani incappucciati in posa: tempi morti e passamontagna non sono compatibili, la foto li rende cool e rafforzano quanto al punto tre; 5) non ricordo copertine nè articoli sulle fantastiche risposte anticamorra che la città del coraggio sa dare: lo spazio aperto “Annalisa Durante” di Forcella, il Ronin Karate Club dei Quartieri Spagnoli, le Catacombe di San Gennaro alla Sanità, tanto per citare 3 esempi che conosco molto bene nei quartieri citati nell’articolo; 6) non mi risultano analoghe copertine per annunci quali “San Carlo miglior teatro lirico al mondo” o “metro Toledo miglior fermata d’Europa”; 7) Non ricordo copertine de L’Espresso su Optima Italia e le tante aziende innovative che creano occupazione reale qui a Napoli, nonostante tutto; 8) Non vorrei che in un clima di campagna elettorale già rovente, questo possa portare a qualcuno (magari del PD?) a strumentalizzare questo enorme problema attribuendolo alla uscente giunta de Magistris (questo è ovviamente un affare per i NOCS, non per i vigili urbani, molti dei quali sofferenti di cronici mal di schiena).

Insomma la mia domanda è: ma perché Napoli resta l’unico caso in Italia in cui si contravviene alla prima regola del giornalismo e dove quindi la notizia la fa sempre il cane che morde l’uomo e non l’uomo che morde il cane?

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Napoli taxi fares

naples taxi tariffsIn order to increase the information and transparency of taxi fares, Napoli city council has recently displayed the different prices along the waiting line at the local (Capodichino) airport. This – they say – should provide the tourists with more “sure” information  and at the same time it should discourage those (few) taxi drivers who might have the need to save their families from starvation and take advantage of the clients. Frankly I don’t understand why: it’s for sure another waste of public money because this, of course, would never happen in Napoli, since here the taxi drivers are 100% all true gentlemen and no problems of any sort have ever been reported.

Along with the fixed tariffs (which are all-inclusive), tourists should be aware of the basic taxi fares regulation approved by the City Council. Here it is the official tariff table approved by Napoli City Council in 2013.

Finally, remember  the 6 most important rules when taking a taxi in Napoli: 1) always take official cabs (white with a big number on the door); official taxis at airoport and main stations are waiting outisde in line;  2) the driver must switch  the taxi-meter on (not with fixed tariffs) in the moment he starts the engine;  3) they will love it if you ask them about the history and arts of the city: almost all the Neapolitan taxi drivers are very educated in these fields (most of them have paid to attend special courses at the University, where they have proven to know more than professors) and they are generally fluent at least in English  and sometimes also in French, German or Spanish; 4) do NOT tip them for any reason, never! you will hurt their pride; 5) for the same reason, try to pay with the exact amount (i.e.: 12,35 euros) because they would feel very guilty if they could not give you the exact change; 6)  ask them to pay with credit card AND ask them an official receipt.

In case (almost impossibile) you are not convinced by the money request or anyother behaviour of your driver, remember that you can calmly discuss with them, ask the people in the street to support you, and even refuse paying, while calling the local police or State Police (emergency tel 112) to settle things down. They will just love it!

Enjoy (walking) in Napoli, the most surprising city in the world… and its metro and funiculars!

 

 

 

 

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Chi governa il mondo: governi, imprese o mafia?

Una tabella dello studio nel CNMS sulle 200 top multinazionali (fonte: Altraeconomia)

Una tabella dello studio nel CNMS sulle 200 top multinazionali (fonte: Altraeconomia)

Quando ero al liceo (30 anni fa, sigh!) il mio grande prof. di geografia, Francesco Di Bono, ci parlò della sette sorelle del petrolio. Siccome lui era molto bravo a spiegare, evidentemente fui io tonto a non capire che dietro quelle breve informazione si nascondeva un tesoro, la chiave per il futuro, la premessa alla situazione attuale.
Ma poi, quando da giovane laureato (oltre 20 anni fa, sigh!) ebbi una breve colloquio con un superprof di un altro dipartimento di SCPOL a Napoli (io bazzicavo ancora quello di geografia) ricordo la sua indignazione nel sentirmi dire che il primato nel governo mondiale ce lo avevano ormai economia e finanza e non più la politica (c’è da capirlo, era miope e difendeva il posto!!!).
Tutta questa premessa solo per dire che vale davvero la pena dare un’occhiata al report (on-line, breve e gratuito, come riportato da Altreconomia) che, per il quinto anno consecutivo, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo ha redatto esaminando i bilanci delle prime 200 multinazionali al mondo, che producono circa il 7% del PIL mondiale. Il petrolio ancora la fa da padrone: 9 tra le prime 25 operano in questo settore. La più ricca, come 10 anni fa, la Wal-Mart dei supermercati, che, apparirebbe al 47° posto in una classifica mista di Stati e imprese.

Da studioso di economia organizzata e fissato sui numeri vorrei aggiungere un terzo elemento che ho tanto a cuore: le mafie.
Se inserissimo nella classifica delle 200 multinazionali la MafiaItalia Spa (la somma delle 4 principali organizzazioni nella penisola) con il solo fatturato di attività illecite (riciclaggio e indotto collegato esclusi, quindi) essa figurerebbe al 21° posto qualora di consideri il valore top di 138 miliardi di euro (fonte: SOS Impresa); oppure circa all’80° posto qualora si consideri una media tra le varie stime (SOS Impresa, Transcrime et al.). Tra il 20° e l’80° posto tra le più grandi multinazionali al mondo… non male per un gruppo di analfabeti e dei loro sodali con il colletto bianco!
Se invece (su fonte SOS Impresa) si considerano i profitti (si immagina che la mafia abbia ben poche spese: pallottole, minacce,..) la MafiaItalia Spa sarebbe, con i suoi 100 miliardi di euro al primissimo posto assoluto (si pensi che Wal-Mat, prima per fatturato – 485 miliardi di dollari -, dichiara solo 16 miliardi di dollari, circa 14 miliardi di euro).
Prima in classifica mondiale… e questo può forse aiutare a comprendere perchè non è stato così facile per il piccolo Mezzogiorno scrollarsi da dosso questa enorme sanguisuga.

Il rapporto “Top 200” è scaricabile a questo link  . L’invito, di Altraeconomia e il mio, è quello di informarsi sempre più per indirizzare i propri consumi verso uno stile sempre più consapevole che rafforzi l’economia locale, e il rispetto di ambiente e lavoro.

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Onore e pentimento a Mesagne

Non ho particolare commenti da fare su questo video  (del marzo 2014) della testata on-line pugliese “Senza Colonne news”, su cui sono capitato per caso facendo un po’ di ricerche sul web. Ma siccome questo è un blog-archivio e il suo obiettivo è anche tenere memoria e dare visibilità a tutto quello che è l’universo della buona e (come in questo caso) la cattiva economia, mi pare importante riportarlo nel blog.

E’ l’intervista a due fratelli, Antonello e Raffaele Gravina di Mesagne, pluripregiudicati per loro stessa fiera ammissione, e anche accusati di associazione con La Sacra Corona Unita “organizzazione che non esiste e pura invenzione dei pentiti”, in merito al pentimento del loro fratello (minore) Michele “che deve essere levato dallo stato di famiglia”.

Uno spaccato molto interessante sul concetto di onore e pentimento, ma non solo.  Ascoltare le loro parole e osservare i loro atteggiamenti ritengo possa insegnare molto sulla deriva involutiva antropologica che il nostro Paese (perchè non si tratta solo del Sud, dovrebbe essere chiaro) ha ormai imboccato.

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Homage to Gianluca Congiusta, a young businessman from Calabria, an innocent victim of the ‘Ndrangheta and our indifference

Gianluca Congiusta's smile

Gianluca Congiusta’s smile

During the Summer Term Course field study of Arcadia University Italy Programs in July 2013 (and again in 2014), we met with Mario Congiusta, the father of Gianluca, a young entrepreneur assassinated on May 24, 2005 in Siderno by the ‘Ndrangheta, the powerful and bloody Calabrian mafia.
The meeting with Mario was very instructive due to his clarity in explaining to the students about the dynamics of the mafia and its illogical nature, but it was especially hard and moving for the students. It was also difficult for me, a teacher of this difficult subject, to digest, for I thought I had been used to these tragedies by reading the daily news.
We briefly met Mario with his wife Donatella a few days before the inauguration of the confiscated property in Gioiosa Ionica: the house where the Arcadian students stayed for the entire period. Donatella had conquered everything with her force and her humanity: more than one student, after hearing her few moving words about Gianluca, and after seeing her sweet and hopeless face, approached her after to give their condolences and tell her how grateful they were to meet her. And she smiled hopefully, with gratitude, and gave them a tender hug as if they were children. Meeting the heartbreaking strength of Donatella definitely cancelled those traces—if they’d had them—of the glossy image of the mafia: the real pain of a mother swept away the golden crust of the lie of many American show business productions.
The meeting with Mario, a long interview lasting over two hours, was just as difficult. When a father tells you with pride the story of his son, of a brilliant son full of life, you find it difficult to think that this life was swept away in a moment and for no other reason than the human bestiality that is the mafia. You feel shame for not realizing the depth of the problem before the story, because you feel you are not doing enough in your daily lives to spread the history and the culture of the anti-mafia, of the life and the beauty in opposing that culture of death and corruption that is the culture of the mafia, that unfortunately today pollutes all of Italy.
Then the Arcadian students and myself made a promise to Mario: to make as much of the world as possible to know about the story of Gianluca, the smiling Calabrian man that lived two times. Because, in an ironic sort of way, Gianluca had already been close to death. But death had lost as he healed from leukemia.
The second time, Gianluca had been spending years being devoted to honest work, to his family and to the future, without rest, maybe — I come to think of it — so he could give even more in every sense and in every breath so that he could share the joy with those who stood beside him.
But the bestiality and the cowardice of the mafia do not know reason. Today the murderer of Gianluca is condemned to life in prison, thanks to the perseverance of Mario, who constantly pressured the police and judiciary so that the case would be resolved and not end up forgotten. In today’s Italy, a man struck by such fatality must take this on, as well!
But, even if justice is done, Gianluca, the honest and courageous young man from Southern Italy that would like to live free from the Mafia, from the accomplices entrepreneurs and bad politicians, to life he cannot be returned, unless by honoring his memory.
Here, the translation of Roberta’s letter, one of Gianluca beloved sisters – (the-story-of-gianluca-congiusta-corbino-arcadia-university.pdf – is the smallest tribute that the Arcadia University Center for Italian Studies, thanks to the work of their students and staff, wants to make to the memory of Gianluca Congiusta, to the force of his family and all the families of innocent victims of the mafia and to those who, in this Italy besieged by corruption and mafiosi, still believe in a sense of justice that Gianluca reminded us with his own example of courage.

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Farmageddon – il vero prezzo della carne economica

farmageddon libroFarmageddon (farm – fattoria +  armageddon – la fine del mondo) va assolutamente letto prima di andare a visitare l’EXPO di Milano. E va assolutamente letto anche se all’EXPO non ci andrete. Come gli stessi autori tengono a precisare, questo non è un libro contro la carne, non è un elogio del vegetarianismo. Ma è un libro che ci aiuta a riflettere quanto la pratica dell’allevamento intensivo sia non solo crudele, ma sia anche privo di alcun tipo di logica economica, se non il profitto delle gigantesche multinazionali del settore. Tranne loro, infatti, in questo scenario apocalittico, nel quale 70 miliardi di animali (pesci e molluschi esclusi) “vengono prodotti” (locuzione quanto mai indovinata) ogni anno in catene di montaggio, ci perdono tutti: i consumatori che mangiano cibo di minor qualità, l’ambiente, la salute delle comunità locali che vivono nei pressi dei mega allevamenti (ricordate l’epidemia di febbre suina in Messico?), e i piccoli allevatori, strozzati da una competizione sempre più globale.

Farmageddon è difatti un’analisi lucida molto documentata che Philip Lympery, attuale direttore generale della ONG Compassionate in World Farming, realizza viaggiando in lungo e il largo per il mondo su di uno dei maggiori sui mercati mondiali, quello della carne, un business enorme che coinvolge a sua volta settori ancora più strategici: quello degli antibiotici, degli ormoni, dei fertilizzanti, dei pesticidi, dei mangimi per uso animale, e tutti i giganti dell’agroindustria che vi sono dietro.

Cosa mi ha colpito di più di questo libro? Non le descrizioni della condizioni aberranti in cui polli, maiali, mucche vivono le loro brevi vite prima di finire in tavola, nè il fatto che i polli divengano adulti nella metà del tempo o le mucche che producono quasi il 50% del latte che producevano trent’anni fa, morendo esauste dopo 5 anni; nè i paesaggi inquinati, o i movimenti di protesta delle comunità locali o la storia delle epidemie provocate da questi allevamenti. Ciò che mi è rimasto più impresso è invece l’immagine di un allevatore della Center Valley, in California, un grosso cowboy che scoppia a piangere improvvisamente durante l’intervista, ricordando un “caro amico che aveva un grande allevamento e che si era sparato, che aveva mollato perché aveva troppi debiti, non aveva più energie, lasciandosi indietro intere famiglie”. Tra il 2011 e il 2012, ricorda l’autore, il prezzo dei mangimi è quasi raddoppiato.

Ecco, questo è quello che stiamo facendo all’agricoltura e al pianeta: mangiamo animali imbottiti di antibiotici, che crescono nelle metà del tempo stabilito dalla natura; deforestiamo per coltivare foraggio e cereali per far ingrassare quegli stessi animali al posto di sfamare le persone; inquiniamo i campi e i corsi di acqua con miliardi di tonnellate di letame; distruggiamo la biodiversità per far posto a capannoni che arrivano a detenere 5000 mucche; portiamo alla miseria e al suicidio contadini e allevatori,
La domanda che vi pongo è la seguente: è questa l’agricoltura che vogliamo e di cui, il nostro corpo, le nostre anime, i nostri figli hanno bisogno? Leggete Farmageddon e la risposta ve la darete da soli. E sono sicuro che, visitando l’EXPO – la fiera mondiale del cibo, riuscirete a guardare gli espositori con occhio diverso e a distinguere tra buon cibo e cattivo cibo, tra buona e cattiva economia.

Per approfondimenti sugli allevamenti intensivi e il benessere animale: CIWF Italia.

P. Lymbery con I. Oakeshott: “Farmageddon: il vero prezzo della carne economica”, Ed. Nutrimenti, 2015, pagg. 411, euro 19.  

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Gli effetti di Gomorra sui turisti

mafia-turismo

É di questi giorni la notizia che un figlio (incensurato e laureato) di Bernardo Provenzano, collabora in qualità di testimone privilegiato al mafia tour organizzato da un operatore turistico USA in Sicilia.
La notizia non mi ha colto di sorpresa: nel mio piccolo avevo avuto di recente due avvisaglie, poche settimana fa. Una guida turistica mi ha chiesto aiuto per un gruppo di olandesi di passaggio a Napoli, con due ore di tempo libero prima dell’aereo e voleva visitare i luoghi della camorra; e un tour operator mi ha di recente contattato per fare una lecture sulla camorra ai loro gruppi in penisola sorrentina.

Che le mafie siano diventate un’attrazione turistica non è cosa nuova: da alcuni anni organizzazioni come Addio Pizzo Travel o Libera – il G(i)usto di viaggiare propongono itinerari di turismo responsabile nel Sud Italia. Le cooperative di Libera o organizzazioni come l’Associazione Don Milani di Marina di Gioiosa Ionica ospitano ogni anno centinaia di volontari che studiano e lavorano nei campi confiscati alle mafie. Io stesso su questo tema organizzo da anni visite studio in Campania, Calabria o Sicilia con le Università americane con cui collaboro. E io stesso parlo (anche) di camorra a chi viene a visitare Napoli con “Il Vagabondo“.

La sostanziale, enorme differenza è tutta qui: la responsabilità. Le attività appena descritte sono un’immersione totale non nella mafia bensì nell’antimafia, in quel mondo che contro le mafie ha reagito e continua a reagire. Si mangia nell’agriturismo che sorge sul bene confiscato, si strappano le erbacce nell’azienda agricola nata sul bene confiscato, ci si nutre di quei prodotti; ci si indigna e ci si commuove al ricordo straziante delle vittime come Gianluca Congiusta,  Lollò Cartisano o  Serafino Famà,  incontrando i loro familiari; si dorme nel bene confiscato alle ‘ndrine, si marcia (e si prega) sui sentieri della memoria in Aspromonte, si discute con i magistrati, i giornalisti, gli amministratori locali e con le forze dell’ordine impegnate in prima linea in questa lotta. Ma più di tutto, si studia, si ascolta, ci si confronta. In una parola, si cerca di capire, per diventare noi stessi movimento antimafia (e anticorruzione).

Incontrare il figlio di un boss è invece il sintomo più evidente della spettacolarizzazione della mafia, di quello che, parafrasando un famoso corto dei videomaker “The Jackal“, chiamerei “gli effetti di gomorra sui turisti“. Effetti devastanti di superficiale voyeurismo, riproduttore di stereotipi, aumentati di molto dopo la distribuzione all’estero di quel discutibile prodotto “colpevolmente pulp” che è la serie tv “Gomorra”. Effetti che al Sud (e all’Italia) tolgono tanto e lasciano poco o niente, quei due spiccioli che restano dopo un  viaggio di turismo irresponsabile.

Chiudiamo con una nota positiva: in entrambe le richieste che ho ricevuto e che ho descritto all’inizio del post, i miei contatti – due donne – si sono posti anch’essi in maniera molto critica rispetto al tema e hanno accettato di buon grado il mio rifiuto (nel primo caso) e le mia impostazione didattica (nel secondo caso). Segno che nel mondo c’è ancora spazio per un’esigenza di verità.

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Calabria ribelle: lettera aperta al Ministro per la coesione territoriale*

calabria-ribelleEgregio prof. Carlo Trigilia, so bene quanto lei tenga ai temi del Mezzogiorno: la sua origine, il suo curriculum e i titoli stessi della sue principali pubblicazioni lo dicono chiaro. Potrà sembrarle allora presuntuoso da parte mia consigliare a lei – e magari a qualche suo collega di governo – la lettura di un libro che non tratta nello specifico di economia, ma semplicemente di vita. O meglio, di sette vite, quelle di tre donne e quattro uomini che vivono da anni la loro quotidianità lottando contro la ‘ndrangheta. Il libro – un bel libro – in cui le giuste domande sono precedute da descrizioni di struggenti paesaggi, è “Calabria ribelle  – storie di ordinaria resistenza” e racchiude interviste a 7 cittadini che invece di raccontare dei loro successi imprenditoriali o delle gioie di genitori, si trovano invece a strapparsi le carni (mi scusi l’espressione colorita, ma se lei ha mai parlato con chi è vittima della mafia sa che è difficile dirla in un’altra maniera) raccontando di lutti e fallimenti e di lotta per la sopravvivenza. In questo libro scoprirà allora – qualora lo avesse dimenticato – il perché la  Calabria (e qui si parla in particolare di Locride e Piana di Gioia Tauro) è da sempre sinonimo di disoccupazione e sottosviluppo, nonostante le enormi potenzialità. Ma quello che più la sorprenderà in questa lettura è che i sette intervistati concordano nell’individuare due identiche cause di questa situazione: la mancata reazione da parte della popolazione calabra (salvo eccezioni) e, udite udite, l’assenza dello Stato (salvo eccezioni). “Lo Stato, in terra di Calabria, non esiste. Si manifesta solo in termini di repressione… Manca colpevolmente come presidio sociale. L’azione preventiva, educativa, formativa è carente. Le strategie a favore dello sviluppo economico e culturale del territorio sono pressoché assenti. Le politiche occupazionali inesistenti. Il deficit strutturale e infrastrutturale abnorme” (Don Pino Demasi, pag, 161). Le scrivo questo per ricordarle che lo sviluppo economico e la coesione territoriale non possono essere una questione meramente finanziaria. Non si tratta di portare al Sud vagonate di euro, investimenti a pioggia, ma si tratta invece di portarvi lo Stato e la straordinaria normalità di uno stato di diritto: scuole moderne e ospedali efficienti, treno ad alta velocità (o almeno a una qualche velocità!), presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito, trasparenza della pubblica amministrazione, giustizia rapida, epurazione di ogni puzzo di mafia dalla cosa pubblica e dal sistema bancario. La Calabria, come tutto il Meridione, non ha bisogno dell’elemosina. L’elemosina umilia l’uomo e favorisce i ladri e i furbi. L’aiuto esterno, incondizionato, è nemico dello sviluppo. Perché a svilupparci ci possiamo pensare da soli, perché siamo gente con le mani sporche di terra e di sale da millenni; e l’unica cosa che ci serve, l’unica che conta, è non sentirci cittadini di serie B. Vivere la normalità. E nella normalità la gente, quella che oggi non trova la forza di ribellarsi, troverà il modo di alzare la testa e respirare. Le storie di Gianluca Congiusta e Cecè Grasso, imprenditori uccisi per aver rifiutato il pizzo, di Lollò Cartisano, fotografo rapito e mai tornato a casa, di Gaetano Saffioti, imprenditore sotto scorta, di Michele Luccisano che si è ribellato all’usura, e persino di Massimiliano Carbone, ucciso solo perchè avrebbe amato la donna sbagliata, dimostrano che la Locride, la Calabria e il Sud sono ancora lontani dal respirare quell’aria di liberà e giustizia sociale necessari allo sviluppo economico equo, sostenibile, durevole. Se ne ricordi, signor Ministro, mentre disegna a tavolino gli interventi del suo governo. O meglio, mi permetta di darle un consiglio: prima di firmare un qualsiasi atto, si ricordi di quando era studente o giovane ricercatore. Acquisti questo libro, lo legga mentre scende in treno verso la Locride, e lì incontri chi ha rilasciato queste interviste e infine rifletta, magari gustandosi una granita al gelso nella piazza della cattedrale di Gerace (ingresso: ben 2 euro – il valore della cultura al Sud). Sono certo che così facendo le sue firme saranno quelle giuste per il Mezzogiorno e per il Paese. Buon lavoro. cordialmente, Alberto Corbino  (articolo pubblicato sul blog labuonaeconomia.investireoggi.it  il 31 luglio 2013) Giuseppe Trimarchi  “Calabria ribelle – storie di ordinaria resistenza” – Città del Sole edizioni, RC, 2012. Euro 15.

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The main and oldest Italian mafia organizations, a recap framework

Italian mafias

Italian mafias

I thought it could be useful for a general public who might be interested in getting an initial understanding of the Italian mafia organizations, to have an overview of the 3 and oldest and strongest ones: camorra, cosa nostra, ‘ndrangheta.
In the meantime it’s important to remember that a) the Italian mafias are today spread in a large part of the country: in the largest urban areas of the North they can reinvest with greater profits the money that they have been draining from the Southern regions for centuries;
b) this work is intended to be nothing but a very synthetic recap: each information should deserve many lines of clarification. Therefore, I warmly encourage those who want to know more to contact me or to read  some good books about this subject, possibly written by (southern) Italian authors.

You can download the Italian mafias scheme here.

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The peaceful invasion of (food) selectarians

a selectarian halloweenWhat is the definition* of selectarian?

According to the New York Times blogger Ben Schott a selectarian is “one who exercises meticulous choice over the food they eat”. Schott reports that: a) on his website the yogi Bryan Kest elaborated upon the concept of selectarianism “Personally, I like to call myself a selectarian. In other words, I consciously select the food I eat, which is different than unconscious eating, which is eating due to old habit patterns without questioning its health effects & potency”;  b) in the Web, the word “selectarian” is usually used to describe those who are primarily vegetarian yet eat meat and fish on occasion.

However both definition just refers to health criteria. While according to me a selectarian is a consumer (customer/client) who choses the services/goods he purchase according to a very high personal awareness and an informed knowledge of the market, not only health related. The selection is made according to one or more of the several possibile criteria, which are not  anymore the mainstream or trendy ones : the latest fashion, the fanciest commercial testimonial, the coolest packaging, the biggest stuff for the lowest price. In fact the criteria are not about appearence, because it’s all about the substance and essence of things.

Food is probably the most relevant field of interest for selectarians, for 2 main simple reasons: 1) we eat everyday 2) food is about health.
Selectarian is also the title of a research project that is being carried out since January 2014 by R&D departement of The Mediterranean Institure of Culinary Arts (Università della Cucina Mediterranea – UCMed) a no profit organization – vocational training centre based in Sorrento, one of the cradle of food, in the South of Italy. 
The first results of the research have been officially presented during the
GUSTUS Food Exhibition, in Naples (Italy) 4-6th December 2014 and will be soon published by UCMed.
It is the first time that this subject is investigated with a scientific approach in order to understand its main features, figures, and potentials .

In brief, it’s clear that, in spite of an increasing global food crisis (worsening of food quality, less equal access to healthy food, the diffusion of obesity and hazardous nutrition culture, ..) there are many facts underlining the existence of a worldwide non self-conscious wave of (food) selectarians.
The criteria (as said, it can be one or a combination of 2 or more) the selectarians adopt to exert their purchase power and therefore to support a certain kind of economy or to deny support to another one, can be summarised as follows:
a) health (wholesome, organic food; vegetarian, vegan, gluten free or any special diet; selection of the most nutritional food from all over the world;..);
b) ethics (human rights; no child labor; no animal or animal dignity respect ;..)
c) environment (zeroKm, local food; environmental friendly packaging, zero waste,..);
d) solidarity (fair trade, social cooperatives, antimafia cooperatives;…);
e) religion (halal or kashèr food; sacred animals;…);
f) seasonality and typicality (a more diverse diet, support to local farmers,..).

There’s no doubt that the SMEs (Small and Medium Enterprises  – food producers as well as restaurants, catering or banqueting companies), as well as touristic destinations, can not ignore this huge challenge  if they want to compete (and to survive) in the global market. especially in a country like Italy.

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Cibo: l’invasione dei selectarian

selectarian halloweenUn esercito, pacifico, spontaneo e (per ora) inconsapevole della propria forza, si aggira per il mondo, deciso a far valere le proprie ragioni con i ristoratori e l’industria agroalimentare: sono i (food) selectarian. La traduzione letterale in italiano dovrebbe essere “selezionatore” ma siccome è un neologismo, io li ribattezzerei “selezionista”.
Chi è il selecterian / selezionista di cibo? E’ colui che sceglie in maniera molto selettiva tutto il cibo che acquista secondo nuovi criteri, completamente diversi da moda, marca, marchi di qualità, pubblicità, packaging (nei negozi), presentazione, estetica, gusto (nei ristoranti).
In letteratura non esiste uno studio sistematico di analisi del fenomeno. In rete trovate qualcosina, segno che il movimento c’è ma che non ha ancora raggiunto una sua consapevolezza globale. Questo articolo rappresenta la sintesi di un primo tentativo di interpretazione, condotto da parte dell’Università della Cucina Mediterranea, di un fenomeno che interessa molto l’Italia almeno per due motivi: nel nostro Paese vivono molti selectarian; il nostro Paese, patria del buon cibo, è meta agognata per tanti selectarian turisti o consumatori.

Alcune cifre per comprendere la portata e le potenzialità del fenomeno.
In Italia si contano 4,2 milioni vegetariani contro i 3,7 milioni della rilevazione precedente, con un aumento del 15% in un anno (rapporto Eurispes 2014). Ma le associazioni stimano cifre più elevate, con un ampio margine non rilevato: 7 milioni, di cui 700 mila vegani – Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2014);
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa l’8% dei bambini e il 2% della popolazione adulta soffre di “reazioni avverse ad uno o più cibi” ( D-La Repubblica, 4 marzo 2014);
…da 10 anni il turismo “muslim friendly” cresce del 5% annuo contro il 3.8% del turismo internazionale . .. Sono turisti che hanno una grande capacità di spesa, basta considerare che il turista saudita è quello che nel mondo spende di più in assoluto (dai 10 ai 100 mila euro l’anno) in viaggi e vacanze. Ma lamentano l’assenza di servizi e pacchetti a loro dedicati, in particolar modo la possibilità di cibarsi secondo la loro regola alimentare Halal (paraola araba che significa “lecito”), e per questo snobbano il Belpaese a favore di altri paesi europei. (Ansa.it, 26 novembre 2014).
O ancora si possono citare l’ingresso del Commercio equo e solidale nella GDO (in Inghilterra 1/3 della banane vendute è Fair Trade, in Svizzera il 50% – Valori, n° 120/2014), o il successo di iniziative come i Mercati Contadini organizzati da Coldiretti con la Fondazione Campagna Amica, oltre all’affermarsi della filosofia Slow.

Potremmo così schematizzare i criteri in base ai quali selezionano ed esercitano criticamente il loro potere di acquisto (e perché) i Selectarian:
Salute (richiesta di cibi integrali, di biologico certificato; desiderio o necessità di diete speciali – vegana, vegetariana, macrobiotica, gluten free, diabete, ecc.; desiderio di seguire una dieta molto varia, anche con prodotti internazionali);
Etica (no animali, minor impatto ambientale, salvaguardia di specie protette, no lavoro minorile e rispetto dei diritti dei lavoratori in genere, boicottaggio di produttori o anche nazioni);
Provenienza / Località (fiducia nel fornitore, sicurezza, italianità, Km zero o filiera corta);
Solidarietà (commercio equo e solidale, cooperative sociali, cooperative antimafia);
Religione (cibo Halal per i musulmani o kashèr per gli ebrei; animali sacri alle religioni);
Stagionalità (garanzie di provenienza; dieta più varia; supporto all’agricoltura locale);
Artigianalità / Tipicità (supporto all’agricoltura locale, garanzie di provenienza; dieta più varia).
Il più delle volte, ovviamente, il selectarian sceglie in base a più criteri, andando a formare così una sua dieta e catena di fornitura ideale.

Si potrebbe argomentare che, oltre ad essere consapevoli ed informati, per essere selectarian bisogna essere benestanti. Di certo la qualità costa, però dobbiamo considerare che: a) non è il cibo buono che costa molto, è l’industria alimentare che ci ha abituati a prezzi bassi vendendoci merce scadente o a volte dannosa; b) andando ad acquistare direttamente dal produttore (come fanno i Gruppi di Acquisto Solidale), vi è un ottimo rapporto qualità/prezzo; c) in Italia si spreca molto cibo: se comprassimo meno quantità di cibo ma di qualità migliore, spenderemo la stessa cifra e staremo meglio in salute.

Bisogna ovviamente ricordare che i selectarian e tutto il movimento del consumo critico, rappresentano solo un’isola felice, una percentuale ancora trascurabile nel mare in tempesta del mercato globale agroalimentare.
Ce lo testimoniano i continui segnali d’allarme che provengono dai coltivatori del Sud del mondo (e del Sud Italia), soffocati dallo strapotere delle “grandi sorelle del cibo” mondiale e da catene di distribuzione troppo lunghe e soffocanti; lo denunciano la malnutrizione e l’obesità dilagante in ogni angolo del pianeta, la scomparsa della biodiversità colturale, il proliferare di allevamenti lager.
Ma è pur sempre un segnale di speranza ed è una sfida di cui l’Italia deve prendere la leadership, colmando in fretta lacune e ritardi.

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Milano: Salvini primo cliente del “Johnnypizzaportafoglio Take Uè”

johnnypizzamart1BigChe sia puro scandalismo giornalistico di bassa lega, oppure una trovata elettorale del leader leghista per prendere voti al Sud, la notiza, poco più di un gossip – per altro non confermata dall’interessato – è di quelle ghiotte: Matteo Salvini avrebbe intenzione di essere il primo della fila all’inaugurazione del primo “Johnnypizzaportafoglio Take Uè“, il prossimo 1 dicembre a Milano, in viale Bligny.
Analizzando i fatti la notizia a me non pare tanto infondata.
A Salvini piacciono le specialità locali? La pizza lo è (magari un po’ più del Sud, ma lo è). A Salvini piace la tradizione? La pizza a portafoglio è la maniera tradizionale di mangiare la pizza per strada a Napoli, piegata in quattro. A Salvini piacciono l’innovazione futuristica e la romantica campagna? La pizza di Johnnypizzaportafoglio” è cotta sì in un forno a legna, ma montato su un’Ape Car, il veicolo italiano più amato dai contadini di tutta Italia. A Salvini piace la qualità? Solo prodotti di primissima qualità, incluso il basilico appena staccato dalla pianta. A Salvini piace il duro lavoro? L’ideatore del marchio e titolare dell’azienda, il napoletano Giovanni Kahn Della Corte, si è fatto un cuore così per vent’anni nel settore, raggiungendo risultati di eccellenza in Italia, come dimostrano le magnifiche pizze sfornate nei due RossoPomodoro di Napoli (Corso Vittorio Emanuele e Via Cimarosa – di cui è franchisee) e il successo dell’altra sua creazione, “BIFF – Casa dell’hambuger e della carne italiana” (tosco-padana?), per molti il miglior hamburger restaurant a Roma (ovviamente ladrona!).
Infine: a Salvini non piace il lavoro a nero e l’immmigrazione clandestina? Il pizzaiolo sarà un maestro napoletano doc, con regolare busta paga e visto regolarmente falso sul passaporto!
Il prossimo 1 dicembre io ci sarò a Milano in viale Bligny, secondo della fila dietro Matteo. Vi aspetto!

P.S: Johnnypizzaportafoglio organizza anche corsi per Cuoco della pizza a Napoli, in partnership con l’Università della Cucina Mediterranea. Un mestiere che non conosce crisi!

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La schizofrenica incoerenza degli snack della FAO

Vignetta satirica sulla FAO da: girasoleonline.org

Vignetta satirica sulla FAO da: girasoleonline.org

Tre domande per voi: vi siedereste ai tavolini di un ristorante vegetariano dalla cui cucine proviene odore di carne bruciata? Seguireste mai una dieta prescritta da un medico obeso? Iscrivereste i vostri figli in un asilo in cui le maestre bestemmiano e imprecano tutto il tempo? Immagino che la risposta sia ovviamente negativa, perché in questi casi i vostri interlocutori vi saranno sembrati poco credibili,  ritenendoli voi in mala fede, o per lo meno, confusi o poco professionali.

Immaginate allora di andare a seguire alla FAO – Food and Agricolture Organization – l’Agenzia della Nazioni Unite che si occupa di cibo e alimentazione, presso il quartiere generale a Roma a un “dialogo preparatorio” della Seconda Conferenza sulla nutrizione” che si terrà prossimamente (fao.org/icn2), organizzato dal governo degli Stati Uniti. I temi sono ben chiari e annunciati sul materiale distribuito all’ingresso e dallo slide show iniziale: la sicurezza alimentare (cioè l’autosufficienza alimentare e la libertà di un popolo nell’autodeterminare cosa coltivare) la malnutrizione, che non è più solo denutrizione (in particolare quella dei bambini e delle mamme) ma anche obesità, ormai vera piaga del pianeta che interessa 500 milioni di adulti.

Il panel era di tutto rispetto, compreso un rappresentante della meritoria “Save the Children” e uno della “Bill and Melinda Gates foundation”, una rappresentate del governo USA, un paio di alti funzionari FAO. I primi due, mi sarebbe stato chiaro in seguito, servivano, loro malgrado immagino, a fare un po’ di quello che io chiamo rainbow washing (a darsi una mano di vernice di buonismo, insomma).

Credo che qualsiasi persona di buon senso si sarebbe aspettato che i relatori facessero la seguente equazione: insicurezza alimentare + malnutrizione dei neonati + obesità = mettiamo sotto accusa i trattati del commercio internazionale e soprattutto le 5-10 grandi multinazionali del cibo che ne detengono il monopolio della commercializzazione, che speculano sulle derrate alimentari, che azzerano la biodiversità salvo brevettarla come Ogm, che vendono latte in polvere a puerpere ignoranti e indigenti, che invadono con il cibo spazzatura l’umanità! Giusto?
Sbagliato, non una parola sola: un’ora e mezza di nulla cosmico a parlare della necessità di collaborare tra i diversi attori pubblici e privati (cioè le ONG), senza mai citare le corporations, nè i trattati. Una vergogna, a spese dei governi di tutto il mondo, cioè dei contribuenti di tutto il mondo, dalla Finlandia al Ghana.

Alzandomi stremato dalla splendida poltrona, mi sono ricordato di una canzone di Michael Jackson “Man in the mirror” in cui si invitava a cambiare il mondo cominciando da noi stessi. E mi sono ricordato di alcuni anni or sono, quando, nella stessa sede, l’occhio mi si era caduto sui distributori automatici di cibo. Quindi li ho cercati, ne ho trovati diversi in fondo ai corridoi e ho visto che niente era cambiato: le patatine, gli snack più inutili e nocivi, le bevande più zuccherate e gassate sono ancora oggi  in vendita, e in grande varietà, presso i distributori automatici della FAO a Roma, così come anni fa.
Eppure alla FAO dovrebbero sapere che esistono anche gli snack naturali e le bibite non gassate (http://www.fruttasnack.eu/it/progetto-distributori.html), le bevande non gassate e zuccherate, i prodotti del commercio equo e solidale (http://www.puntoequo.org/cosa/distributori-automatici).

Ma forse alla FAO pensano di essere troppo importanti per doversi mostrare affidabili (la famosa accountability di cui tutti parlano) al mondo intero; forse alla FAO pensano il mondo non si cambi dalle piccole cose e soprattutto non si cambi cominciando da se stessi.
Ed è anche per questo che a me piacerebbe vederli  fare un atto di contriso dolore e chiudere i battenti ed andare tutti a casa, lasciando i loro stipendi dorati a persone che sanno cosa sia la malnutrizione perché in quelle realtà vivono, combattono e lavorano da anni, finanziando così progetti di cooperazione seri, mirati e faticati.

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Optima Italia: la multiutility napoletana che azzera gli stereotipi sul mondo del lavoro

Optima Italia spaEra tempo che volevo visitare Optima Italia Spa, incuriosito da quello che avevo letto e sentito dire da più parti: la multiutility che semplifica la vita, la google nata e cresciuta all’ombra del Vesuvio. L’occasione è giunta con il field study dei miei studenti di Arcadia University, con i quali ho potuto visitare la sede principale a Napoli, e incontrare uno dei due fondatori (Alessio Matrone) e parlare con Antonio Pirpan, responsabile brand e comunicazione.
Da quell’entusiasmante incontro è nata la necessità di scrivere queste poche righe per descrivere l’azienda che ha smentito tanti stereotipi sul mondo del lavoro in Italia, luoghi comuni di cui si pasce la politica incapace e la gente che ignora (cioè quella ignorante).

1) A 40 anni si è giovani. Falso. Questo ce lo fanno credere nell’Italia monopolizzata dai dinosauri. Dovunque all’estero c’è l’alibi di essere giovani fino a 25 anni, dopodichè si è giovani adulti, con diritti e doveri di assumersi responsabilità: inventare, creare, produrre, aiutare la comunità. A 40 anni si dovrebbe essere in una fase che è il giusto mezzo tra energie ed esperienza, pronti a cedere la leadership 10 anni dopo. Optima è stata fondata nel 1999 da un giovane e un giovanissimo, che oggi sono nell’età della piena leadership, come i suoi dirigenti. L’età media dei suoi 270 (nel 2015: 300) dipendenti  è 28-29 anni. Una media “inquinata” dal comparto manageriale, che è … più brizzolato.

2) Senza soldi le idee non vanno avanti. Falso. Il capitale iniziale di Optima è stato pari a quattro milioni di vecchie lire (2 mila euro circa), vale a dire molto meno dei soldi di papà che un qualsiasi giovinastro più o meno spende in una anno per pizzette, cannoni, scarpe, ricariche del cellulare, ecc. Optima era un’idea vincente in cui si è fortemente creduto e i capitali hanno fiutato l’occasione e sono arrivati.

3) Per creare posti di lavoro, specie al Sud, servono ingenti investimenti pubblici. Falso. Questa è la scusa preferita dai politicanti che reggono il loro status sul clientelismo e sui grandi sprechi pubblici utili solo a creare cattedrali nel deserto che chiudono dopo pochi mesi, lasciando nella disperazione chi aveva creduto nel miraggio.

4) I giovani di oggi non valgono niente. Falso. Alcuni valgono eccome, visto che Optima identifica nelle competenze e nella passione del suo giovane gruppo uno degli elementi fondamentali di successo.

5) Il sindacato è un elemento necessario alla vita aziendale. Falso. A Optima, dove sono garantiti tutti i diritti dei lavoratori, le vertenze sindacali sono superate dal rapporto orizzontale tra i lavoratori tutti, compresi dirigenza e proprietà. Non è più il tempo della contraddizione di ideali, ma della condivisione di obiettivi.

6) Le mafie impediscono lo sviluppo al Sud. Falso. Le mafie sono l’alibi e  insieme lo strumento dei politicanti per frenare lo sviluppo. Le mafie possono poco contro aziende sane in comunità sane, perché minacciarle toglierebbe loro consenso sociale. E comunque da noi quello delle mafie è un problema secondario rispetto alla burocrazia, le tasse, il costo del lavoro, il negato accesso al credito.

7) Il lavoro si trova solo su raccomandazione e su segnalazione. Falso. Altra bugia alimentata dai politicanti, dalle risorse umane mediocri e dai finti imprenditori. A Optima le risorse umane sono selezionate tramite un’agenzia esterna o tramite un’accurata selezione annunciata via web, radio, tv, stampa. Un raccomandato verrebbe visto semplicemente come una dannosa anomalia del sistema.

8)  Il profitto è l’unica cosa che conta in economia. Falso. Se Optima l’avessero fondata o trasferita nelle Marche, in Emilia o al Nord, probabilmente avrebbe goduto di situazioni ambientali molto più favorevoli. Ma restare al Sud e creare qualcosa per i giovani del Sud è stato per loro un valore aggiunto non negoziabile. E, alla lunga, probabilmente sarà un vantaggio competititivo.

9) Il Sud è destinato ad andare al traino (leggi: call center) del Nord (leggi: management) nel terziario avanzato. Falso. Optima, azienda napoletana, ha assunto centinaia di giovani in tutt’Italia dove ha una rete di 200 agenti monomandatari.

10) La formalità e la rigidità degli ambienti di lavoro aiutano a focalizzarsi sulla produttività. Falso. La sede centrale di Optima ha sale relax con musica, videogiochi e biliardini, l’arredamento è moderno e allegro, la mensa è un bar all’ultima moda, l’abbigliamento segue lo stile personale di ognuno e le convention hanno la spensieratezza di feste di 18 anni. La cravatta a tutti i costi la lasciano a chi non ha niente altro da mostrare.

11) Profitto e impegno sociale non vanno d’accordo. Falso. Optima ha finanziato – rischiando – il film “La mafia uccide solo d’estate”, tema delicato trattato in maniera innovativa da un regista esordiente. Inoltre Optima pubblica Optimagazine, una rivista on-line in cui giornalisti esperti trattano di cultura, musica, cinema, spettacolo. Per non dimenticare il Sociality (un reality virtuoso) Optima Erasmus, che assegna 8 borse di studio supplementari ad altrettanti studenti Erasmus, gli stage che garantiscono (anche prestigiosi) e quindi l’importanza che attribuiscono alla formazione all’estero.

12) Le nuove lauree, come quelle in Scienze della comunicazione, creano solo disoccupati. Falso. Per realizzare le innovative campagne di comunicazione (come la citata Optima Ersamus) serve “semplicemente” essere ottimi laureati (o ottimi professionisti, competenti e visionari). Chi si laurea in qualsiasi materia ma resta nella sua ottusa mediocrità, si iscriva a un partito politico per trovare lavoro (suggerimento gratuito!).

13) Chiudiamo col 13esimo stereotipo, che magari porta bene: al Sud è tutto un po’… così. Falso. A me a Optima è sembrato tutto come dovrebbe essere. Tanto che, ora, diventerò loro cliente.

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Napoli: futuro pregiudicato

Quel che resta della notte  (quando va bene) (A. Corbino, 2014)

Quel che resta della notte (quando va bene) (A. Corbino, 2014)

“Napoli: in strada di notte 1 su 3 è pregiudicato”. Le cifre riportare da il Mattino di Napoli del 2 agosto 2014 in prima pagina dell’edizione locale dovrebbero dar da pensare. 
I fatti. L’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato hanno effettuato numerosi posti di blocco e blitz in zone particolarmente frequentati della movida del centro città (in vari quartieri, soprattutto residenziali) e i risultati sono, a parer mio, sbalorditivi:
Carabinieri: 2.799 persone controllate, di cui 816 con precedenti penali; vi sono stati 23 arresti e 146 denunce; 342 autoveicoli sottoposti a un qualche sequestro su 1.530 controlli (uno su 4!!!) e 216 sequestri di ciclomotori su 371 controllati (il 60%!).
Polizia di Stato: le persone controllate sono state 1.737  di cui 671  pregiudicate; 114 gli arresti eseguiti. Le percentuali PS di sequestri di auto e ciclomotori confermano le statistiche dell’Arma. Ma vi è un’aggravante: mentre i carabinieri hanno agito in orario di movida, le cifre della PS riguardano controlli diurni e notturni, quindi erano meno mirati.

Una parentesi. Sbalorditivo è, a mio modo di vedere, che questi dati siano fonte di blitz, di operazioni eccezionali, quando a Napoli tutti sanno che vi sono alcuni luoghi che io definisco pot hot spots (luoghi caldi della marijuana) in cui ogni sera, in particolare col bel tempo, vengono fumate e spacciate notevoli quantità di droghe leggere e vengono violate anche le norme più basilari sul decoro pubblico (Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, piazza Bellini, piazzale di San Martino in primis). Ma in genere le forze dell’ordine si limitano a parcheggiare le volanti pochi metri oltre e a controllare che l’ordine pubblico non degeneri, per motivi operativi che credo siano poco comprensibili alla cittadinanza, soprattutto ai residenti di quelle vie a cui bisognerebbe spiegare se vivono in Italia, in Olanda, o in qualche strano pianeta in cui fumare e spacciare erba, bere e lasciare cocci e bottiglie dappertutto e orinare per strada, nonostante il buon senso divieti e le ordinanze sindacali, sia prassi quotidiana accettata. Chiusa parentesi.

Ma torniamo alla questione pregiudicati. Concediamoci una serie di attenuanti generiche. 1) Pregiudicato = “persona che ha riportato una o più condanne penali o è già stata sottoposta a misure di sicurezza personali” (dal vocabolario Treccani), il che vuol dire che ha commesso qualche grave errore una o più volte e non è detto che non possa (tornare a) essere una brava persona. 2) Le forze dell’ordine hanno un occhio clinico e riescono ad individuare persone e comportamenti sospetti con più facilità, ed evitano quindi di fermare vecchiette con la spesa o similari (salvo – siamo uomini o caporali? – belle ragazze); 3) I fermati non sono solo residenti in città (si presume); 4) I pregiudicati hanno più soldi da spendere la sera delle altre categorie e quindi escono più di frequente, sopratutto nei quartieri “buoni”.

Detto ciò resta un dato oggettivo: a Napoli 1 persona su 3 tra quelle fermate, italiani e stranieri  – presumibilmente maggiorenni, giovani e adulti nel pieno della loro vita economica, sociale, familiare è pregiudicata. E questa notizia non può passare inosservata come se fosse stata “uno su tre sono ingegneri informatici, oppure diplomati al conservatorio, o anche giovani poeti squattrinati “.
La mia perplessità è questa: quale economia, quale società si può costruire in una città / area metropolitana che ha questo substrato culturale, che ha il crimine come comune denominatore?
Attenzione.. è una domanda di difficile risposta: il crimine genera PIL, denaro che circola nell’economia quotidiana (non solo bar, ma anche pizzerie al taglio – per la fame chimica del post spinello – e ancora meccanici, tatuatori, barbieri, ma anche telefonini, affitti, bollette…); il crimine reinveste in tante attività legali o paralegali (tali giudico essere le sale giochi, anche quelle ufficiali). Non è un mistero… basta esserne consapevoli.

Da oggi lo siamo un po’ di più: Napoli è e resta un mondo a parte, che è anche quello dei parcheggiatori abusivi che protestano perché i vigili urbani non li lasciano lavorare, che è anche quello dei vigili urbani imboscati. Insomma, Napoli è come una pentola a pressione a cui è pericoloso chiudere la valvola di sfiato… ed è una città dal futuro sempre più pregiudicato!

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Il valore dei soldi, secondo Ugo Biggeri

il valore dei soldi - copertina - biggeri “… Ottant’anni fa mio nonno divenne un piccolo artigiano imprenditore. I soldi per cominciare erano stati contati uno a uno. Quando divennero un po’ di più, mio nonno si costruì un capannone più grande. A questo punto gli serviva una banca. Bastava scendere in paese per trovarla e farsi una chiacchierata con il direttore, una persona di assoluta fiducia. Mio nonno lo conosceva da anni. Il maresciallo dei carabinieri, il dottore, il prete. E il direttore di banca. Non solo figure importanti, in paese, ma persone in cui riporre a cuor leggero la propria totale fiducia. Ne sapeva più il direttore, sui conti di casa, che mia nonna.
Sessant’anni dopo, mio nonno era lo stesso. Ormai in pensione, ma la stessa persona, con gli stessi riferimenti in paese. Il direttore di banca, invece, no. La banca era la stessa, il nome non era cambiato, ma il suo modo di lavorare.. il ruolo del direttore, tutto era mutato. E gli obiettivi? Decisi in base al profitto della banca. 
Gli hanno venduto un po’ di schifezze sotto forma di bond, al nonno, per il premio di fine anno. Non del nonno, il premio, ma della banca, che aveva bisogno di fare cassa, e anche del direttore, che ha avuto la sua gratifica. E’ bastato meno di un secolo perché una delle figure chiave delle relazioni fiduciarie popolari andasse persa. Ci si fida oggi, dei direttori di banca?…. Il nonno è sopravvissuto ai bond e ai direttori: una bella vecchiaia che inevitabilmente si sta spegnendo, ma che ha saputo costruire sicurezze per lui e per i suoi cari. Nonostante le banche.“.

Questo aneddoto familiare riportato da Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, nel libro “il Valore dei soldi”, penso possa da solo bastare a sintetizzare il valore di questo libro, il cui sotto titolo è “Banche, finanza ed etica oltre il mito della crescita”. E’ uno di quei testi che, una volta che lo si è letti, ci si domanda: “ma possibile che nessuno ci aveva pensato prima? Possibile che nessuno abbia percepito la sete di sapere che la gente comune ha. al giorno di oggi, di queste materie?”. Di certo qualcuno ci ha pensato, ed infatti è lo stesso Ugo Biggeri ad ammettere di aver abbondantemente saccheggiato dalle passioni e dalle storie delle persone con cui vive ed ha vissuto. Ma probabilmente nessuno aveva mai pensato a concentrare tutto in 167 pagine di facile lettura, dove viene spiegata, in estrema sintesi, la storia della moneta e delle banche, il mito della crescita, la finanza etica, gli investimenti alternativi, il valore delle relazioni come alternativo a quello dei soldi.

Se una critica si può muovere a questo libro è che esso da per scontato che il lettore conosca alcun passaggi e protagonisti dell’economia alternativa (Occupy Wall Street, Muhammad Yunus,..), lasciando quindi che il lettore stesso si preoccupi di approfondire, ricorrendo ai testi o i siti riportati in biblio/sitografia. Poco male: probabilmente una scelta editoriale dovuta all’esigenza di non appesantire la lettura ed anche, come nello stile di Biggeri, di responsabilizzare l’interlocutore verso uno stile di vita (e di lettura) più partecipativo, proprio come attento e responsabile dovrebbe essere il nostro approccio come risparmiatori e investitori.

In sintesi: consiglio a tutti quanti vogliano comprendere come il proprio denaro risparmiato o investito possa non creare danni comuni ma invece ricchezza comune a leggere questo libro, che è stato molto utile anche a me, che pur in questi ambiti bazzico da una ventina di anni.
La coerenza della vita quotidiana dell’autore (da sempre all’insegna di sobrietà, partecipazione, comunità) con le sue convinzioni e la sua passione lavorativa, nonché i risultati positivi raggiunti da Banca Etica (anche sotto la sua guida) in questi primi 15 anni, sono una garanzia per il lettore.

Ugo Biggeri “Il Valore dei soldi”, Edizioni San Paolo Srl, 2014, pagg. 137, € 12. Prefazione di Stefano Zamagni. 

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La Campania in 3Bimensioni: Bella, Buona, Brava!

La ds. Paola Guma, con i docenti Rosaria Pasqua e Carlo Riccio, dell'Istituto Elena di Savoia di Napoli, partner del Polo "Campania in 3B" e ospiti dell'evento di apertura

La ds. Paola Guma con i docenti Rosaria Pasqua e Carlo Riccio dell’Istituto Elena di Savoia di Napoli, partner del Polo “Campania in 3B” e ospiti dell’evento di apertura

C’è una bella espressione nel libro “L’alveare” di Giuseppe Catozzella che dice più o meno: “nell’immaginario comune il Nord è la Terra di Abele, mentre il Sud è destinato ad essere quella di Caino”. L’Alveare si riferisce principalmente alle mafie, e il concetto che esprime Catozzella (come anche Giovani Tizian e altri) è più o meno quello del famoso “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce… “ soprattutto al Sud!”.

E’ vero, il Sud non è un posto perfetto.. e chi scrive è sempre stato tra i più aspri censori di questa bellissima terra. “Il Sud è una brutta bestia!” l’ho detto e lo confermo, riferendomi alla popolazione sempre più orgogliosamente analfabeta, a politici sempre più incompetenti e corrotti, agli imprenditori avvoltoi e collusi, alle istituzioni latitanti, ai latitanti istituzionalizzati a santi patroni, al più alto mix concentrato di patrimonio naturale e culturale esistente al mondo e mai come in nessuna parte del mondo tanto mortificato.  Tutto vero.. e a quanti si sentano di negare questa situazione propongo di fare un giro con me a Napoli e al Sud …

Tutto vero. Ma non l’unica verità. Le verità invece sono anche altre, in particolare due:

La prima. Tutto ciò che di negativo accade al Sud, accade, con modalità e frequenze diverse, al Centro e al Nord. Potrei  fare un milioni di esempi, ma penso che gli scandali Parmalat (Parma), MPS Siena (Siena), Expo Milano (Milano), possano bastare; se volete ci aggiungo che Leinì, Rivarolo e Bardonecchia sono tre degli ultimi comuni sciolti per mafia e sono in Piemonte; che nella verde Umbria sono state individuate numerose discariche abusive di rifiuti nei pressi delle aree industriali; che al Nord succedono cose come questa: “ decine di tonnellate di scarti di formaggio piene di schifezze ritirate da grosse aziende (Granarolo, Ferrari Giovanni industria casearia, Zanetti) e mischiate a prodotto fresco: un sistema collaudato con cui la DELIA, stabilimento a Monticelli D’Ongina, sede legale a Milano…, riesce a piazzare sul mercato italiano e europeo il suo prodotto finito (la Repubblica – Parma, 23/05/2014)”. Notizia di oggi.

La seconda. Anche il Sud, che piaccia o meno, è positività, anche il Sud ha una sua terra di Abele che lotta e cerca di emergere nonostante i tanti caini, come ho spesso cercato di raccontare dalle pagine di questo blog.

La Campania in particolare, dove popolo ignorante e politicanti ingordi hanno per oltre quarant’anni impunemente cercato di distruggere tutto ciò che era possibile, spesso con successo – vedi Scavi di Pompei e litorale domitio -, sta dimostrando di voler riemergere dal mare di me.. lma dove era sprofondata, cercando anche di recuperare credibilità agli occhi di una stampa nazionale straniera sempre molto critica e sensazionalista (basta citare l’ultimo caso della Terra dei fuochi con annessa polemica NATO – acqua avvelenata a Napoli).

E lo fa ripartendo da due comparti chiave: l’agroalimentare e il turismo.

Due le recenti iniziative degne di nota, una pubblica e una privata. Quella pubblica: la Regione Campania ha da poco finanziato nuovi laboratori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici (Na) dedicati all’Ispezione degli alimenti e per aumentare la tracciabilità e la sicurezza di tutti i prodotti made in Campania.

Anche la seconda è un’iniziativa che ha a che vedere con il pubblico: è un Polo Tecnico Professionale, cioè  il nuovo modello di formazione individuato dalla Regione Campania per evitare (in teoria) la dispersione di finanziamenti a pioggia e far fronte alla sterilità delle iniziative di formazione professionale messo sin ad ora in campo. Può essere incentivato da fondi pubblici ma è un’iniziativa privata, autonoma.

Il Polo di cui voglio parlare, in cui sono in prima persona coinvolto, ha un nome insolito ma molto significativo: “Campania in 3B”. Riunisce, per ora, 49 tra istituti Tecnici, aziende profit (leader nel settore alberghiero, della ristorazione, del catering, del turismo) associazioni (tra cui Slow Food Campania) in 5 province, e include anche un “forestiero”  di eccezione, un punto di riferimento nell’arte pasticciera nazionale, la CAST alimenti Srl di Brescia.
Le 3B stanno per 3 Bimensioni: Bella, Buona e Brava. La sfida che questo Polo si pone quindi, a partire dal capofila  – l’Università della Cucina Mediterranea di Sorrento – , è far emergere la bravura degli allievi degli Istituti Tecnici coinvolti, facendoli incontrare con i bisogni delle aziende di eccellenza che al Polo aderiscono, incoraggiare le loro passioni, accompagnarli in un percorso in di formazione al sapere, saper fare e saper essere.

Il Polo Campania in 3B rifiuta l’idea che la Campania e il Sud debbano essere, per un qualche ineluttabile destino, terra di inquinamento, criminalità, cattiva politica, inquinamento, emigrazione, di conquista. Vuole offrire invece un contributo a un’inversione di tendenza verso una cultura della qualità, condivisa da scuole e imprese, che speriamo possa contagiare presto anche i cittadini / consumatori e le istituzioni, gli altri anelli necessari a trasformare il Sud in terra di Abele.

 

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San Gennaro e l’economia ignorata

san gennaro visto dall'artista lello espositoOgni qual volta in Italia un nuovo Presidente del Consiglio viene incaricato di formare il governo, io, come fa ogni buon napoletano quando non ha altre risorse, accendo un cero a San Gennaro e prego in silenzio, a mo’ di Troisi: “San Gennà, fa che questa sia la volta bbuona”! Ma, ogni volta, ahimè, questo miracolo non si compie mai. Neanche lui, il Santo patrono che liquefa il suo stesso sangue, che liberò la città dalla peste e dalla guerra, può riuscire ad esaudire questo mio recondito desiderio.

Qual è il mio desiderio? Quello di vedere comparire, nell‘elenco dei ministri, vice ministri o almeno sottosegretari dei dicasteri economici i nomi di quelle persone che da molti anni rappresentano il panorama mio (e di milioni di italiani) in campo di materie economiche. Un panorama, un universo, un orizzonte di economia ignorata, una rosa di seri pensatori – alla quale sono certo manchino tante altri nomi, a partire dal più noto economista Tito Boeri dell’Università Bocconi –  e che comprende ad esempio:
Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di  Bologna, già preside della Facoltà di Economia dell’Università di Bologna, già Vice-presidente della Società Italiana degli Economisti;
Luigino Bruni, professore ordinario di Economia alla LUMSA di Roma, già professore associato alla Bicocca di Milano, un dottorato in Regno Unito e un elenco impressionante di pubblicazioni in lingua inglese;
Tonino Perna, economista e sociologo, Professore Ordinario di Sociologia Economica presso l’Università degli studi di Messina;
Leonardo Becchetti, ordinario di Economia Politica presso l’Università di Roma Tor Vergata, autore di oltre 300 pubblicazioni, di cui molte internazionali, e 14 saggi.
Gianfranco Viesti, professore ordinario di Economia applicata nella facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari.

Se vi state chiedendo cosa questi docenti abbiano in comune, a parte il fatto che non viene riconosciuta loro la possibilità di influenzare, se non dal punto di vista accademico, il destino economico di questo Paese eccovi alcuni indizi:
Stefano Zamagni è attualmente Presidente del Comitato Scientifico di AICCON (Associazione Italiana per la Cultura Cooperativa e delle Organizzazioni Non Profit) e ha scritto saggi come “L’economia del bene comune”, “Impresa responsabile e mercato civile”,  “Per un’economia a misura di persona” e, con Luigino Bruni, è l’autore di “Economia civile – efficienza, equità, felicità pubblica”. Lo stesso Bruni ha pubblicato “The Genesis and the Ethos of the market (Nascita ed etica del mercato)”, Reciprocity, altruism and civil society (Reciprocità altrusimo e società civile” , “Civil Economy” (Economia civile). Zamagni e Bruni hanno pubblicato con Becchetti un manuale di “Microeconomia” dove si tratta di “microcredito, l’economia sostenibile, il commercio equo e solidale, il variegato mondo dell’associazionismo non sono più una realtà di nicchia, ma vedono coinvolti milioni di persone e le loro famiglie, che vogliono creare valore sociale e ambientale, insieme al valore economico, per migliorare le prospettive di felicità pubblica”. Becchetti è l’autore di “Felicità sostenibile – Economia della responsabilità sociale”, “Oltre l’uomo economico” e “Il voto con il portafoglio”. Tonino Perna è autore di “Lo sviluppo insostenibile”,  “Dell’Usura”, “Fair Trade, la sfida Etica al Mercato”, nonché il  “Manuale del piccolo usuraio e del grande speculatore” (crudelmente delizioso). Viesti è autore di provocatori saggi come “Abolire il Mezzogiorno” , “Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce. Falso!”.

Cosa abbiano Viesti, Perna, Becchetti, Bruni, Zamagni in comune lo avrete capito: una visione, quella messa in pratica sessant’anni fa da Adriano Olivetti, che rivolti la dogmaticità di antiche teorie economiche e vada oltre gli stereotipi e le bugie delle statistiche che non riescano a leggere il Paese reale. E, soprattutto, la visione di un’economia che consideri l’uomo come preoccupazione principale, dove il profitto sia quindi ridimensionato a uno dei possibili mezzi, mentre il fine ultimo e vero sia un’economia sostenibile, responsabile, giusta, che porti felicità diffusa.

Avevo nutrito una piccola speranza con la nomina a Ministro del Lavoro del governo Letta di Enrico Giovannini, che, da Presidente dell’Istat aveva promosso la ricerca per validare il BES (Benessere Economico Sociale – vedi articolo su questo blog) come possibile sostituto del menzognero PIL. Ma sappiamo com’è andata col governo Renzi: vuolsi così cola ove si puote ciò che si vole, e più non dimandare. Amèn e pace in terra agli uomini di buona volontà.

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Sicurezza alimentare: la campagna “Stagionale, locale, abituale” *

Come ricorda ieri Carlo Petrini su “La Repubblica“, secondo un’indagine Accredia-Censis sulla percezione della sicurezza del cibo quotidiano, il 16% delle famiglie italiane si dice preoccupato per la qualità degli alimenti acquistati abitualmente, mentre il 70% si dice abbastanza preoccupato.

Ciò significa che l’Italia ha distrutto quell’enorme capitale che è la fiducia tra produttore-commerciante-consumatore che si basava sulla genuinità dei nostri prodotti agroalimentari e su di un’economia che considerava i rapporti umani più importanti del profitto a tutti i costi.

L’Università della Cucina Mediterranea, ente d formazione culturale professionale basato a Sorrento, sostiene da sempre che questo capitale va recuperato e valorizzato, perché l’agricoltura italiana torni ad essere un settore in attivo, perché l’agroalimentare resti un’ eccellenza della nostra economia e perché fare la spesa tutti i giorni non debba essere motivo d’angoscia, ma di gioia, di salute, di scoperta.

Per questo è necessario l’impegno di tutti: produttori, commercianti, consumatori. Per questo UCMed ha deciso di lanciare la campagna “Stagionale, Locale, Abituale©, per ilconsumo consapevole ed il supporto a una filiera agroalimentare virtuosa.

Stagionale, Locale, Abituale© ricorderà a tutti che il cibo è una cosa seria, perché èsalute, economia e cultura ed è pertanto necessario avvicinarvisi con maggiore cura e consapevolezza, sin dal momento in cui scegliamo i nostri fornitori.

Invito i lettori a collegarsi al sito di UCMed http://www.ucmed.it/2013/12/02/stagionale-locale-abituale/ , a diffondere questa campagna e a metterne in pratica il messaggio.

*pubblicato il 3 dicembre 2013 sul portale investireoggi.it 

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Terra dei fuochi: oltre l’allarmismo, contro l’eutanasia dell’agricoltura campana

Circa 14 anni fa discussi la mia tesi di dottorato al Dipartimento di geografia dell’Università di Padova intitolata “I crimini ambientali: punta dell’iceberg dell’antimondo geografico”. Al di là del titolo complicato, la tesi ivi sostenuta è che vi era un territorio molto fertile, in Campania, dove la legge sembrava sospesa e dove un gruppo di criminali agiva da anni indisturbato, inquinando, edificando, interrando rifiuti, proprio come i narcos stavano facendo in alcune regioni della Colombia (all’epoca la nazione più pericolosa dopo l’Algeria della guerra santa) perpetrando altre tipologie di crimine.
Ho voluto ricordare questo dato del passato non per vantare un primato – che non esiste – ma per evidenziare come le problematiche del traffico di rifiuti tossici in Campania fossero note anche a chi, come me a quell’epoca, semplicemente ponesse una minima attenzione ai rapporti di Legambiente o andasse a parlare con chi in quei territorio lavorava, lottava, soffriva. Nessuna scienza infusa, nessuna dote investigativa particolare.

A Napoli ieri, una partecipata manifestazione contro il “Biocidio”, organizzata dal comitato “Fiume in piena” ha ricordato a tutti la tragedia della Terra dei Fuochi, le battaglie di don Maurizio Patricello, del medico Antonio Marfella, di chi anni fa ideò il sito di denuncia e censimento “Laterradeifuochi.it”, dei comitati cittadini figli dei tanti morti in questa strage silenziosa. Il settimanale L’Espresso ha appena pubblicato un’inchiesta del governo USA su questi temi, sollecitata dalle truppe che vivono all’ombra del Vesuvio.

E’ giusto denunciare. Perché è proprio a causa silenzio (omertà?) della popolazione e dalla sordità delle istituzioni (ricorderei su tutti l’imbarazzante e recente domanda del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano “perché si chiama Terra di Fuochi?”) che questo crimine contro l’umanità è potuto durare vent’anni e più. E’ giusto che l’Italia senta come sua e faccia sua questa tragedia, e non solo per solidarietà umana, ma perché da quella terra partono ortaggi per tutta Italia e anche oltre, come alcuni approfondimenti dei media (le Iene – come spesso accade!!! – prima di tutti) hanno saputo appurare.

Ma è anche giusto distinguere, andare oltre l’allarmismo, essere rigorosi nel raccogliere e restituire informazioni. Perché quando si parla di Terra dei Fuochi o di Campania in genere, le cifre volano  impazzite nell’etere, creando panico e confusione nei consumatori. E il problema non riguarda solo questa regione, non solo il Sud. Perché se è vero che, come stimato da Coldiretti, il 18% della superficie agricola campana è inquinato, è pur vero che, in questa triste classifica, troviamo subito dopo Lazio, Sardegna, Piemonte.

E allora l’agricoltura italiana ha bisogno – SUBITO –  di chiarezza e di un approccio nuovo.Chiarezza significa caratterizzazione dei suoli, perché all’interno di queste aree sotto accusa vi sono livelli  e fonti diverse di inquinamento, e vi sono anche tanti produttori onesti che hanno superato e continuano a superare gli accertamenti dell’Agenzia per l’Ambiente, del NOE dei Carabinieri, e dei seri certificatori ambientali che attribuiscono il marchio “biologico”. E tracciabilità dei prodotti utilizzando le nuove tecnologie digitali. E informazione del consumatore, fino alla nausea.

Approccio nuovo significa sperimentare  nuovi rapporti commerciali tra produttori e consumatori, perché la filiera è troppo lunga e presenta troppe zone d’ombra. Una soluzione potrebbe essere l’Agricoltura Supportata dalla Comunità, sperimentata con successo negli Stati Uniti, in Giappone e altrove in Europa, di cui ho scritto in qualità di direttore della formazione dell’Università della Cucina Mediterranea – UCMed (http://www.ucmed.it/2013/11/08/lagricoltura-supportata-dalla-comunita-community-supported-agricolture/).

Sintetizzando, e spero non banalizzando, per l’Italia in generale e per la Campania in particolare il problema è che non siamo più a dieta… mediterranea: stiamo dimenticando il valore aggiunto enorme che la nostra buona agricoltura ci può dare in termini di export, di ristorazione e di salute. Anche questo è un tema che ho approfondito sul sito di UCMed (http://www.ucmed.it/2013/11/18/la-campania-non-e-piu-a-dieta-mediterranea/).

*pubblicato il 18 novembre 2013 sul portale: investireoggi.it

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Come uscire dalla crisi? Facciamolo da soli *

In Italia il prodotto lordo è passato da 300 miliardi di euro nel 1960 a 1.500 nel 2011, ma l’occupazione è rimasta pressoché la stessa in rapporto alla popolazione (40% prima, 38% oggi) .. dimostrazione pratica che per creare occupazione dovremo avere un tasso di crescita fuori da ogni prospettiva economica”. Non mi capita spesso di recensire libri in questo blog. Ed anche questa volta queste poche righe possono definirsi più un consiglio che una recensione: investite oggi stesso 11 euro nell’acquisto di un libro che, in 118 pagine formato tascabile, riuscirà a farvi capire l’economia, la crisi e come uscirne. Vi dimostra quanto noi siamo parte del problema e quanto possiamo esserne la soluzione. Compratelo, regalatelo a chi volete, anzi, a quelli a cui volete più bene; anche se pensano di non capire niente di economia o che sia una cosa distante; anche se, al contrario, pensano di sapere già tutto perché hanno una laurea con lode, o comprano tutti i giorni il Sole 24ore o lavorano in banca: perché si trova in questo libro questo quello che ci occorre capire dell’economia. Le parole che vi suggerisco sono quelle di Francesco (Francuccio) Gesualdi, già allievo di Don Milani alla scuola di Barbiana, fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, progetto di documentazione e di impegno civile insieme nato a Vecchiano (Pisa). Ho avuto modo di incontrarlo ieri alle Fiera dei beni Comuni a Napoli e le sue parole mi hanno, come sempre, ispirato.
Il libro, che si legge tutto d’un fiato perché è scritto con parole semplici e in maniera chiara, così come dovrebbe essere sempre un testo che tratta di economia, è diviso in 2 parti: la loro crisi e le nostre soluzioni. Nella prima parte Gesualdi spiega come da cosa ha avuto origine la crisi finanziaria globale: la fine del boom economico, la crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani e il sogno infranto della crescita, nonostante questa sia l’unica soluzione invocata dai governi di tutto il mondo, a prescindere dal colore politico. Ma, sostiene Gesualdi “la crescita misurata solo in termini di denaro, senza preoccuparci da quali elementi sia formata, a vantaggio di chi vada e a quali bisogni risponda, non funzionava neanche in passato… Per tirarci fuori dai guai non serve alzare il palazzo ma ristrutturarlo… Fuori di metafora, dobbiamo ripensare l’assetto produttivo, il parco energetico, gli stili di vita, le modalità di consumo, il trattamento dei rifiuti, le regole commerciali, il sistema bancario, il sistema fiscale, la struttura della spesa pubblica e molto altro“. Quel che trovo di fantastico in questo libro, a parte la chiarezza espositiva, è l’incoraggiarci a un cambio di prospettiva perché “se volgiamo trovare soluzioni, è altrove che dobbiamo guardare. .. La rivoluzione che ci attende e infatti di tipo epocale.. dobbiamo affermare che il centro gravitazionale del sistema economico non può essere il mercante, ma la persona“. Posto che la questione economica fondamentale per l’autore è: come costruire una società capace di garantire a tutti le sicurezze rispettando tre condizioni (utilizzare meno risorse, produrre meno rifiuti e lavorare il meno possibile, perché meno lavoro significa più libertà), le soluzioni prospettate sono: 1) lavoro comunitario; 2) lavoro fai da te; 3) economia pubblica, ovvero “un sistema economico funzionante come un’autostrada a doppia corsia: la prima, quella del mercato, dedicata ai desideri individuali; la seconda, quella di comunità, dedicata ai desideri di tutti“. Per me: tutto molto convicente!
Leggete e compratene tutti: Francesco Gesualdi “Facciamo da soli – per uscire dalla crisi oltre il mito della crescita, ripartiamo dal lavoro e riprendiamoci l’economia“. Altreconomia edizioni, 2012, €11.

* pubblicato sul portale Investireoggi.it il 26 maggio 2013

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Isole di buona economia nel Nord Ovest *

Per la quarta tappa il laboratorio itinerante sulla nuova- buona economia promosso dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Gruppo Banca Etica) si è fermato nella splendida Torino, visitando o incontrando realtà del mondo profit, no-profit e istituzionale, con viva e vibrante soddisfazione per la vitalità e la varietà degli interlocutori.

Abbiamo visitato (e pranzato biologico presso) la gioiosa Casa del Quartiere di San Salvario, un progetto promosso e realizzato dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus che ha preso in concessione per 30 anni lo stabile degli ex bagni municipali in partnership con Città di Torino, Fondazione Vodafone, Compagnia di San Paolo, Circoscrizione 8 e con oltre 30 enti no profit. Un perfetto esempio di comeriqualificare un quartiere partendo dal basso e, soprattutto, dalla buona organizzazione.
Poi abbiamo visitato il Poliambulatorio Polis, ideato dalla Coop Soc. Esserci e dal Gruppo Arco, per offrire, a prezzi calmierati, servizi sanitari altamente professionali(cure odontoiatriche, counseling familiare, sostegno psicologico).
E siamo riusciti ad assistere alla riapertura – rinascita del Bar Italia Libera, una volta di proprietà della ‘ndrangheta.

Nel secondo giorno di lavoro, ospiti del gruppo Abele nella splendida Oasi di Cavoretto, abbiano incontrato una serie di realtà del ribollente laboratorio di Buona Economia di Torino e dintorni, a partire da alcune istituzioni: 1) l’Osservatorio di economia civile della Camera di Commercio di Torino che da due anni redige il Report socio-economico di territorio e di distretto bilancio sociale di territorio in Val Pellice e Val Susa, per valutare l’impatto delle cooperative sociali.
2) La Fondazione Rosselli: istituto di ricerca (nato 25 anni fa) si occupa di economia e comportamento  e nasce dal’idea che l’economia non è una scienza matematica ma sociale e psicologic; sta oggi lavorando su un nuovo modello di finanza pubblica per il welfare.
3) I 50 GAS (gruppi di acquisto solidale – muovono 100mila euro di prodotti collettivi all’anno) e le RES (Reti di Economia Solidale) che si sono dati un’organizzazione per curare meglio l’attività di logistica che ora viene e gestita (e retribuita) da un gruppo di cooperative;
4) ConfCooperative e di LegaCoop, che ci hanno ricordato  quanto il movimento cooperativo Piemontese sia solido (3 mld di euro fatturato – 2% del PIL piemontese; un piemontese su 5 è un cooperatore Lega Coop. Le 3 più grandi coop sociali piemontesi hanno 70 milioni di euro di fatturato in totale) e proteso verso il futuro (soprattutto tramite ilMercato inter-cooperativo, tra cui il mix tra coop di abitanti e coop soc. di tipo A).
5) Il Social club , un’associazione di promozione sociale di primo e secondo livello, una rwete che riunisce 30 coop sociali ed ha come associati gli enti e i singoli lavoratori (2500 lavoratori / associati). Hanno attivato con Banca Etica un servizio di microcredito con accompagnamento a scelte di indebitamento personale. Hanno inaugurato il Buena Vista (4.300 mq)  per il social housing nell’ex villaggio olimpico e riescono a destinare ai loro soci appartamenti a canone calmierato. Fanno gruppi di acquisto e convenzioni sugli acquisti, dando prodotti e servizio a persone a basso reddito; con ACLI fanno attività di CAF ecc. Ogni associazione ha un referente che opera in social club ne costituiscono l’assemblea. 2 dipendenti per social club. Il bilancio è in crescita, 2 dipendenti , praticamente zero contributi pubblici.
6) Retenergie,  è una società cooperativa a mutualità prevalente che distribuisce energiasia per utenze domestiche che partite iva, su tutto il territorio nazionale attraverso nodi locali. http://www.retenegie.it; producono e distribuiscono le loro energie da fonti rinnovabili (che per il momento acquistano da Trenta), 1 milione e mezzo di investimento dal 2008, 3 lavoratori. Interagiscono con comitati ecc e con tutti i cittadini che vogliono scegliersi il modello energetico a sceglierlo a livello locale.
7) la Coop. Soc. Caffè Basaglia – Circolo ARCI  è nata 6 anni fa con finanziamento Banca Etica, ha oggi 10 dipendenti (di cui 4 affetti da schizofrenia) tutti assunti a tempo indeterminato; il motto è: dare voce a chi non ha voci e a chi sente le voci. . Non riescono a fare surplus per fare investimento o restituire soldi per ristrutturazione. Vorrebbero aprire un rifugio Urbano, in cui i cittadini nuova utenza. Nessun supporto economico dalle istituzioni.
8) Etinomia: è un’associazione della Val di Susa cui aderiscono formalmente circa 100 soggetti imprenditoriali. E’ divisa in gruppi di lavoro per aree tematiche, tra cui agricoltura, edilizia. L’obiettivo punto di partenza è restituire centralità del territorio, affiancando gli imprenditori e controllare quello che fanno i grandi gruppi imprenditoriali e vedere quello che non va sulla sostenibilità, per poi denunciare questi business e trasformarli in qualcosa che sia più economicamente vantaggiosa per la comunità locale. Vorrebbero, e lo vorremmo anche noi, che  fosse un open-source replicabile.
9) Etica nel sole  è una Coop. di lavoro che si occupa di Energie rinnovabili, riduzione consumi. Parola chiave: legalità in ogni aspetto. Vorrebbero concentrarsi molto sul risparmio energetico, fanno formazione  e informazione. Nati nel 2008, 11 soci di cui 7 lavoratori e 5 dipendenti non soci. Tutti i soci lavoratori sono dipendenti della coop e tutti a tempi indeterminato. Fatturato 3 milioni di euro, 2012 nel scesi a sopra 2 milioni. Difficoltà più grossa: confronto sui competitor. Rimaniamo in piedi per la qualità delle risorse umane tutte persone che condividono in pieno l’etica.
10) La Cooperativa punto Zero è una gemma dell’Associazione Co-abitare. Nella realtà è un riuscito progetto di co-housing costituito da una palazzina comprata e ristrutturata tramite un mutuo di Banca Etica: un diverso modo per stare in centro città , di 8 alloggi e spazi comuni.  Iniziato nel 2009 sono appena entrati in casa. Lavori gestiti da coop e seguita da professionisti, con attenzione a risparmio energetico, pannelli solari ecc. per un costo inferiore ai 3.000 euro a mq).
E infine due realtà molto conosciute ute nel mondo della cooperazione  torinese quali 11) la coop. Tavola di Babbele (che è ristorante, GAS, bottega,..), e 12) la Coop. Sociale Solidarietà Coop. Sociale, promossa dalle ACLI.

Che dire? Abbiamo imparato molto dal’esperienza torinese, che ci conferma quanto in Italia sia viva e a volte (per fortuna) prosperi un’economia diversa e sostenibile che riesce ad essere efficace ed efficiente e dovrebbe pertanto essere guardata come modello da chi definisci i confini legislativi dell’economia di questo vecchio Paese retrogrado.

* pubblicato il 17 maggio 2013 sul portale investireoggi.it

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Caro Letta, ho trovato i soldi (dell’IMU) *

Egregio sig. Presidente del Consiglio, mi sono deciso a scriverle questa breve nota perché convinto dagli occhi sgranati di circa 500 studenti dell’Istituto Don Milani di Montichiari (Bs), durante un seminario da me tenuto presso lo splendido auditorium della Bcc del Garda, venerdì scorso. Il tema che mi aveva dato da svolgere il mio ospite, il neo-presidio di Libera di Castiglione delle Stiviere era:  ”soldi puliti e soldi sporchi al tempo della crisi: la mafia, lo Stato e.. noi“. Mi sono preparato a quest’incontro mettendo insieme un po’ di cifre, per far saltar su alcune incongruenze della nostra politica economica. Ed è stato quindi per me inevitabile dedicare qualche slide a: “il gioco d’azzardo – quando lo Stato danneggia se stesso ed è complice delle mafie“. Tralasciando la seconda parte, perché è noto a tutti quanto le mafie controllino larghe fette del gioco d’azzardo legale (vero?!), passo a illustrare, sinteticamente, questo caso estremo di masochismo di Stato. Partendo dal presupposto che “l’Imu nel 2012 ha portato nelle casse dello Stato e dei Comuni 23,7 miliardi, di cui 4 derivanti dall’abitazione principale (Cristiano Dell’Oste – da Il Sole 24 Ore, data odierna), le segnalo una ricerca condotta da Matteo Iori per CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo), riportata dalla rivista Valori n° 106/2013. Basandosi sul fatto che l’IVA per i giochi è all’11%, si calcola che la mancata IVA (cioè la differenza tra quanto incassato e quanto dovuto se l’IVA fosse, come per la maggior parte dei prodotti, al21% ) ammonta a 3,6 miliardi di euro. Cioè: se solo il governo equiparasse l’aliquota IVA del gioco d’azzardo, che provoca dipendenza e danni (che lo stesso studio calcola pari a 6 miliardi di euro), a quella dei fiori (21%) anziché ritenerlo sano e trasparente al pari del miele (10%), recupererebbe quasi quanto cerca disperatamente di recuperare con l’IMU sulla prima casa. Un’aliquota IVA dovrebbe essere decisa anche in base all’utilità del bene, o alla sua potenziale dannosità, credo. Ora, onorevole Letta, caso particolare e polemiche sull’IMU a parte, è chiaro che questa coincidenza fornisce agli studenti e al sottoscritto il pretesto per porre a lei, al governo e al parlamento tre domande:  1) ma davvero siete tanto secchioni? 2) se sì, perché invece di fare soli i secchioni da scrivania non scendete per strada a parlare con la gente e vi lasciate contagiare con un po’ di buon senso? 3) perché  vi ostinate ad accanirvi come iene su una carcassa agonizzante continuando a raschiare il fondo del barile della decenza e della pazienza di lavoratori dipendenti, pensionati, artigiani, professionisti e medio-piccoli imprenditori allo stremo della forze, invece di recuperare risorse  e credibilità da quegli immensi giacimenti della vergognache oggi si chiamano gioco d’azzardo,  evasione ed elusione fiscale, corruzione? Perché? Ahimè, temo di conoscere quest’ultima risposta. E temo la conoscano anche i giovani  studenti del Don Milani di Montichiari, a cui dobbiamo invece altre risposte e un futuro migliore.

* pubblicato il 13 maggio 2013 sul portale: investireoggi.it

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Innovazione made in Napoli: i conti in tasca a Bee – car sharing!

Se qualcosa di buono c’è in una crisi economica è che la gente riscopre  di avere una testa e di essere capace di cambiare (suo malgrado) comportamenti e abitudini. Gli italiani pare abbiamo rimparato a ridurre gli sprechi (in particolare lo scandaloso spreco alimentare), a fidarsi di meno delle grandi marche e di più delle etichette  e – udite udite –  a prendere meno l’auto!
Chissà se questo nuovo (forzato) modus vivendi potrà supportare in qualche maniera il decollo a Napoli della Bee – green mobility sharing. Dopo i controversi fasti dell’America’s cup, Napoli  battezza in questi giorni * un progetto di economia reale e sostenibile: il primo progetto di car-sharing totalmente elettrico ed automatizzato in Italia. I conti sono presto fatti: l’assicurazione costa 1.300 € (a Napoli – quando ti va bene), 130 € di bollo, 800 € di benzina (per circa 30 km/giorno), senza contare 460 € di manutenzione. Totale: circa 2.700 € solo per le spese di gestione (salvo sorprese varie!). Facciamo il confronto con Bee: €30 di abbonamento all’anno e 0,15 € al minuto. Supponiamo che decidiamo di lasciare l’auto: compriamo un bell’abbonamento annuale all’intera rete urbana di trasporti (285 €) e ci restano oltre 2.235 €, il che vuol dire 14.900 minuti di BEE, cioè oltre 40 minuti al giorno di auto (se la prendiamo tutti i giorni!). E questo al netto di eventuali furti e costi di parcheggio e del costo per l’acquisto di un’auto! E con il grande vantaggio di vivere in una città con meno traffico e quindi più vivibile e dove si gode una miglior qualità ambientale: con 200 Bee avremmo 20.000 auto in meno a Napoli! E questi sono comunque soldi risparmiati: meno inquinamento e rumore significa meno asma ed allergie, meno medicine e controlli medici. Inoltre, per tornare al tornaconto privato, con Bee si entra nella ZTL.
Oggi, fiero di questa iniziativa tutta made in Napoli (Bee è stato creato dalla giovane società napoletana NeaHelioPolis srl – leader nell’energia alternativa), ormai diventata realtà, vi invito a visitare il sito http://www.bee.it e http://www.nhp.it e a fare un salto nella buonaeconomia reale!
Qualche motivo in più? Nel 2014 Bee introdurrà in flotta il modello 4 porte/5 posti, e, udite udite, Bee ha oggi raddoppiato a Milano partecipando al progetto di car sharing elettrico del Comune EQ Sharing: sulla green economy il gap nord-sud può non sussistere.

* pubblicato sul portale investireoggi.it il 23 aprile 2013

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Margaret e Gino *

Chissà se a Margaret Thatcher sarà giunta l’ultima clamorosa notizia dal più contraddittorio Paese del mondo – parlo dell’Italia – battuta dalle Agenzie di stampa poco prima che la Lady di ferro spirasse: Gino Strada, fondatore di Emergency, annuncia un ampliamento del Programma Italiaper garantire cure gratuite agli indigenti che vivono nel nostro Bel Paese. Come è proprio della cultura di questa gloriosa ONG, non si guarderà al colore della pelle per decidere chi potrà ricevere aiuto: il programma è rivolto a chiunque – stranieri e italiani – non possa permettersi di pagare per la propria salute, un diritto garantito dalla Costituzione. Si legge sul sito Emergency.it : “Per questo abbiamo deciso di intervenire anche in Italia, aprendo due Poliambulatori a Palermo (nel 2006) e Marghera (nel 2010), uno sportello di orientamento socio-sanitario a Sassari (2012), e inviando due ambulatori mobili – i Polibus – laddove c’è più bisogno (dal 2011). È il nostro Programma Italia, che vogliamo ampliare nei prossimi mesi aprendo due nuovi Poliambulatori, a Polistena (RC) e a Napoli, e allestendo due nuovi ambulatori mobili”. Di fronte a questa notizia mi permetto una provocazione: e se qualcuno, turbato anche dai continui scandali sulla Sanità italiana, ritenesse più legittimo fare una bella donazione a Emergency (che fornisce ogni giorno e in ogni angolo del mondo grande prova di efficacia ed efficienza) piuttosto che pagare le tasse, potremmo biasimarlo? Probabilmente anche la Thatcher, nota per le sue politiche liberiste e per la stretta sulla spesa pubblica, sentendo le parole di Gino avrebbe esclamato seccata “Enough is enough – basta!”.

* pubblicato il 10 aprile 2013 sul labuonaeconomia.investireoggi.it

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Invertire i parametri dello sviluppo al Sud: una buona pratica nel casertano *

Invertire i parametri dello sviluppo al Sud: una buona pratica (02 aprile 2013)

 

Arriva dalle vituperate e malfamate terre di Caserta, quelle ormai ingiustamente note solo per la malversazione del clan camorristico dei Casalesi, un ottimo esempio di buona economia: il progetto RES – RETE ECONOMIA SOCIALE, promosso dall’APS Comitato don Peppe Diana e tante altri enti no-profit, in partnership con numerose istituzioni locali e con il supporto finanziario della Fondazione con il Sud. Il territorio di implementazione del coincide infatti con sette Comuni ricadenti nell’ambito territoriale sociale C2 (ex legge 328/00) che ha il suo ufficio di coordinamento proprio a Casal di Principe. Il progetto, che più che innovativo potremmo definire rivoluzionario in considerazione della realtà territoriale,  intende promuovere un modello di sviluppo locale integrato fondato sull’infrastutturazione di economia sociale, che renda produttivi i patrimoni immobiliari confiscati alla criminalità organizzata, perseguendo “l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini” e incrementando capitale sociale nella legalità. Il programma di sviluppo integrato si snoda su tre obiettivi d’intervento:

– Promuovere e implementare pratiche e filiere d’economia sociale attraverso l’uso dei beni confiscati alla camorra in un’ottica di rete;
– Promuovere le libertà positive delle persone, a partire da quelle più svantaggiate, e il rispetto per le diversità culturali per costruire comunità educative e solidali, valorizzando le buone pratiche di inclusione sociale e i modelli innovativi di welfare;
– Rendere accessibile, trasparente e valutabile da parte dei cittadini, l’azione delle pubbliche amministrazioni locali per lo sviluppo locale sostenibile e il contrasto alla criminalità organizzata.

E’ un progetto molto complesso che ha alla base una ridefinizione dei parametri che definiscono il concetto stesso di sviluppo o l’ottenimento di benefit o incentivi. Parametri nuovi, ispirati non più al mero fatturato (che sappiamo quanto possa essere “inquinato” da queste parti) bensì all’economia sociale che: a) saranno definiti nel Contratto di rete e del Programma comune di rete; b) troveranno applicazione anche nella creazione di unmarchio collettivo etico, con specifiche strategie per i settori agroalimentare sociale e turismo responsabile c) saranno alla base dell’istituzione e delle modalità gestionali di unfondo patrimoniale comune, che funzioni anche come fondo di garanzia per il microcredito, funzionale all’attuazione del programma comune di rete.

Per quelle terre una bella sfida e una importante occasione per recuperare credibilità agli occhi del mondo. Buona fortuna.

Per info:  www.fondazioneconilsud.it, http://www.esperienzeconilsud.it

* pubblicato il 2 aprile 2013 su: labuonaeconomia.investireoggi.it

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Italia: il BES oltre il PIL *

 La critica al Pil – Prodotto Interno Lordo – come indicatore troppo parziale ed assolutamente inadeguato a fotografare la reale ricchezza di un Paese, non è cosa recente, ed è stata mossa – tra gli altri – dai Premi Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz e Amartya Sen. L’OCSE e alcuni governi occidentali, ad esempio quello di Sarkozy (F) e Cameron (UK), hanno promosso studi per  dare un quadro più preciso di quanto il PIL fosse sinonimo di reale benessere o, addirittura, di felicità.

In Italia, per una volta, siamo all’avanguardia: pochi giorni fa è stato infatti presentato il Rapporto BES – Benessere Equo e Solidale 2013″ a cura di ISTAT e CNEL, frutto di un progetto concepito nel 2010. Una vera e propria rivoluzione culturale, se si pensa che equo e solidale erano due termini fino a pochi mesi fa utilizzati solo per indicare un mercato  di nicchia alternativo e terzomondista come il Commercio Equo e Solidale. Per chi scrive, che oltre vent’anni fa si laureava con una tesi sugli “Indicatori di qualità della vita”, un piccolo sogno realizzato.

Il BES è composto da 12 macro-indicatori (domini)determinanti per il benessere equo e sostenibile degli italiani. La scelta dei domini è stata effettuata da un comitato al quale hanno partecipato rappresentanti delle parti sociali e delle diverse articolazioni della società civile, oltre che attraverso un’ampia consultazione dei cittadini.
Gli indicatori sono stati selezionati da una Commissione scientifica con la partecipazione degli esperti dei diversi settori: SALUTE, ISTRUZIONE E FORMAZIONE, LAVORO E CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA, BENESSERE ECONOMICO, RELAZIONI SOCIALI, POLITICA E ISTITUZIONI, SICUREZZA, BENESSERE SOGGETTIVO, PAESAGGIO E PATRIMONIO CULTURALE, AMBIENTE, RICERCA E INNOVAZIONE, QUALITÀ DEI SERVIZI. Nella redazione del BES si è convenuto sulla necessità di utilizzare sia indicatori oggettivi, sia indicatori soggettivi, che raccolgono, cioè, percezioni e opinioni dei cittadini, i quali consentono di acquisire informazioni complementari su aspetti ed eventi della realtà oggetto di indagine che non sarebbero acquisibili altrimenti.

Il BES è, in sintesi, un cruscotto di 12 spie che ci indicano se l’auto che guidiamo ha tutti i parametri a posto, e non solo se ci sia benzina (il PIL). E’, come sempre, una questione di buon senso.

Interessante, non trovate? E l’altra buona notizia è che il BES è alla a portata di tutti, scaricabile in versione integrale sul sito dell’ISTAT (http://www.istat.it/it/files/2013/03/bes_2013.pdf). Buona lettura.

* pubblicaot il 21 marzo 2013 sul blog: labuonaeconomia.investireoggi.it

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Isole di buona economia nel Nord Est *

 

Nell’ultimo post ho parlato del Laboratorio di Nuova Economia (nome provvisorio, anche perchè a noi piacerebbe che non avesse aggettivi) promosso da Banca Etica, che si è posto l’obiettivo di definire un modello di questa X economia, andando oltre la tradizionaledicotomia tra profit = cattivo / no profit = buono, e agendo com metodo induttivo, partendo cioè dall’osservazione di alcuni casi reali e interviste a testimoni privilegiati.

Qualche giorno fa, il laboratorio itinerante ha fatto tappa (la terza) nel Nord Est, partendo dalla cooperativa agricola Ca’ Magre, a Isola della Scala, VR (http://www.camagrecoop.net/), un simbolo per l’agricoltura biologica di tutta Italia. 25 anni fa Ca’Magre era solo un rudere con attorno 4 “campi veronesi” (12.000 mq)  e l’entusiasmo di 5 giovani. Oggi è una realtà da 1 milione di euro di fatturato, 12 soci, 15/20 lavoratori (stessa paga – 6,5 euro/ora – per soci e contrattualizzati), e 30 ettari, che ha nella vendita diretta di prodotti stagionali il proprio punto di forza (70%): ogni stagione porta al mercato 20-30 referenze stagionali. Il restante 30% lo fatturano vendendo ai GAS – Gruppi di Acquisto Solidale – spesso molto GA e poco Solidali.

Ci siamo poi spostati nel mantovano per incontrare il calzaturificio Astorflex(www.astorflex.it), che ha da anni intrapreso il progetto “Ragioniamo con i piedi” per produrre scarpe tutte italiane. In questa sede  è stata evidenziato il grande problema dei costi della distribuzione: il margine quando si vende (scarpe prodotte conto terzi) alla GDO è dell’1- 2% , mentre vendendo ai GAS (il 30% del mercato Astroflex ad oggi) le scarpe 100% italiane il margine sale al 30-40%. Risulta evidente il perchè un’azienda possa o non produrre in Italia, dove una tomaia costa 8 volte di più che in Romania. Vendendo solo ai GAS Astorflex potrebbe diminuire la produzione di un 20- 30%.

Abbiamo poi incontrato MAG Verona (www.magverona.it), la madre di tutte le esperienze di economia solidale, in questi giorni impegnata con la sottoscrizione popolare per l’acquisto della “Casa comune dell’economia sociale e della finanza solidale“. Una della ultime creature dell’incubatore MAG Verona è Reverse (www.reverselab.it), nella doppia veste di associazione e impresa sociale (ex lege 155/2006), creata da 3 giovani professionisti che si ingegnano a recuperare materiali trasformandoli in componenti di arredamento e installazioni. Invece la coop. soc Hermete (www.hermete.it) fornisce servizi socio-educativi ai minori  “facendo del gioco il nostro futuro, lavorando nell’agio per prevenire il disagio”; a tale scopo si sono anche inventati ua ludobus, cioè una ludoteca itinerante.

Ai lavori del laboratiro hanno anche partecipato alcuni rappresentanti dell’Economia del Bene Comune (http://economia-del-bene-comune.it) di cui ho scritto qualche post fa (http://labuonaeconomia.investireoggi.it/un-libro-nella-calza-del-futuro-premier/), oggi federazione nazionale. Ad oggi 700 aziende in Europa fanno il bilancio del bene comune, e il comprensorio di Val Venosta vuole diventare “regione del bene comune”, seguendo il principio della sostenbilità con le 3P: people, planet, profit.

Abbiamo poi conosciuto la Fiera Biolife (www.fierabolzano.it/biolife/): nata 10 anni fa in Alto Adige per mettere insieme le eccellenze del biologico, è un vero successo imprenditoriale della buona economia: oggi conta 250 espostori certificati (ma solo piccole eccellenze),40.000 vistatori (tra ci 15.000 operatori), una piattaforma di distribuzione e un ristorante (Aretè) in centro a Bolzano. Il tutto basato su una filosofia: “la nostra economia è cultura e turismo; ogni volta che lasciamo morire un piccolo produttore perchè non compriamo i suoi prodotti e come se entrassimo agli Uffizi e sfregiassimo un dipinto“.

C’è poi il Pellicano (www.pellicano79.it/), una cooperativa sociale che lavora da oltre trent’anni per l’inserimento di portatori di handicap in falegnameria. Producono intarsi e anche semialavorati conto terzi: nessun licenziamento, ma solo felici pensionati: da 32 a 27 i dipendenti, nonostante la crisi che in cinque anni ha più che dimezzato il fatturato (900 milioni nel 2012).  Abbiamo poi incontrato ACLI Trentino, impegnate a proporre una legge sulla famiglia in cui rientri un marchio Family, cioè riconoscere valore a quelle aziende che supportano la famiglia per esempio con la coinciliazione dei tempi. E le ACLI Verona (www.acliverona.it), impegnate nel recupero di  cibo dalle scuole (30.000 chili all’anno) e che hanno costituito Rete Solida (50 associazioni) e promosso il progetto REBUS – Recupero Eccedenze Beni Utilizzabili Solidalmente.

E poi Economia di Comunione (www.edc-online.org/), il movimento internazionale – una volta interno ai Focolarini-  che si rivolge ad aziende for profit invitandole a mettere gli utili in comune: a) nell’impresa b) per persone indigenti c) donarlo a strutture che “creano uomini nuovi”. Oggi 840 aziende nel mondo sono legate a questo progetto, 150 in Italia (tra cui 1 polo industriale).

E infine abbiamo incontrato Mattonelle, il gruppo informale promotore del Distretto di Economia Solidale di Verona e lo Studio Guglielmi  Coop, nati come assocazione nel 1987  per “essere done e fare impresa” , occupandosi di progettazione sociale, mediazione culturale ecc.

E siamo contenti che esista un’Italia così: produttiva, innovativa, solidale!

* pubblicato il 2 marzo 2013 sul blog: labuonaeconomia.investireoggi.it

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Isole di buona economia nel Sud e Centro Italia *

Nel gennaio di un anno fa, Banca Etica gettò un seme ad Avola (SR), promuovendo un laboratorio di economia civile. La partecipazione fu tale (quasi 200 persone) che da quell’esperienza nacquero subito due gemme: 1) un’associazione locale costituitasi nel marzo 2012 (Laboratorio di Economia Civile di Avola Anticahttp://www.laboratorioeconomiacivile.it/) e 2) un laboratorio a livello nazionale che ha coinvolto vari soggetti, tra cui AICCON(www.aiccon.it), ARCI (www.arci.it), REES Marche (web.resmarche.it), Solidarius Italia(www.solidariusitalia.it), Vita no profit (www.vita.it), CNCA – Coordinamento nazionale Comunità di Accoglienza (www.cnca.it) e Arcadia University Centre for Italian Studies(www.arcadia.edu, tramite il sottoscritto).

Il Laboratorio di Nuova Economia (nome provvisorio, anche perchè a noi piacerebbe che non avesse aggettivi) si è posto il seguente obiettivo: definire un modello di questa X economia, andando oltre la tradizionale dicotomia tra profit = cattivo / no profit = buono, e agendo com metodo induttivo, partendo cioè dall’osservazione di alcuni casi reali e interviste a testimoni privilegiati.

Il laboratorio ha quindi cominciato a viaggiare per l’Italia, programmando 4 tappe, da sud a nord. (Lamezia, Roma, Verona, Torino). Le prime due tappe hanno svelato interessanti sorprese, quelle che io chiamo Isole di buona economia. Ne faccio un breve elenco ragionato, lasciando al lettore l’onere dell’approfondimento:

Novembre 2012, tappa di Lamezia Terme, aziende visitate (a Soveria Mannelli): 1)Rubbettino editore, srl di 8 soci composta da 2 aziende distinte, casa editrice – piccola impresa e azienda tipografica – media impresa (www.rubbettino.it). 2) Lanifico Leo: azienda – museo attiva dal 1873 che coniuga imprenditorialità e cultura (www.lanificioleo.it).

Testimoni privilegiati: Paolo Chirillo dell’azienda viti-vinicola Le Moire (www.lemoire.it); Caterina Salerno, presidente CSV Catanzaro e imprenditrice agricola; Maria Teresa Morano, presidente della federazione Associazione Antiracket; Mario Maiorana, agricoltore e viviasta; Amelia Stellino, Economia di Comunione); Umberto Ferrari e Antonio Tata (Libera! Crotone).

Gennaio 2013, tappa di Roma, aziende visitate: 1) Binario Etico, cooperativa per il recupero di harware (www.binario etico.org); 2) Ecosmorzo, vendita di prodotti per l’edilizia eco-compatibile, progettazione e direzione lavori (www.ecosmorzo.it); 3) lo Yeti, caffè libreria (www.loyesti.org); 4) la Locanda dei girasoli, ottimo ed accogliente ristorante dove lavorano anche ragazzi con disabilità (www.lalocandadeigirasoli.it); 5) Comunità di Capodarco a Grottaferrata, azienda – comunità agricola di accoglienza che fornisce il fresco biologico per le mense scolastiche del Comune di Roma, tramite la Bio Solidale Distribuzione srl (www.agricolturacapodarco.it).

Come testimoni privilegiati abbiamo intervistato, in diretta o in collegamento (per le Marche), i responsabili di: l’Occhio del Riciclone, cooperativa romana di 5 soci che lavora per l’emersione del lavoro nell’ambito del ricilo rifiuti (www.occhiodelriciclone.com); Myra, ditta individuale che gestisce una bottega equo e solidale nella periferia romana (www.unmondodibellezza.it); Ecosistemi srl, che si occupa di consulenza e formazione su sviluppo sostenibile (www.ecosistemi-srl.it); Consorzio Alberto Bastiani, consorzio di cooperative A e B che si occuapno di agricoltura e servizi alla persona http://www.consorzioalbertobastiani.it/); e poi, per le MarcheTEA, ditta individuale molto in salute che produce cosmetici e detersivi ecologici; Risorse Future, una srl che produce comode e convenienti calzature ecologiche (ecoshoesdefas.com); Spring Color, Srl che produce con successo pitture vernici naturali ed ecologiche e promuove anche la casa del baratto BIOARS (www.springcolor.it). Ci è stata infine raccontata l’esperienza dell’Ape Bianca, società coperativa sociale, un supermercato di tutto quanto l’altra economia sappia produrre, appena aperto a Forlì (www.lapebianca.it).

Conclusioni: con qualche rara eccezione mi sembra che la buona economia  stia dando ottima prova di sé, dimostrando che il mix tra innovazione tecnologica e innovazione sociale può creare sostenibilità economica ed essere quindi la ricetta vincente anche in tempi di crisi.

* pubblicato il 29 gennaio 2013 su labuonaeconomia.investireoggi.it

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BPE: la banca con i numeri a posto

Mentre quella parte d”Italia a cui è rimasta un po’ di ingenuità e speranza (tra cui mi ci metto anch’io) assiste sgomenta allo scandalo MPS, mentre le famiglie dei dipendenti di quell’Istituto tremano alla perdita di un posto di lavoro che sembrava garantito da secoli, mentre gli avvoltoi della finanza si lanciano sull’agonizzante colosso, realizzando profitti record sulle varie oscillazioni del titolo, è forse opportuno diffondere dai numeri di una banca che ha da sempre fatto un’altra scelta: quella di avere l’etica (vera) come suo principio ispiratore.

Da “Bancanote”, la rivista-blog di Banca Popolare Etica (BpE), riporto: “nell’anno appena concluso il capitale sociale ha raggiunto quota 42milioni e 790mila € (+22% rispetto al 2011); la raccolta di risparmio si è portata oltre quota 730milioni € (+8% sul 2011)”.

Certo, sono volumi piccoli rispetto a quelli di MPS, ma forse per questo ancora più significativi: significa che i risparmiatori sono sempre più attenti al valore dell’etica – quella vera, riscontrabile nei fatti e non quella sbandierata nelle pubblicità – e premiano chicostruisce economia reale ed un nuovo modello di sviluppo.

E BpE apprezza e ricambia la fiducia, perchè il dato più rilevante è che “hanno continuato a crescere i finanziamenti erogati a  favore di famiglie e imprese sociali: i crediti deliberati ammontano a 761milioni di euro (+8,04%), quelli utilizzati ammontano a 546 milioni di euro (+13,58%), in netta controtendenza con  l’insieme del sistema bancario italiano che ha contratto i prestiti a famiglie e imprese del -2,4%  (fonte: ABI, 2012)”.

Sono socio, correntista e collaboratore di BpE (come valutatore sociale) da molti anni, e da sempre cerco di avere un atteggiamento di vigilanza e di critica costruttiva rispetto alle scelte politiche e di governance dell’istituto, come forse dovrebbe fare un qualsiasi correntista verso una qualsiasi banca. Nonostante, come tutte le organizzazioni, anche BpE non sia esente da critiche nella suo difficile percorso di bilanciamento tra aspirazioni ideali e le leggi del mercato che continua con successo da 13 anni, ritengo che Banca Etica resti un ottimo risultato di buona economia, uno dei modelli da seguire nel mondo del credito, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo. Speriamo continui ad esserlo.

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Un libro nella calza del futuro premier

Egregio sig. primo ministro della Repubblica Italiana prossimo venturo (chiunque lei sia),

nel caso stia pensando che vincere le prossime elezioni politiche sia solo questione di affermare la forza del suo ipertrofico apparato politico o le sue vecchie teorie economiche ex catedra, vorrei ricordarle che in ballo, questa volta, c’è molto di più. C’è la dignità di almeno 2 generazioni di giovani (ed ex giovani) che vivono un’economia stagnante da tempo immemore, senza prospettiva alcuna; la dignità di imprenditori seri e onesti mortificati da tasse e oneri enormi, da una burocrazia asfissiante, dai ritardi dello Stato cattivo – pagatore ma spietato-esattore; la dignità di chi ha scelto di fare della ricerca e dell’istruzione la propria missione e si trova ad elemosinare – magari dopo 20 anni – una supplenza o un assegno di ricerca. In poche parole: c’è la dignità di un Paese che dovrebbe essere faro del mondo e che invece è visto, sempre più e da sempre più parti, zavorra, relitto, pericolosa secca affiorante a cui girare alla larga.

Per salvare la dignità dell’Italia ci vuole un’inversione di rotta totale, e ciò necessita di coraggio e soprattutto di idee nuove per concepire e realizzare un sistema economico e sociale innovativo: e, le sue idee, se ne faccia una ragione, sono tutto fuorché nuove. Sono vecchie ma non sagge e soprattutto, non funzionano.

Allora ecco il mio augurio: che la Befana le porti un libro, e che, voi, divorati dalla curiosità, lo legga in una sola notte e ne faccia tesoro. Il dono a cui ho pensato è: “L’economia del bene comune. Un modello economico che ha futuro” di Christian Felber, economista e attivista austriaco (dovrei aggiungere giovane, ma siccome il nostro ha 40 anni è giovane solo in Italia e non altrove nel mondo).

Il libro racconta di un progetto iniziato nell’ottobre 2010, nel quale ci si propone di sperimentare, istituire e diffondere un nuovo modello economico e, strettamente legato ad esso, nuovi modelli di democrazia e istruzione.

La cosa che per prima salta all’occhio è che, contrariamente a quanto si possa pensare, i principali protagonisti non sono piccoli enti non profit,  vetero-ambientalisti o vetero sindacalisti ma bensì imprenditori, di quelli veri, che rischiano, investono, producono, assumono, pagano le tasse, e che vivono in particolare in quella macro regione europea che parla tedesco, a cavallo tra alto Adige, Austria, Germania. Ad oggi il progetto ha 650 imprese sostenitrici in 15 Paesi (compresi USA, GB, Spagna, Honduras, Svizzera), e 300 imprese pioniere (in 8 Paesi).

Cosa si propone l’economia del bene comune? E’ bene chiarire che essa è una forma di economia di mercato e si fonda su alcuni suoi elementi di base: imprese private (che possono fallire) e denaro.

Ma l’economia del bene comune vuole però cercare di: 1) risolvere la contraddizione di valori tra economia e società, premiando e promuovendo nell’economia gli stessicomportamenti e valori che portano al successo anche nei rapporti umani: fiducia, apprezzamento, cooperazione, solidarietà e condivisione; 2) applicare in maniera conseguente in economia lo spirito, i valori e gli obiettivi della nostre costituzioni – l’attuale ordine economico viola lo spirito delle costituzioni; 3) misurare il successo in maniera diversa, passando da indicatori dei valori di scambio: il prodotto del bene comune di un’economia nazionale e il bilancio del bene comune sostituiscono il PIL e il profitto economico. Il bilancio del bene comune misura come vengono applicati 5 principi:dignità umana, solidarietà, ecosostenibilità, equità sociale, democrazia.

Altro aspetto interessante del Progetto è che esso rappresenta un modello non finito  sottoposto a continue verifiche ed aggiustamenti: un processo di partecipazione a sviluppo aperto che dovrebbe culminare nell’inserimento di modifiche alla parte economica della Costituzione. Ma, anche allora, il modello resterà naturalmente aperto allo sviluppo. E questo è un bene, visto che alcuni aspetti del modello, in particolare quelli che pongono limiti alla proprietà privata, avrebbero bisogno di numerose limature prima di poter essere accettate dai nostri parlamenti.

L’innovazione non si esaurisce nel modello economico, ma si estende a quello didemocrazia e in quello educativo, secondo il quale esistono sei contenuti di base per ogni livello scolastico: sentimenti, valori, comunicazione, democrazia, percezione della natura, sensibilizzazione verso il nostro corpo.

In ultimo, per accreditare l’ipotesi di un modello economico diverso, Falber riporta e descrive alcuni interessanti casi (alternativi) di successo: la Mondragòn Corporaciòn Cooperativa (Paesi Baschi), la più grande cooperativa del mondo presente in 19 paesi e che comprende 256 aziende in vari settori produttivi; La SEMCO brasiliana, attiva sul mercato mondiale si servizi alle imprese; le fattorie collettive in Germania; la rete dicommercio equo e solidale Eza Fairer Handel srl in Austria; la Sekem, cooperativa egiziana che impiega 1.850 collaboratori e che comprende 7 aziende del settore dell’agricoltura biologica e tessuti ecologici; la Sparda Bank a Monaco di Baviera e tante altre.

Oltre al futuro primo ministro, suggerisco a voi tutti di acquistare, leggere e magari anche donare questo libro:  per fare sogni concreti a volte è necessaria una giusta fonte di ispirazione.

Christian Felber, “L’economia del bene comune“, ed. Tecniche Nuove, Milano, 2012, pagg. 223, € 14,90.

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Dal sacchetto al sacchEtico

Ho scritto* altre volte della Novamont, visionaria industria creata nel 1990 per sviluppare e commercializzare i ritrovati della Fertec, società consortile nata un anno prima dall’incontro tra le aziende del gruppo Montedison (chimica) e Ferruzzi (agroindustria). Nel 1991, come riportato sul sito http://www.novamont.it, la Fertec viene incorporata da Novamont Spa.

Dicevo  che ne ho scritto altre volte, per esempio a proposito della più famosa tra le sue invenzioni, la bioplastica Mater-Bi che ha consentito a piccole aziende come la Ecozema di vincere l’appalto per stoviglie e posate alle recenti Olimpiadi di Londra, sbaragliando anche la concorrenza dei colossi cinesi.

Torno a scriverne per ricordare ai commercianti d’Italia che dal 1° gennaio 2013scatteranno le sanzioni previste per chi viola la legge 28/2012,  che vieta la commercializzazione di shopper per asporto merci non conformi alle indicazioni dibiodegradabilità e compostabilità.

Anticipando e, potremmo dire,  così stimolando la nascita della stessa legge, Novamont ha creato il sacchetico, shopper in Mater-Bi che rispetta la legge e l’ambiente essendo confrome alla norma UNI EN 13432, e che viene proposto ai piccoli esercenti con una promozione che consente di riparmiare il 20% sul prezzo comunemente applicato, a cui può essere aggiunto un ulteriore 10% grazie alla rottamazione per legge. Le info  suhttp://www.sacchetico.it.

*pubblicato su Investireoggi.it il 16 dicembre 2012

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La vera innovazione economica nelle mozzarelle di Libera!

Quando associo le parole innovazione ed economia*, io non penso mai alla Apple che, secondo me, ha invece semplicemente aggiornato un prodotto, senza cambiare la vecchia e pessima formula della delocalizzazione oltreoceano per sfruttare la manodopera locale ai limiti della schiavitù e della dignità umana. Vecchio, sporco  trucco per fare tanto profitto, per fortuna con qualche interessante conseguenza, come il recentissimo  sciopero nellaFoxconn di Zhengzhou (che la stessa azienda pare abbia minimizzato come “problemi con un piccolo gruppo”).
Quando ragiono su cosa significhi innovare oggi in economia il mio pensiero va invece a quanto ho visto ieri, nella mia visita accademica con gli studenti universitari americani del Sant’Anna Institute di Sorrento, presso la cooperativa “Le terre di Don Peppe Diana” (nata nel settembre 2010, fa parte del Consorzio di  Cooperative Libera Terra) e il loro fornitore di latte biologico, l’azienda agricola Ponterè, tra Castelvolturno e Cancello Arnone, in provincia di Caserta.

Cosa c’è di innovativo in una cooperativa che produce mozzarelle di bufala,  in “Terra di lavoro” e di camorra? Tantissimo, così tanto che faccio fatica ad elencare tutto. Ma ci provo: la destinazione d’uso sociale di beni confiscati alla potente camorra locale, affidati dai 5 Comuni a un costituendo soggetto privato tramite  un trasparente bando pubblico ed un’accurata selezione; la partecipazione di tre fondazioni private per finanziare la trasformazione dalle stelle nelle stalle,  necessario intervento  dopo  un primo, ingente spreco di fondi pubblici (ma questa non è una novità); il coraggio di 5 giovani che cambiano totalmente vita e si dedicano all’agricoltura pulita, antimafia, nonostante le minacce e le ritorsioni dei clan; il valore e la fierezza di fare qualcosa di utilità, di pieno, di vivo, che compensa la fatica, i magri stipendi; la solidarietà dei compratori, botteghe di commercio equo, gruppi di acquisto e cooperative di tutta Italia; il progetto col Ministero di Giustizia che si affida alla cooperativa  per il recupero di giovani destinati alla vita di carcere; l’apporto di volontari  da tutta Italia che affollano i campi della cooperativa ; i locali stessi della cooperativa, che sono caseificio moderno ma anche centro culturale, luogo di incontro in un territorio che è il deserto sociale;  il coinvolgere la comunità localenei festeggiamenti per  una nuova fase di avanzamento del progetto – se voi vincete noi vinciamo – dicevano; il valore della legalità come elemento distintivo, sempre, perché i beni da noi acquistati presso la bottega della cooperativa sono usciti accompagnati daregolare scontrino fiscale; il desiderio di migliorarsi, di produrre qualità e non solo solidarietà e mai solo quantità, rinunciando a gran parte del profitto; i rapporti di piena collaborazione con la Ponterè, l’azienda agricola fornitrice del latte biologico; il valore della tutela degli animali e dell’ambiente, scelta strategica costosa ma vincente di questa antica famiglia di allevatori di bufale; l’orgoglio di mostrare, con calma ed entusiasmo, lafatica e la pulizia del proprio lavorol’integrazione tra vari aspetti produttivi:  la (futura) somministrazione di cibo e l’ospitare gruppi scout e di altri visitatori affianco alla produzione di mozzarella, e la fattoria didattica e l’apicoltura accanto all’allevamento di bufale.

Li avete contati? Io si: sono 15 e ne potrei aggiungere altri. Innovare significa fare innovazione sociale, cioè cambiare le relazioni tra i soggetti economici: produttori, consumatori, fornitori, istituzioni, banche, enti no profit.  Ecco, la prossima volta che qualcuno parla di innovazione con troppa approssimazione, invitatelo a contare fino a 15. E la prossima volta che ci chiediamo cosa fare per innovare il mondo, proviamo a supportare queste due belle e sane realtà imprenditoriali del nostro amato e martoriato Sud. Per informazioni:  www.liberaterra.it   www.pontere.it

*(pubblicato su Investireoggi.it il 25 ottobre 2012)

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La Calabria sciolta nel miraggio IKEA

Le disperate* proteste per scongiurare la possibile chiusura di grandi impianti industriali – l’Ilva di Taranto, la Fiat di Pomigliano o la Carbosulcis, per citare i più noti – costituiscono la prova evidente di quanto, in alcuni territori, l’economia sia legata a doppio cavo d’acciaio ad una sola opzione di sviluppo. Alternativa non c’è, non è stata immaginata, pianificata. Ops! Ed è questo anche un dato che ci ricorda quanto un’intera comunità dipenda, sia direttamente che indirettamente, dalla presenza di una grande impresa sul territorio.

Alcune aziende sembrano incarnare i destini e le speranze occupazionali di un territorio anche quando non producono niente, ma semplicemente vendono tanto, come nel caso di IKEA, la multinazionale svedese del mobile. Quando IKEA ha richiesto personale in occasione dell’apertura dei suoi megastore a Napoli (413 posti), Bari (262) e Catania(240), sono stati inondati di richieste: 24mila, 30mila, 47mila, rispettivamente (l’Unità, la Repubblica).

In queste Terra (di fame) di lavoro (vero – di finto ne abbiamo sin troppo)  IKEA resta un miraggio che fattura oltre 21,5 miliardi di euro l’anno a livello globale.  E il miraggio è ancora più forte in Calabria che è a Sud, e forse è ancora più Sud di tutti. Perché qui IKEA non c’è e non so dire perché. Forse è un mercato troppo piccolo, o forse posso immaginare che i manager svedesi non vogliano scendere a patti con  altri poteri forti, come già dovette fare la Coca Cola a Pellaro (RC) nel lontano 1971 (fonte: P. Arlacchi, 1983).

Pensate se IKEA decidesse di trasferire la sua sede dalla fredda Svezia alle calde coste di Reggio (che c’è anche il porto di Gioia Tauro già pronto!), portando con sé tutto l’impatto del suo mega fatturato da multinazionale. In fondo ci sarà un motivo per cui la Silicon Valley è in California e non in North Dakota! Tutta la provincia regione ne sarebbe plasmata, come hanno fatto la Fiat a Torino e la Ferrero ad Alba: dipendenti, indotto, e poi a seguire infrastrutture che portano turismo, che porta altri servizi e altre ricchezze. 21,5 miliardi… un miraggio.

Beh sappiate che la ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno (Gratteri et al.): ildoppio di Ikea e molto più di interi stati, come la Slovenia (38 miliardi di euro –  WB, 2011), o il Guatemala (36,3 miliardi euro – WB, 2011). Perché la ‘ndrangheta è un esercito di fatto più potente di uno Stato –  perché denaro è uguale potere –  ed opera a livello globale indisturbata alla faccia delle diplomazie e dei blocchi di potere.

La ‘ndrangheta è una multinazionale più ricca della stessa regione dove è nata: il PIL della Calabria è di circa  34 miliardi (Istat, dato 2009), ed è per questo che la domina, la governa, la sfrutta, la dissangua. E lo scioglimento per mafia  del Comune di Reggio Calabria da parte del Viminale, la prima volta di una città capoluogo, sembra ricordarcelo.

E’ per questo che l’unico strumento che l’Italia ha per perdere lo status di mafia-nazione (la Mafia spa è la più florida industria del Paese), per recuperare alla democrazia e alla Repubblica intere regioni, non basta arrestare latitanti; ma invece è necessario ed indifferibile impegnarsi nell’offrire, in queste terre di nessuno, opportunità di lavoro alternative a quelle offerte dalle mafie. E’ questa l’unica via: investire in legalità, al Sud come nel resto del Paese.

*(Pubblicato su Investireoggi.it il 10 ottobre 2012)

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La folle economia dei lemming italiani

fat batmanQualche giorno fa* ho avuto l’onore di tenere un seminario di formazione presso la “Scuola 21 marzo” di Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie, nella splendida certosa di Avigliana. Mi era stato chiesto di fare una relazione introduttiva sul  tema: “Soldi sporchi e soldi puliti ai tempi della crisi – corruzione, evasione fiscale affari di mafia: i soldi che (non) ci sono”. Un compito stimolante ed impegnativo , a cui, in omaggio alle cronache di questi giorni, ho voluto dare un ulteriore sottotitolo: “da bettino a batman, 20 anni di bottino italiano”.  Con gli studenti abbiamo ragionato sulla relatività della crisi economica (tesi: i soldi ci sono, ma sono altrove) fornendo loro dei parametri di riferimento per contestualizzare corruzione e affari di mafia in un quadro economico più generale.

Quello della ricerca propedeutica alla lezione è stato un esercizio indigesto, non tanto per il reperimento dei dati, quanto perché ogni cifra confermava di quanto in Italia si stia vivendo un processo di follia collettiva, una specie di suicidio di massa tipo migrazione dei lemming in Norvegia: nonostante vedano il baratro sotto i loro piedi, ci si buttano a capofitto. Nessuno sa spiegarsi perché: forse sono semplicemente animali stupidi.

Tre ore di lezione e discussione non possono essere riassunte in poche righe, ma credo sia utile riportare alcune cifre.  L’Italia è ancora, in base al PIL (WB, 2011), l’ottavo paese più ricco del mondo. Invece, nella graduatoria ISU (Indice di sviluppo umano, UNDP), un indice complesso che classifica i Paesi in base alla loro “civiltà” (aspettativa di vita alla nascita + accesso alla conoscenza + reddito procapite) è solo al 24° posto.  Questo gap tra ricchezza e civiltà potrebbe essere in parte addebitato a qualcosa in cui siamo campioni: la corruzione. Nella classifica dell’ICP – Indice di Corruzione Percepita, elaborata da Transparency International, il nostro paese è oggi solo 69esimo.

Mi chiedo allora: quanto ricca e quanto civile sarebbe l’Italia se avesse dei tassi di corruzione, economia sommersa e economia criminale fisiologici o accettabili?  Sarebbe un altro mondo, e comunque sarebbe un paese che potrebbe calare di tanto la pressione fiscale, dando respiro ad aziende oneste e consumatori esasperati. Politica, che secondo me, andrebbe realizzata a prescindere.

Ma ecco altri dati: il “decreto salva Italia” del governo Monti, il nostro satan-salasso, vale poco meno di 40 miliardi di euro per il triennio 2012 – 2014. Teniamolo a mente, perché invece,  in Italia la corruzione vale 60 miliardi di euro (Corte dei Conti, 2012), circa il 50% di tutta la UE. L’economia sommersa in Italia è invece calcolabile tra i 255 miliardi e i  275 miliardi di euro, pari rispettivamente al 16,3 e al 17,5 % del PIL (Bankitalia 2012).

A ciò vanno aggiunte la cifra derivante dall’economia criminale (non conteggiata nel PIL) che ammonta a circa l’11% del PIL, cioè a circa 150 miliardi di euro (Bankitalia, 2012).

Addirittura, secondo l’Eurispes, l’insieme dell’economia non osservata (sommerso + criminale) in Italia avrebbe “fatturato” nel 2011 circa 530 miliardi di euro, pari al 35% del Pil.  Immaginate, per dare un termine di paragone, che il fatturato 2011 del gruppo Fiat Chrysler, l’altro moloch fenicio, è stato di 59,6 miliardi di euro. Briciole.

Ma vi è un altro dato che mi spaventa ancor più, perché indica la reale misura del baratro sul cui orlo ci ostiniamo pericolosamente  a ballare:  il variegato e infinto elenco di chi viola le regole della convivenza fiscale e legale, un esercito di politicanti e amministratori infedeli, assenteisti, industrialotti, commercianti ed ambulanti, doppiolavoristi, falsi invalidi,.. Un esercito del così fan tutti, appunto, al cui assedio l’Italia deve necessariamente sottrarsi se vuole restituire dignità ai propri vecchi e speranza ai propri giovani.

* pubblicato sul portale Investireoggi.it il 2 ottobre 2012

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Come difendersi da Equitalia

Come difendersi dalle cartelle di Equitalia, Tarsu e altre imposte – come risparmiare ai sensi di legge”* è il titolo di un corso di formazione previsto prossimamente a Sorrento (5 e 6 ottobre). Il docente, l’avvocato Maurizio Villani, tributarista, cassazionista specializzato in “diritto tributario e penale-tributario”,  è stato invitato dall’UCMed – Università della Cucina Mediterranea a confrontarsi con gli imprenditori del settore turistico, ristorativo, alberghiero e agroalimentare, e con i professionisti del settore fiscale e tributario.

Ma perché un ente principalmente impegnato nell’ambito della cultura ed economia gastronomica decide di organizzare un corso che sulle tasse? La risposta sta nel titolo, più precisamente nel “come difendersi”. L’idea parte dall’ascolto del territorio, un tessuto economico composto per la quasi totalità di micro, piccole e medie imprese che, oltre alla crisi, subiscono l’inquità del sistema fiscale italiano, aggravata dalla non conoscenza di meccanismi procedurali molto utili alla difesa dei propri diritti.

Per iniquità, oltre all’eccessivo carico fiscale, mi riferisco per esempio al ben noto divario che c’è tra la puntualità con la quale lo Stato e le amministrazioni locali esigono il pagamento di imposte e tributi  – pena l’aggiunta di un carico vertiginoso di interessi  – e la “disinvoltura” con cui gli stessi enti pubblici interpretano le scadenza di pagamento quando sono loro a dover restituire l’IVA, o a versare il corrispettivo per servizi ricevuti e  beni acquistati. E’ una faccenda ben nota, concausa, assieme alla crisi, della chiusura di troppe imprese, della predita di troppi posti di lavoro, finanche del suicidio di imprenditori onestinel nostro Paese. Anche in distretti economici consolidati.

I dati parlano chiaro: “il settore pubblico italiano paga con un ritardo medio di 86 giorni, contro una media UE di 27 giorni (11 per la Germania). E’ possibile stimare nel 2010 un extracosto per le imprese fornitrici della PA in Italia dovuto al ritardo nei pagamenti pari a1,9 miliardi di euro (fonte: I-Com, maggio 2011. L’impatto del ritardo dei pagamenti della P.A sul sistema economico). Per molti imprenditori spesso ciò significa chiudere bottega o cadere nelle mani degli unici disposti a concedere credito – le mafie, o cedere le attività a capitali stranieri (a Sorrento da un po’ di tempo impazzano i miliardari russi).

Per scongiurare gli scenari su ipotizzati è necessario che l’impresa e i professionisti che la assistono conoscano i trucchi procedurali che possono risultare vincenti nell’ambito di uncontenzioso con la PA. Da qui l’iniziativa di UCMED che mira a diffondere, tramite una formazione altamente specializzata, cultura d’impresa complementare ai temi – di certo più allettanti – legati alla buona tavola.

Tutte le informazioni sul corso le trovate sul sito di UCMED (www.ucmed.it) o al seguente link: http://www.ucmed.it/eventi/come-difendersi-dalle-cartelle-equitalia

*(pubblicato sul portale Investireoggi il 25 settembre 2012)

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Il Comune di Napoli conia la moneta locale. O meglio, la copia.

*Il Comune di Napoli a guida Luigi De Magistris è ormai noto per laportata innovativa di alcune sue iniziative: l’istituzione dell’Assessorato ai beni comuni, acqua pubblica e democrazia partecipativa, primo nel suo genere in Italia; la pedonalizzazione di parte del lungomare, che ha ospitato eventi sportivi  di livello internazionale; il registro delle unioni civili, ancor prima di Milano; addirittura la prima pista ciclabile in città.  Da napoletano plaudo, anche se mi verrebbe da obiettare che sono ben altre le priorità. Ma è pur vero che da qualche parte la cura del moribondo deve pure cominciare e poco importa in fondo se è dal maquillage: forse di più a un Sindaco napoletano non è concesso, e noi quarantenni che abbiamo vissuto il restyling cittadino voluto da Bassolino primo lo sappiamo bene.  Ma andiamo oltre, parlando dell’ultima trovata innovativa: il Comune di Napoli è pronto a stampare moneta locale, il Napo, dopo che una giuria ha eletto il vincitore del concorso del disegno che andrà sui buoni sconto. L’idea fu annunciata  già 10 mesi fa – e in perfetto italiano – dal suo ideatore, l’Assessore  allo sviluppo Marco Esposito. La funzione delle valute alternative, i cui primi esperimenti risalgono agli Exchange bazaars ideati da Robert Owen nell’Inghilterra del 1832, è quella di incentivare l’economia di comunità, ancorando la circolazione di moneta al territorio. Nelle intenzioni del Comune di Napoli a ciò si aggiunge unaconnotazione etica:  potranno richiedere i Napo(orso capo – scusate, è più forte di me) solo i cittadini onesti e virtuosi, ad esempio quelli in regola con il pagamento dei tributi locali; inoltre i negozianti, che dovranno riconoscere al portatore sano di Napo(letanità) il 10% di sconto, potranno poi riportare al Comune i Napo guadagnati, ottenendo in cambio dall’amministrazione iniziative di arredo urbano nella propria strada.  Proprio questi due elementi – l’eticità del consumatore e la restituzione dei Napo al Comune sono – come dice l’Assessore Esposito intervistato da Napoli Urban Web – i motivi che hanno fatto propendere la scelta verso una nuova moneta locale, “snobbando” lo Šcec(napoletanizzazione di cheque ma anche acronimo di Solidarietà Che Cammina), cioè il circuito di moneta locale nato proprio a Napoli nel 2007 e poi adottato in altre città, che ha addirittura dato il nome all’associazione Arcipelago Šcec, cabina di regia di tutte le altre esperienze di buoni locali in Italia, presente in mezza Italia.

Quello che dice l’assessore sarà anche vero, ma credo che il rischio concreto sia, come troppo spesso accade nel meridione, una frammentazione – duplicazione delle iniziative, con una conseguente quanto inevitabile perdita di credibilità e di efficacia.

A me piace pensare che il Comune di Napoli abbia fatto di tutto per aderire al circuito Šcec, magari suggerendo elementi di innovazione,  prima anche solo di pensare al Napo. E che poi, dopo tanti tentativi, l’adesione non sia stata perfezionata per meri e insormontabili motivi tecnici. Questo perché ritengo che sarebbe stato importantevalorizzare e dare credito a un’esperienza di successo che coinvolge già tantissimi esercenti e perché, per una volta, la società civile sarebbe stata realmente coinvolta in unprocesso di democrazia partecipativa.

* (pubblicato su labuonaeconomia.investireoggi.it il 21 settembre 2012)

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Investire in welfare? Gli USA ci mostrano la via

Per il mio esordio sul portale Investire Oggi* ho scelto un tema che mi sta molto a cuore per vari motivi, non ultimo perché lo ritengo essere una condizione necessaria  a quella che io chiamo buona economia.

Durante il mio recente viaggio negli Stati Uniti ho cercato di approfondire, soprattutto parlando con la gente comune, la questione dell’assistenza sanitaria che, come è noto, rappresenta uno dei temi più controversi della loro politica interna. Gli Stati Uniti, la cui popolazione – sia chiaro – ammiro e invidio per altri motivi – si definiscono nel loro inno nazionale land of the free – terra dei liberi; ma nel Paese a stelle e strisce, in realtà, un padre di famiglia non ha neanche la libertà di correre giocando con i suoi figli, perché se cade e si frattura una gamba rischia la bancarotta. Di certo sono la home of the brave – casa del coraggioso, perché ci vuole molto coraggio a vivere così.

Certo, basterebbe farsi un’assicurazione. Ma quanto costa un’assicurazione più o meno  equivalente alla copertura totale che ci garantisce il nostro sistema sanitario e chi può permettersi quest’assicurazione? Non è facile dirlo, perché dipende da numerosi fattori. Ma secondo il Milliman Medical Index, nel 2012 una famiglia statunitense di 4 persone ha speso per assicurare la propria salute in media 20.728 dollari, con un incremento del 6,9% rispetto al 2011 (Dan Munro su Forbes.com, 18/5/12). E non è tutto: secondo una recente ricerca della Kaiser Family Foundation (2009, http://www.kff.org) la spesa delle assicurazioni mediche rappresenta solo il 64% della spesa dei privati in questo settore. È come dire che a quei 20.000 dollari ne vanno aggiunti altri 7.500: oltre 28.000 dollari è quindi quanto una famiglia di 4 persone spende in media in USA per potersi curare in maniera decente.

A questo punto è doveroso ricordare che secondo l’United States Census Bureau ilreddito procapite nel periodo 2006 – 2010 è stato pari a 27.334 dollari, mentre quello di una famiglia 51.914. Calcoli alla mano, una famiglia media dovrebbe spendere il 40% delle proprie entrate solo per acquistare una copertura medica assicurativa media. Inoltre, per citare il candidato presidente Mitt Romney e la sua ultimissima gaffe “il 47% degli americani non paga tasse sul reddito”… evidentemente perché hanno un reddito troppo basso! Ciò  comporta conseguenze che possono essere tragiche: secondo la citata ricerca della KFF, il 51% degli intervistati ha tenuto comportamenti rischiosi per la propria salute(dividere una pillola in due, ricorrere a medicazioni fatte in casa,..), evidentemente per non incorrere nel rischio di vedersi aumentare i premi assicurativi. E forse, aggiungo io, una percentuale ancora maggiore ricorre all’antico metodo “in God we trust”, come mi ha confessato lo sconsolato gestore di un caffetteria nel North Carolina.

Continuo a chiedermi come si possa vivere con un simile fardello sulle spalle. E come si possa essere produttivi, creativi e restare sereni in ufficio, in strada, a casa.

Sono convinto che questa non sia la via giusta per il benessere di una nazione, se per benessere intendiamo qualcosa che vada oltre il puro aspetto economico; mentre è di certo la via giusta per creare nazioni non di cittadini ma di schiavi soggiogati, persone sole non incoraggiate bensì impaurite dal capitale, con l’unica conseguenza di distribuire solo ingiustizia sociale e diffondere pericoloso malcontento.

Cercherò prossimamente studi comparativi sulla produttività nei paesi in cui assistenza sanitaria e istruzione siano diritti garantiti e  nei Paesi dove non lo sono, e vi aggiornerò.

Intanto, consapevole che il buon welfare non ha nulla a che vedere con le migliaia di truffe all’INPS o la corruzione della sanità pubblica che funestano la nostra amata Penisola, continuo a credere che per uscire dalla crisi ogni Paese dovrebbe rassicurare quanto più possibile i propri cittadini, estendendo diritti e non restringendoli.

Solo così potremo diventare una comunità più consapevole dei propri doveri, propensa al sacrificio, al rischio, a ripagare la fiducia che il nostro Paese avrà risposto in noi.Per il mio esordio sul portale Investire Oggi (18 settembre 2012) ho scelto un tema che mi sta molto a cuore per vari motivi, non ultimo perché lo ritengo essere una condizione necessaria  a quella che io chiamo buona economia.

Durante il mio recente viaggio negli Stati Uniti ho cercato di approfondire, soprattutto parlando con la gente comune, la questione dell’assistenza sanitaria che, come è noto, rappresenta uno dei temi più controversi della loro politica interna. Gli Stati Uniti, la cui popolazione – sia chiaro – ammiro e invidio per altri motivi – si definiscono nel loro inno nazionale land of the free – terra dei liberi; ma nel Paese a stelle e strisce, in realtà, un padre di famiglia non ha neanche la libertà di correre giocando con i suoi figli, perché se cade e si frattura una gamba rischia la bancarotta. Di certo sono la home of the brave – casa del coraggioso, perché ci vuole molto coraggio a vivere così.

Certo, basterebbe farsi un’assicurazione. Ma quanto costa un’assicurazione più o meno  equivalente alla copertura totale che ci garantisce il nostro sistema sanitario e chi può permettersi quest’assicurazione? Non è facile dirlo, perché dipende da numerosi fattori. Ma secondo il Milliman Medical Index, nel 2012 una famiglia statunitense di 4 persone ha speso per assicurare la propria salute in media 20.728 dollari, con un incremento del 6,9% rispetto al 2011 (Dan Munro su Forbes.com, 18/5/12). E non è tutto: secondo una recente ricerca della Kaiser Family Foundation (2009, http://www.kff.org) la spesa delle assicurazioni mediche rappresenta solo il 64% della spesa dei privati in questo settore. È come dire che a quei 20.000 dollari ne vanno aggiunti altri 7.500: oltre 28.000 dollari è quindi quanto una famiglia di 4 persone spende in media in USA per potersi curare in maniera decente.

A questo punto è doveroso ricordare che secondo l’United States Census Bureau il reddito procapite nel periodo 2006 – 2010 è stato pari a 27.334 dollari, mentre quello di una famiglia 51.914. Calcoli alla mano, una famiglia media dovrebbe spendere il 40% delle proprie entrate solo per acquistare una copertura medica assicurativa media. Inoltre, per citare il candidato presidente Mitt Romney e la sua ultimissima gaffe “il 47% degli americani non paga tasse sul reddito”… evidentemente perché hanno un reddito troppo basso! Ciò  comporta conseguenze che possono essere tragiche: secondo la citata ricerca della KFF, il 51% degli intervistati ha tenuto comportamenti rischiosi per la propria salute (dividere una pillola in due, ricorrere a medicazioni fatte in casa,..), evidentemente per non incorrere nel rischio di vedersi aumentare i premi assicurativi. E forse, aggiungo io, una percentuale ancora maggiore ricorre all’antico metodo “in God we trust”, come mi ha confessato lo sconsolato gestore di un caffetteria nel North Carolina.

Continuo a chiedermi come si possa vivere con un simile fardello sulle spalle. E come si possa essere produttivi, creativi e restare sereni in ufficio, in strada, a casa.

Sono convinto che questa non sia la via giusta per il benessere di una nazione, se per benessere intendiamo qualcosa che vada oltre il puro aspetto economico; mentre è di certo la via giusta per creare nazioni non di cittadini ma di schiavi soggiogati, persone sole non incoraggiate bensì impaurite dal capitale, con l’unica conseguenza di distribuire solo ingiustizia sociale e diffondere pericoloso malcontento.

Cercherò prossimamente studi comparativi sulla produttività nei paesi in cui assistenza sanitaria e istruzione siano diritti garantiti e  nei Paesi dove non lo sono, e vi aggiornerò.

Intanto, consapevole che il buon welfare non ha nulla a che vedere con le migliaia di truffe all’INPS o la corruzione della sanità pubblica che funestano la nostra amata Penisola, continuo a credere che per uscire dalla crisi ogni Paese dovrebbe rassicurare quanto più possibile i propri cittadini, estendendo diritti e non restringendoli.

Solo così potremo diventare una comunità più consapevole dei propri doveri, propensa al sacrificio, al rischio, a ripagare la fiducia che il nostro Paese avrà risposto in noi.

*(pubblicato su labuonaeconomia.investireoggi.it il 18 settembre 2012)

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Se sai contare, inizia a camminare

La Carovana Antimafie di Montichiari - Castiglione d/S

La Carovana Antimafie di Montichiari – Castiglione d/S

Se sai contare inizia a camminare è il titolo della Carovana Internazionale Antimafie 2013 promossa da Libera. In questo ambito, il neonato presidio Libera di Castiglione della Stiviere (Mn) mi ha invitato il 10 maggio 2013 a tenere un intervento su “Soldi puliti e soldi sporchi ai tempi della crisi: le mafie, lo Stato e.. noi!”, presso lo splendido auditorium della Bcc del Garda, di fronte a circa 500 studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore “Don Milani” di Montichiari (Bs). Mente dell’organizzazione è stato Francesco Nodari,  consulente finanziario col pallino dell’etica, tra i fondatori del citato presidio di Libera. Un secondo incontro si è tenuto la stessa sera per la cittadinanza di Castiglione d/S presso l’Istituto Centrale di Formazione del Personale Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia Minorile a villa Brescianelli.

E’ stata un’esperienza molto intensa, poche ore durante le quali ho cercato di evidenziare agli occhi (stupiti) dei ragazzi le grandi incongruenze dei conti pubblici italiani, in cui le tasse potrebbero essere azzerate mettendo fine alla corruzione e all’evasione o in cui l’IMU sulla prima casa potrebbe essere quasi interamente compensata da un aumento dell’aliquota IVA sul gioco d’azzardo. Senza parlare dei tesori delle mafie…

Quell’incontro con tanti ragazzi dalla faccia pulita  mi ha anche inspirato per scrivere una provocatoria lettera aperta al primo ministro Enrico Letta sull’altro mio blog :  http://labuonaeconomia.investireoggi.it/caro-letta-ho-trovato-i-soldi-dellimu .
Alla fine dell’intervento ho promesso a studenti e docenti che avrei messo insieme in maniera schematica alcuni dati riportati, per consentire loro di proseguire la discussione in classe.
Ecco una scheda allegata, in formato pdf:  Soldi puliti e soldi sporchi , Alberto Corbino, maggio 2013.
Colgo l’occasione per ringraziare di cuore quanti mi hanno accolto e ascoltato … in riva al lago di Garda. AC

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Parlamento europeo: intervento contro l’Eurocrazia

Logo euroCredo sia interessante riportare in questo blog archivio l’intervento di un europarlamentare britannico contro l’Euro-crazia e i burocrati che hanno messo l’Europa in mano agli interessi (privati) della Germania. Il protagonista è  Nigel Farage, leader del partito indipendentista britannico (UKIP).

Il video non è stato mai riportato dai nostri media e proprio per questo, seppur proveniente da una voce di parte ed estremista, Merita diffusione, riflessione, approfondimento. Ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=5bT2GsaK9k4&feature=share

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Mafia vs Stato: dieci a zero e tutti negli spogliatoi

Leo Gullotta nel film di Nanni Loi ,nella scena della consulenza fiscale

Vi chiedo di perdonare la metafora calcistica cui sono ricorso in questo titolo, ma di meglio non ho saputo fare… perché a volta la nausea ti toglie lucidità. Per lo stesso motivo non intendo dilungarmi troppo sul testo di questo post. Mi limiterò a commentare il video di RepubblicaTV (17 novembre 2012) girato nel tribunale di Palermo in cui i faldoni dei processi a boss mafiosi vengono lasciati indisturbati nei corridoi, alla mercé di tutti.

Mi sorgono tante domande: 1) com’è possibile? 2) ma soprattutto: com’è possibile che nel 2012 non si trovi la maniera di informatizzare tutti i processi e di eliminare la carta? Non ne faccio un discorso di ecologia (che pure ci starebbe) quanto di costi ed efficienza (spazio, tempocarta risparmiati) di privacy e, ovviamente, di sicurezza.

http://video.repubblica.it/edizione/palermo/palermo-i-faldoni-sui-boss-abbandonati-nei-corridoi/111123/109513

E’ evidente che in queste condizioni non è difficile che qualcuno sottragga un documento all’interno di un faldone, o l’intero faldone o appicchi il fuoco, rischiando di far saltare l’intero processo e quindi anni  di indagini investigative e processi.  La mafia non farebbe mai un errore simile. L’Italia è evidentemente un Paese in cui la realtà continua a superare la fantasia, in questo caso quella del regista Nanni Loi nel film Pacco, Doppio Pacco e Contropaccotto (1993), nella scena della “consulenza fiscale”: http://www.youtube.com/watch?v=TTMzdtQI1hw . AC

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Le ecomafie in Italia

In quanto archivio su buona e cattiva economia, in questo blog non poteva mancare lo speciale di Lucarelli sulle Ecomafia “Ladri di futuro“, andato in onda il 23 settembre 2012.

Rifiuti, ciclo del cemento, mafia agro-alimentare: un’ora e mezza che dimostra, con la solita chiarezza a cui Lucarelli ci ha abituati, quanto la salute di tutta gli italiani sia stata messa a grave rischio per oltre trent’anni da uno scellarato consorzio politico-imprenditoriale-mafioso, in uno scenario in cui le guardie sembrano essere sempre in affanno rispetto ai ladri di futuro, veloci, spregiudicati, spietati.

Quello che mi chiedo è perchè c’è voluto tanto tempo prima che il servizio televisivo pubblico dedicasse una trasmissione a questi argomenti, che sono denunciati da almeno vent’anni da ambientalisti e attivisti in genere. E poi mi chiedo: perchè questi temi devono sempre essere offerti ad un pubblico di nicchia, mentre dobbiamo sempre trattare lo spettatore medio come capace di guardare solo insulsi realty e stupidissime dirette? Ma comunque… meglio tardi che mai.

Ecco il link: http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=3&day=2012-09-23&v=148137&vd=2012-09-23&vc=3

buona visione, come sempre, per non dimenticare! AC

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Investire oggi

Da oggi questo blog è ospite del portale Investire Oggi. L’esordio è dedicato al welfare e in particolare a un’analisi dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti.

Ritengo che l’opportunità che mi è stata offerta dall’editore di Investire Oggi costituisca non solo un riconoscimento per il lavoro da me svolto in questi anni, ma anche un’apertura verso i temi a me cari.  E quindi può diventare un esperimento di contaminazione interessante, un mezzo potente attraverso il quale  le nostre idee possano raggiungere un pubblico più vasto e forse più distante. Una maniera per ampliare il dibattito e l’attenzione sulle isole di buonaeconomia.

Probabilmente su questo blog posterò comunque le notizie e le recensioni più attinenti all’universo mafioso propriamente detto.

Spero continuerete a segurimi  su http://labuonaeconomia.investireoggi.it  AC

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La terza emergenza rifiuti in Campania

 Tornato (da tempo) dagli Stati Uniti, molti pensieri in testa.. alcuni estemporanei, altri piu’ fissi. Come l’irrisolvibile enigma, l’eterno paragone tra la mia terra, il sud Italia, come dovrebbe e potrebbe essere se fosse abitato da gente decente come invece  e’: una ex Terra di lavoro, una fu Campania felix, distrutta da (nell’ordine) una popolazione egoista, meschina e ignorante, una classe dirigente che la rappresenta degnamente e una criminalita’ organizzata che, come ogni parassita,  si limita semplicemente ad occupare spazi lasciati vuoti, ad infilitrarsi in corpi malati e stanchi.

Come malata e stanca appare quella parte di Campania al confine tra le province di Napoli e Caserta che ad alcuni e’ nota come Terra dei fuochi – i fuochi di rifiuti tossici che oscurano il cielo. Gia’ … nota ad alcuni: ma perche’ ancora solo “ad alcuni” e non già a tutta Italia o a tutto il mondo, visto che i roghi di rifiuti tossici avvengono in pratica ogni giorno e spesso anche più volte al giorno in aperta campagna e alla luce del giorno? “. Io li ho visti nei pressi del lago Patria, lungo il versante nord del Vesuvio, oppure a pochi metri dall’IKEA di Afragola: fumi neri, altissimi, consistenti, trasportati lontano dai venti, miliardi di particelle cancerogene che si depositano , nei corsi d’acqua, nei giardini, nelle case, nei polmoni, sulla frutta e  la verdura (più o meno legalmente coltivata) per poi arrivare sulle tavole di tutta l’Italia e magari di tutta l’Europa?

Ma nessuno ne parla. Il servo mondo dell’informazione napoletana e campana è fermo alla solita emergenza rifiuti urbani, con qualche toccata e fuga sullo scarico di rifiuti tossici gestito dalla camorra, cosi’ come da “manuale Gomorra”. La terza emergenza, questa, pare non interessi a nessuno. Speriamo che un giorno una di queste colonnne di fumo assuma la forma di farfallina di Belen, oppure che qualche parroco si decida a far piangere una statua da quelle parti, così arriveranno frotte di reporter affamati di informazione vera.

La terra dei fuochi chi la denuncia? Solo l’omonima associazione attraverso il suo sito (www.laterradeifuochi.it) e fbk, o emittenti di nicchia come MTV. Il suo fondatore – che già mesi fa avevo contattato per effettuare un’escursione sul campo con i miei studenti –  pare sia all’estero… e suppongo che questa scelta, nonostante l’indomabile spirito guerriero, sia stata dettata dalla necessità di fuga verso mondi più civili.

E’ per questo che ho voluto riprendere a scrivere su questo blog con questo argomento, dopo una pausa estiva di lunga meditazione. Perchè in quei territori la gente continua a morire di cancro come se vivesse in mezzo alle fabbriche anni ’70 e invece vive nelle campagne del 2012, dove i friarelli crescono in mezzo ai copertoni. Perche’ nessuno, mai, possa dire: io non sapevo.

http://www.mtvnews.it/storie/la-terra-dei-fuochi/

Godetevi il video e poi.. godetevi il pranzo se ci riuscite! AC 

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Il rumore della cattiva economia

 “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, recita un vecchio proverbio. La notizia del giorno, rilanciata dai principali quotidiani ne è la prova. E’ la storia delle mozzarelle della camorra, ovvero della camorra (clan La Torre) che sarebbe socio occulto del re delle mozzarelle Mandara. Come riportato nell’articolo di Repubblica: “Gli arresti giungono al termine di una indagine molto complessa, spiega il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho che ha riguardato anche la vendita dei prodotti e numerosi momenti della operatività della società ed assume grande significato, perché colpisce l’investimento camorristico che incide sulla economia, e la camorra che si pone in concorrenza sleale con la economia legale“.

La camorra inquina l’economia reale, fa concorrenza sleale. E’ questo il dato importante che tutti dovrebbero ricavare da questo articolo. Mentre il messaggio che passerà è: non comprate mozzarella di bufala campana perchè finanziate la camorra!  E questo danneggerà il settore, e colpirà indiscrinatamente chi lavora bene e chi male, chi lotta, onestamente, per sopravvivere, in un mare di latte adulterato infestato di squalacci.

Il buon senso dovrebbe suggerire che in un territorio così vasto come quello a cavallo delle province di Napoli e Caserta – uno dei territori della mozzarella di bufala campana dop –  nonostante la fortissima pressione della camorra, vi è una piccola foresta che cresce ogni giorno fatta di allevatori onesti che non cedono alle lusinghe nè alla minacce di svendere terra come discarica di rifiuti tossici; di trasformatori e produttori che si rifiutano di adulterare i loro prodotti o di vendere quote alla camorra spa.

Ed esistono finanche imprenditori che coraggiosamente producono su terre confiscate alla camorra, come la cooperativa sociale Libera Terra “Le terre di Don Peppino Diana” che proprio due mesi fa ha iniziato la produzione di mozzarella di bufala, nonostante  le ritorsioni e i danneggiamenti – gli ultimi, gravissimi, pochi giorni or sono.

Questo dovrebbe essere il ruolo del consumatore oggi: riuscire ad andare al di là del clamore dei media, acquisire informazioni e distinguere, come un abile raccoglitore, i frutti sani da quelli avvelenati e prendersene cura. AC

Altre info.  http://www.mozzarelladop.it/                                                           Articolo Repubblica: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/07/17/news/camorra_arrestato_titolare_mandara_gruppo_caseario_legato_ai_casalesi-39187056/  Le Terre di Don Peppino Diana: http://www.liberaterra.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/265

 

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Calabria: il coraggio di cambiare

Camminando con Antonio Napoli per le terre liberate della Valle del Marro

In fondo mi dispiace di titolare un post sulla Calabria in questa maniera. Avrei preferito – cosa che mi riprometto di fare – parlare dell’ottima mattonella di gelato pezzoduro della gelateria “Francesco Pisciuneri” di Gioisa Ionica, o parlarvi delle meraviglie di Gerace o della gentilezza dei gestori dei bagni Crazy Beach sul mare di Roccella Ionica.

Ma ho un buon motivo per scrivere di coraggio: ho incontrato, nel mio percorso di formazione sul campo con gli studenti di Arcadia University (vedi post precedente) due persone eccezionalmente e differentemente coraggiose. E so che a loro non farà piacere sentirsi definire così, perché pur consapevoli di ciò che hanno fatto, stanno facendo, e dovranno continuare a fare, sono persone umili e concrete.

Ieri abbiamo visitato la Cooperativa Sociale Libera Terra – Valle del Marro nel Comune di Gioia Tauro, nell’omonima fertile piana. Lì abbiamo trovato un gruppo di volontari toscani chini sotto un sole impietoso a strappare erbacce tra i filari melenzane e peperoni, che spiccavano in bell’ordine sulle terre confiscate alla mafia. In mezzo a loro ecco Antonio Napoli, socio e animatore della cooperativa, famiglia contadina e laurea con lode in filosofia. Antonio è un filosofo contadino che ci accoglie con una frase di John Lennon “la vita è ciò che ti succede mentre sei intento a fare altro” e che chiuderà il suo coinvolgente racconto sulla ‘ndrangheta con la frase -slogan della cooperativa “di tutte le cose da cui si può ricavare vantaggio nessuna è migliore dell’agricoltura, nessuna più dolce, più degna dell’uomo libero”. Quanto è stato difficile per me, povero topo d’aula, tradurre in arido neapolitan – english l’ars oratoria di questo uomo innamorato della sua terra, fiero lottatore, saggio tanto da dire con, amara consapevolezza, che la nostra generazione non vedrà un’Italia libera dalla mafie ma se seminiamo buoni frutti, la vedranno le generazioni a venire. E quanto coraggio c’è voluto avviare una cooperativa di Libera sulla terre confiscate, quando, oltre 10 anni fa, lui e Giuseppe Ritorto della Associazione Don Milani giravano la provincia di Reggio, prendendo appunti, pronunciando in pubblico frasi innominabili nella terra dell’onnipotente famiglia Piromalli, scrivendo sogni, mettendo su progetti. E poi, sulla strada del ritorno, una rapida visita al palazzo a sei piani confiscato a Polistena, simbolo del potere della famiglia Versace, che presto diverrà invece sede e seme di futura speranza per le cooperative di Libera. Grazie Antonio (e grazie Giuseppe, che, oltre a sognare con Antonio, ci ha guidato in questa indimenticabile settimana!).

Ascoltando Deborah Cartisano

E poi stamattina Deborah Cartisano ci ha aperto casa sua, quella sul mare azzurro e luccicante di Bovalino, semplice, messa su con amore e sudore dai genitori; quella stessa da cui, nel 1993, uno degli ultimi anni della lunga stagione di sequestri, quattro uomini rapirono suo padre Lollò, uomo di pace e di mare, amante anche di quell’Aspromonte, allora tanto famigerato, che restituirà le sue spoglie solo 10 anni, per ironia della sorte proprio sotto il suo luogo preferito, Pietra cappa, un enorme monolite . Non so come si faccia ad accettare una cosa così: nella Calabria di vent’anni fa era una colpa essere un uomo onesto, un artigiano della fotografia, che anni prima aveva rifiutato di pagare il pizzo. Non so come si possa accettare di ritornare a frequentare quei luoghi così dolorosi, di viverci addirittura, come oggi fa Deborah con tutta la famiglia. “Cosa ti ha fatto tornare?” chiede Billy. E lei,con la voce romantica e determinata: “Mio padre mi ha fatta tornare. Lui amava questi posti e non avrebbe accettato la mia sconfitta, il mio rifiuto a continuare ad occuparmi di questa terra”. E i suoi compaesani, la Locride, Libera, la Calabria continuano ad occuparsi di Lollò Cartisano, ravvivando la memoria di questo calabrese fiero, bello e dritto come un fuso, anche con una lunga marcia da San Luca alla Pietra Cappa. Ogni anno. E ogni anno chi vuole deposita una pietra con un fiore disegnato sul luogo dove i suoi resti mortali furono ritrovati tramite una lettera anonima alla famiglia in cui uno dei suoi carcerieri chiedeva perdono: un cuore di pietra che si apre, facendo nascere un fiore della speranza. Chiuderei con le parole di Deborah: per sconfiggere la mafia serve un esercito .. di maestri, educatori ed operatori sociali che siano in grado di trasmettere ai giovani valori positivi più forti di quelli mafiosi. Grazie Deborah! e grazie a Flavia (Famà) e Stefania (Grasso) e a tutti familiari di vittime innocenti di mafia che continuano instancabilmente la loro umile opera di testimonianza.

Per maggiori info: http://www.valledelmarro.it ; http://www.libera.it  AC

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Arcadia + Don Milani, la conoscenza oltre gli stereotipi

Chiara, Billy, Jaimie, Francesco, Stephanie, io, Patrizia Adorno, Aliphia e Kelly al Municipio di Marina di Gioiosa Ionica, 6 luglio 2012

Quello che sto vivendo i questi giorni è la prova che nella vita lo spingersi oltre …  tutto! viene sempre premiato.

Alcuni mesi fa, dovendo progettare la sessione estiva del mio corso in “Economia del crimine organizzato e dell’innovazione sociale” ho scelto la Locride come luogo per l’esperienza sul campo. D’altra parte – mi sono detto – se la ‘ndrangheta è la mafia più in auge in quest periodo – sarà bene che gli studenti le diano un’occhiata da vicino. Ricevuto l’ok dalla lungimirante direttrice Tina M. Rocchio, abbiamo proposto il corso ai colleghi americani e il risultato è stata l’adesione di 5 giovanissimi studenti provenienti da Chicago, Minneapolis e Philadelphia, un numero suffciente per avviare il mio primo corso sperimentale estivo.

Dopo le tre settimane di teoria nella aule di Roma Tre, eccoci alla volta della mia Napoli, alla scoperta delle sue facce peggiori (Villaggio Coppola, un’esosa e immeritavole Capri) e migliori (la Pedamentina, un panino con parmigiana di melenzane e provola al faro di Capo Miseno, una cena a sopresa al Petraio..). E poi, eccoci in Calabria. Ad accoglierci l’associazione Don Milani di Gioiosa Ionica e il sorriso rassicurante del suo fondatore Francesco Rigitano e dei suoi tanti, professionalissimi, collaboratori: Giuseppe, Salvatore, Elga, Luigi, Evelyn, Jacopo, solo per nominare quelli che, ogni giorno, ci accudiscono da più vicino.

La Calabria che stiamo vivendo, su e giù per la riviera dei gelsomini, ha della tracce forti di quanto abbiamo letto sui libri tristi di Ciconte e di Nicaso e Gratteri, ma anche, quella delle pagine di Corrado Alvaro, la cui fondazione è arroccata in quella rocca naturale e culturale che è ancora San Luca. Ed è tanto altro, con le sue enormi contraddizioni di Sud che non riesci a capire anche se ti sforzi, se ci sei nato, anche se ci vivi.

E anche noi di Arcadia abbiamo scritto una piccola pagina (almeno per noi) importante: appoggiare apertamente la battaglia del Don Milani e di Libera coordinamento della Locride, per una società più giusta e.. libera. Sembra poco, ma per chi vive di speranze, di utopie e anti-mafia, poco non è. Il 6 luglio mattina quindi abbiamo partecipato a una conferenza stampa nel Comune di Marina di Gioiosa Ionica, che da un anno circa è sciolto per infiltrazioni mafiose, ospiti della Commissaria straordinaria di governo, la vice prefetto Patrizia Adorno, sorridente, competente, fiera calabrese.

Un momento del lungo incontro con la commissaria straordinaria di governo Patrizia Adorno.

Gli studenti (e la tutor di Arcadia Chiara Baldussi) hanno voluto indossare le magliette di Libera! e davanti a fotografi e telecamere hanno ribadito, con la spontanietà dei loro vent’anni,  il loro appoggio a chi vuole liberare questa terra, che non conoscevano e di cui si sono ormai innamorati, dal malgoverno e dalle mafie di ogni tipo.

Per quanto mi riguarda, oltre che dalla competenza dei nostri ospiti e della decisione dei miei studenti, sono rimasto colpito dall’atmosfera della conferenza stampa, che è andata bel al di là la formaità e l’ufficialità dell’incontro, ma è stata soprattutto un confronto tra chi vuole capire  e capirsi a vicenda.

E domani… vi aggiornerò sulla nostra avventura. Que viva Libera! Que viva Don Milani!

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Gotica. Recensione

Giovanni Tizian e Alberto Corbino presentano il libro Gotica (Lamezia Terme, 2012; foto: archivio Trame festival)

Il 22 giugno sono stato invitato a presentare il libro del giornalista Giovanni Tizian “Gotica – ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea“, alla seconda edizione di Trame –  Festival dei libri sulle mafie, in quel di Lamezia Terme (www.tramefestival.it).

Lasciatemi innanzitutto dire che e’ stato per me un onore farlo, per diversi motivi: 1) Trame e’ un campanello d’allarme importante: se un Paese allestisce un intero festival di 4 giorni sull’argomento mafia, significa che abbiamo un problema. Ed inorgoglisce sentirsi parte, anche se marginale, di quanti sono chiamati a svegliare un Paese intero dal suo torpore. 2) Trame e’ un’iniziativa supportata dalle istituzioni locali (Comune, Provincia, Regione), un altro segnale importante di impegno concreto; 3) l’organizzazione di Trame (perfetta, per quello che ho potuto vedere) e’ possibile solo grazie all’impegno di tanti volontari, giovani calabresi che non vogliono che la loro terra sia associata, nell’immaginario collettivo, alla ‘ndrangheta, al malaffare, alla politica corrotta; 4) Giovanni Tizian, giornalista del gruppo Editoriale l’Espresso, e’ un calabrese fiero e coraggioso, uno scrittore di talento, che vive i suoi trent’anni sotto scorta. 5) Trame e’ un libro scritto bene.

Gotica racconta la tragica perdita dell’innocenza – quella dell’autore, allora bambino – nella Bovalino di fine anni ’80. E poi ne narra il trauma, che e’ anche speranza di ritrovare la normalita’ perduta, di emigrare a Modena, terra ricca, civile, diversa ma pur sempre terra lontana. Ed ancora, ed infine dovremmo dire, della triste scoperta che da certi tipi di passato, dal “puzzo di cancrena della mia terra impressa nei miei pensieri e nella mia anima“, non si puo’ fuggire e che le mafie lo avevano seguito e preceduto fin su al tranquillo Nord: le mafie avevano oltrepassato la linea.

Da questo momento le pagine di Gotica riportano una serie di informazioni puntuali sulle deformazioni e malformazioni della nostra economia, inquinata, impestata di mafia, al cui gioco si prestano con troppa compiacenza imprendiitori locali senza scrupoli, cui non dispiace ” raggiungere la meta velocemente, utlizzando mezzi illeciti e la prepotenza“.

Mafia Spa produce 135 miliardi di euro di fatturato (e 70 miliardi di profitto): queste le stime riportate da Tizian, “valori discutibili ma che danno un’idea del fenomeno“. Seconod le stesse stime, sarebbero 45 i miliardi di euro che fatturerebbe la sola ‘ndrangheta. Ed io aggiungo, come ho fatto in piazza a Lamezia, che per capire quanto valgano questi denari di Giuda, bisogna rapportarli all’economia reale e ricordarsi, per esempio, che il fatturato mondiale di IKEA e’ stato, nel 2011 di 21,5 miliardi di euro. Cioe’: la sola ‘ndrangheta fatturerebbe piu’ del doppio di una delle piu’ note multinazionali del mondo, un’impresa che rappresenta il sogno di un lavoro decente per centinaia di migliaia di giovani italiani.

Libri come Gotica non sono facilissimi da leggere, perche’, nonstante siano scritti in maniera molto scorrevole e in bello stile (bravo Giovanni!) sono (per fortuna) anche il frutto di un’appassionata ricerca tra le carte dei processi e della cronaca giudiziaria e le pagine sono pertanto zeppe di dati, nomi e date. Ma e’ soprattutto la nausea quello che ostacola la lettura di questo libro: quella che ti prende quando capisci che non vi e’ settore produttivo e non vi e’ regione in Italia immuni da questo cancro e che tutto (o quasi) e’ contaminato.

O quando capisci che tutto cio’ per alcuni, soprattutto in queste regioni in cui gli anticorpi dell’antimafia non sono ancora forti, vivono tutto come un gioco, come un sogno imbiancato di cocaina, che odora di soldi facili.

Ma e’ per questa stessa ragione, per capire, per armarsi di anticorpi e correre ai ripari, e forse anche per esprimere solidarieta’ tangibile al suo autore, che questo libro andrebbe letto. Molti lo hanno fatto: Gotica e’ alla sua quarta edizione

E, una volta letta, recepita e diffusa la denuncia, l’urlo di Tizian, sarebbe necessario che tutti noi cominicassiamo a capire cosa fare per arginare quest’onda che inquina le nostre vite. Si potrebbe partire dal capire che i soldi sono la chiave di tutto e che ogni nostro gesto quotidiano puo’ rafforzare (anche inconsapevolmente) o indebolire le mafie e i sistemi corrotti di cui si alimentano. Bisognerebbe allora cominiciare a vivere la propria dimensione economica in maniera piu’ responsabile. Dopo l’epoca degli eroi, e’ arrivata l’epoca dell’economia della responsabilita‘. E dipende da noi.  AC

Altre info su Tizian: http://www.iomichiamogiovannitizian.org/

L’iniziativa di Banca Etica per spostare il peso della finanza: http://www.nonconimieisoldi.org

Giovanni Tizian: Gotica –  ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea; Round Robin editrice; quarta edizione, feb 2012: pagg. 302; euro 15.

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Nuova economia responsabile a Londra 2012

Materiale in Mater-Bi allo stand Novamont a Terra Futura (foto: A. Corbino, Firenze, 2012)

Una volta, quando si parlava di nuova economia ci si riferiva al mondo dell’IT (Information Technology). Qualcuno forse lo fa ancora: l’IT e’ in fondo un settore sempre nuovo perche’ costretto a non invecchiare mai, a stare al passo con i tempi o, addirittura, a scandire il tempo stesso con i suoi ritmi forsennati.

A me piacerebbe che oggi, all’alba di quella rivoluzione economica che dovra’ per forza di cose scaturire da questa crisi epocale, al fine di definire la nuova economia si usasse invece il termine responsabilita’: una economia nuova, quindi rinnovata proprio in questo (ritrovato) senso di responsabilita’ verso i lavoratori (datori di lavoro, dipendenti, collaboratori), la comunita’ locale, l’identita’ regionale e nazionale, l’ambiente circostante e quello globale.

Non credo questi siano discorsi da freakettoni  e chi ancora pensa che lo siano e’ ignorante o e’ in mala fede (scegliete voi quello in cui piu’ vi riconoscete); ma questi argomenti rappresentano piuttosto le motivazioni di persone consapevoli che ormai sanno che responsabilita’, unita a coerenza e innovazione, sono la via unica per uscire piano ma efficacemente dalla crisi, e dare linfa vitale ad un sistema economico agonizzante in cui speculazione edilizia, truffe ai danni della UE e centri abbronzanti non dovrebbero piu’ trovare spazio.

Un esempio concreto, che vale 350.000 euro:  un’impresa italiana portera’ i suoi prodotti alle prossime Olimpiadi di Londra, un evento molto significativo dal punto di vista economico, tanto da rappresentare un punto di PIL per il Regno Unito (fonte: Affari&Finanza, 11/06/2012).

Si tratta di Ecozema, una media impresa (20 dipendenti, 4 milioni di fatturato) che ha vinto l’appalto – e una forte concorrenza internazionale, in primis quella cinese) per fornire 15 milioni di stoviglie alla mensa dell’olimpo.

L’innovazione e’ in questo caso, di tipo tecnologico: la famiglia di bio-plastiche mater-BI, che esce dallo stablimento di Terni della Novamont, dopo anni di investimenti e ricerche.

E la coerenza, vi chiederete? A mio modo di vedere, la coerenza consiste nel supporto economico che alcuni soggetti privati hanno dato da sempre a questo tipo di materiale e quindi di mercato, spingendo, con i loro acquisti, la diffusione del Mater-Bi. Un esempio,  piccolo forse ma non per questo meno significativo, sono le penne gialle con tappo blu che tutti i clienti e soci di Banca Etica conoscono da sempre. O gli involucri in cui vengono in cui vengono spedite alcune riviste del mondo del volontariato, tra cui quella di Mani Tese.

Gocce in un immenso lago? Forse, ma e’ anche grazie a queste gocce che il lago ha traboccato e  ha potuto farsi mare. A tal fine e’ quindi stata fondamentale la coerenza di chi, come Banca Etica e Mani Tese crede in certi valori, tra cui la tutela dell’ambiente e la riduzione dei rifiuti e le supporta ocn scelte coraggiose (e a volte scomodie in quanto piu’ onerose) nell’economia di tutti i giorni. Oggi il Mater-Bi della Novamont e’ commercializzato in una serie vastissima di prodotti, incluse le famose stoviglie olimpiche.

Se la coerenza (dei comportamenti) diventasse valore diffuso, se fosse acquisita la consapevolezza che giustizia sociale,  degrado ambientale, paesaggistico e disoccupazione, sono organi intimamente interconessi di uno stesso corpo malato che si chiama crisi e quindi se tutte le nostre azioni quotidiane di attori economici fossero ispirate a tale coerenza (cibo a chilometri zero, trasporto collettivo, finanza etica, ecc.), allora e solo allora noi avremmo trovato una forza propulsiva, una chiave di volta innovativa per uscire con forza dalla crisi e per creare un mercato diverso, solidale (da solidus = compatto).

Un mercato dove cioe’ non domini incontrastata la legge del piu’ forte ma quella del piu’ responsabile, e dove alla logica della competizione ad ogni costo si sostituisca una logica dell’interesse comune, ovvero del trovare un accordo tra le parti (produttore e consumatore, imprenditore e banche, governo e impresa) che non sono l’un contro l’altro armate, ma compatte in un obiettivo comune.

Le Olimpiadi di Londra hanno dimostrato che competere innovando e aumentando il proprio livello di responsabilita’ e’ quindi non solo possibile ma e’ anche una strategia preminate. AC

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Organized crime and art: the never ending slaughter

Students explaining their work during the “Art in Motion – Terrorist Perspectives” exhibition

Dr. Vicky Kynourgiopoulou, professor of Archaeology and Museum Studies at Arcadia University – Italy programs, has curated the exhibition “Art in Motion – Terrorism perspectives”, where the students of the Spring 2012 “Museum Practices” class displayed their art-works. The exhibition took place on the 17th May 2012, at the former slaughter houses in Rome, now part of the Roma Tre University premises.

Vicky kindly asked me to write a few lines on the relationship between Mafia and art. I want to share it with you and I want to thank “dr. K”. and the students and for their creative work!

Recently the news reminded us of how the mafiosi are also art-lovers. But it is just another big lie about the Mafia. Because loving art is very different from spending loads of recycled money on some expensive masterpieces and jamming them one on top of another in a big villa.  Journalists found no better word than kitsch to describe the villa (in Italy) that police confiscated from the camorra boss Nicola Schiavone or the other villa where the police arrested the other important Mafia boss, Giuseppe Polverino (in Spain). The famous Italian comedian Antonio Albanese, who played the role of a mafia-friendly local politician in the movie Qualunquemente, once told that the villa they chose as a set had been confiscated from a real local ‘ndrangheta boss in Calabria; it was so kitsch that the production had to remove some pieces of art from the set, because it was far too excessive to seem real.

There is one word to explain the total disconnection between personal taste and art: beauty. In the famous movie “I Cento Passi”, the antimafia activist  Peppino Impastato, looking at the landscape around Palermo, tells his best friend: “we should remind to the people what beauty is all about, and help them to recognize it and to defend  it. It’s Beauty that is important; everything stems from beauty”.

Before art, beauty in Italy has always been represented by the landscape, which is still, in many corners of this nation, a masterpiece of harmony. The Tuscany Hills represent the perfect mix of nature and hard human labor. Landscape is part of the Italian identity, from the Alps to the Sicilian islands. The Italian landscape has always been considered an important part of Italian cultural and artistic patrimony.

Any individual who is particularly sensitive to beauty, and therefore to art, would never think of destroying the perfection of the Italian landscape.

Unfortunately however, the Italian Mafia, with the support of corrupted Italian politicians,  has added to the continuous destruction of the Italian landscape for the last 40 years. Despite citizen protests, organized crime syndicates have facilitated the building of illegal buildings on Italy’s most beautiful hills and coastlines. They usually operate either through their own building companies or by facilitating and favoring corrupt building companies to work by providing them with forged building permits authorized by the local government. Often the presence of organized crime is only an excuse to justify the immoral act of corrupt local administrators and public officials, as the mafia is a contagious mind – set.

The Valle dei Tempi of Agrigento, the Calabria coasts, Ischia island or the enormous Villaggio Coppola on the coast between Napoli and Caserta provinces are a few examples  that remind us that organized crime is not a devotee to beauty or art”.

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The Italian solidarity economy slow revolution

Made in Italy and made in dignity: products by social cooperatives (Libera Terra) working on mafia confiscated lands

The Italian solidarity economy slow revolution, by Alberto Corbino

“There’s a lot to say about the Italian people’s fight against the international crisis and shortsighted politics than this article could explore.  We do have our Occupy places like the “NO TAV” in the North of Italy (against the high speed railway). But, besides and beyond that, we have hundreds of solidarity economy experiences, even in difficult territories threatened by organized crime. The social reuse of mafia confiscated assets is a good example to show that change, from the inside, is not only a dream”.

I have the honor to announce that you can will find the complete article in the latest issue of  Grassroots Economic Organizing (and let me thank Ajowa Nzinga Ifateyo and Michael Johnson for the support and editing). AC

Here’s the link:
http://www.geo.coop/story/italian-solidarity-economy%E2%80%99s-slow-revolution

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Insicurezza sul lavoro nel salotto di De Magistris

Il cantiere della Metro di piazza Municipio a Napoli (foto: A. Corbino, 26 aprile 2012)

Da napoletano confesso di provare un certo disagio, anzi una notevole vergogna a pubblicare questo post. Perché credo di amare la mia città e vorrei fare come tanti, che riescono solo a parlare delle vele e del mare ritrovati cantando ” scurdammoc ‘o passato, simm ‘e napul, paisà!”. Ma non posso. Perché non si può tacere di fronte a quello che stamattina ho visto, a cento metri da Palazzo San Giacomo, la sede del Comune, il luogo in cui il nostro infaticabile sindaco Luigi De Magistris e la sua giunta si recano al lavoro ogni giorno con la promessa di cambiare il nostro piccolo mondo antico. Vorrei chiarire: non è un attacco al sig. Sindaco, né alla sua giunta: probabilmente stanno facendo il loro massimo, probabilmente quello che hanno fatto in pochi mesi è più di quello che altre giunte hanno fatto in 20 anni… ma forse non è abbastanza. Perché se a 100 metri da palazzo San Giacomo, pieno centro della città, nel più grande cantiere cittadino, è possibile assistere alle scena cui io ho assistito poche ore fa, allora qualcosa non funziona.

Riassumo. Stamattina lascio alle 10.40 un’assolata piazza Plebiscito, dove avevo allestito uno stand per la manifestazione Ecologicamente (visitatela!). Dovendo andare a Roma per lavoro, avevo deciso raggiungere a piedi  il vicino stazionamento del tram veloce n° 1, di fronte al molo Beverello, ingresso principale al porto. Il percorso che mi trovo a fare è quindi quello Porto turistico – Palazzo Reale che tanti turisti fanno ogni giorno. Il percorso, proprio a causa dei lavori per la metropolitana prospicienti Piazza Municipio, è obbligatorio: la passerella che costeggia il magnifico Maschio Angioino e permette una vista sugli incredibili lavori della nuova stazione metro, in cui , pare, una volta ultimati, sarà possibile ammirare anche gli importanti resti archeologici ritrovati accidentalmente durante gli scavi (un porto romano?). Sono un po’ in anticipo e mi fermo  un attimo rapito a osservare, per qualche minuto, l’imponenza degli scavi e dei macchinari al lavoro. Lo fanno i bimbi e i vecchi. Bello, il bello di Napoli che avanza, penso. Sono le 10,50 circa. La mia attenzione viene attratta da un (immagino) operaio che attende a naso all’aria un enorme carico di terra che ondeggia proprio sopra la sua testa. Sbracciandosi lo “aiuta a scendere”, accompagnandolo con la mano, come fosse il paniere della vecchia zia nei vicoli. Dopo pochi scatti me lo ritrovo che assiste seduto ai lavori delle scavatrici  in bilico su una impalcatura. Lui e i “macchinisti” non hanno il casco, i cinturoni, né i gilet gialli e arancioni. Niente. Guardo più in là e ne vedo tanti senza casco, e tutti più o meno vicini a gru e pale smuovi-terra in movimento. Non serva essere un esperto in sicurezza per capire che c’è qualcosa che non va. Decido di fare delle foto con una macchinetta semplice e con poca tecnica, quelle che pubblico di seguito. Alcuni turisti fanno lo stesso.. speriamo non notino missing helmets!

Vado via, devo prendere il treno. Ma non posso tacere. Sono fatto cosi’: nato scassacazzo –  i miei genitori mi ricordano appena ne hanno l’occasione! Cerco i vigili che in genere stanno all’ingresso del porto oppure all’incrocio appena sopra. ma nulla. Mentre sono al capolinea del tram, fermo una volante della polizia “ non è di nostra competenza territoriale, cerchi i vigili” rispondono cortesi. Ma i vigili, già lo so, oggi non ci sono. Salgo sul tram, e mi viene l’idea di chiamare il Comune. Non ho i numeri del centralino.. ma solo quello dell’assessore ai Beni Comuni, Alberto Lucarelli. Di necessità virtù. Non è l’assessore competente per questi temi, ma è un giurista serio, una persona per bene, e so che ci tiene a queste cose. Lo chiamo e mi risponde un suo gentile collaboratore: mi presento, gli racconto in 2 minuti quanto ho visto e lo prego di riferire. Arrivo alla stazione con una ventina di minuti di anticipo. Caffè? No, cerco i vigili urbani che oggi non ci sono neanche qui sul piazzale… forse sono tutti a controllare la ZTL messa per l’America’s cup, o sonoa impazzire di traffico ad un altro angolo della piazza più lontano, ma non ho il tempo di arrivarci.

Vado alla polizia ferroviaria. “ Noi non possiamo fare niente, chiami il 112 o il 113 e denunci”. Il treno sta per partire. Salgo. Chiamo i carabinieri, mi dicono “deve fare denuncia a una caserma” – “ ma sono in treno” – e da dove chiama lei ? – “ora sono sul treno che sta partendo da piazza Garibaldi”,  ma volevo denunciare diverse irregolarità sulla sicurezza nel cantiere metro di piazza Municipio a Napoli” – Ah, vabbè” Click!. Come vabbè? chissà se era un assenso alla denuncia, se vuol dire che andranno a controllare. Trovo, disturbando alcuni amici (perché sono un dinosauro tecnologico e il mio telefonino non va su internet), il telefono di un nucleo dei vigili urbani li’ vicino e non risponde nessuno (una solo luuunga prova); poi l’ufficio INAIL nazionale che mi rimanda solerte al numero dell’ufficio INAIL di Napoli di Poggioreale al cui centralino non risponde nessuno (una sola luuunga prova). A questo punto il cittadino si arrende e prende posto sull’AV sperando di addormentarsi di botto per svegliarsi  in una città altrettanto bella ma dove il rispetto per le regole – e per la vita umana – non sia sempre affidata a San Gennaro.

E invece di dormire chiamo Fabio, che dirige cantieri un po’ dappertutto e gli racconto quel che ho visto e lui mi conferma che le cose che ho visto non vanno bene. A fine telefonata, parte la solita discussione rassegnata tra napoletani – emigranti in cui ci si chiede come sia possibile che la città continui a vivere nel medio evo del diritto. Io, in particolare, da napoletano e da italiano mi chiedo: 1) è mai possibile che queste cose succedano in un cantiere tanto grande, che coinvolge ditte tanto grandi, e che tutto ciò avvenga sotto il naso di passanti e turisti e a 100 metri da dove risiedono stabilmente Sindaco, giunta, consiglieri e qualche centianio di vigili urbani? 2) Certo l’impresa deve controllare i suoi operai, ma è mai possibile che gli operai siano talmente incoscienti e ignoranti in tema di sicurezza? E non parlo di ignoranza tecnica, perché sono sicuro che hanno tutti il previsto certificato di frequenza al corso di formazione  previsto dalla legge, ma proprio di cultura della prevenzione. È mai possibile che il Sindaco di Napoli, che tanto tiene all’immagine di una nuova Napoli libera dal crimine e dall’illegalità, non guardi nel suo salotto e non sia capace di far rispettar le regole a due passi dalla sede del Comune? In ultimo: è mai possibile che un cittadino che voglia denunciare qualcosa di così grave, e la cui tempestiva denuncia potrebbe servire a evitare una della MILLE morti all’anno sul posto di lavoro nel nostro bel paese (e tanti soldi dell’INAIL, perdonerete il cinismo), debba trovare tanta indifferenza e tanta difficoltà nel farlo? Tanto lo so che non potete rispondermi.

Operai al lavoro nel cantiere della Metropolitana di piazza Municipio a Napoli (foto: A. Corbino, 26 aprile 2012)

Di seguito le foto (ore 10.50 circa, piazza Municipio, cantiere Metro, Napoli, 26 aprile 2012). Se avete problemi di bile non le guardate. Se no clickateci su per ingrandirle e godervi i dettagli.  Pace in terra agli uomini di buona volontà.

Agli altri: guerra senza tregua!

Sicurezza sul lavoro (?) al cantiere Metro piazza Muncipio (foto: A. Corbino, Napoli, 26 aprile 2012)

e ancora…. il leggero paniere calato dalla enorme zia gru viene accompagnato delicatamente con le mani

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25 aprile: liberiamoci dalla cattiva economia

Roma, macerie di vecchia economia (foto: A. Corbino, 2012)

Trento, Firenze, Napoli. Ma anche l’Italia “minore”, quella di Donnalucata, Bosa, Altivole, Ozzano Emilia, Cepagatti, Montecchio Maggiore. In tutta Italia oggi si festeggia la Liberazione dalla dittatura (nazi-fascista). Anche in quei luoghi, appena citati, in cui imprenditori e artigiani schiacciati dai debiti hanno deciso di togliersi la vita, in questi primi mesi del 2012. Nord, Centro e Sud uniti nella disperazione di una crisi economica che sembra non lasciare scampo agli onesti, a quelli che hanno lavorato e rischiato tutta la vita, quelli che vengono retoricamente definiti la spina dorsale del “sistema Italia” e che dal sistema Italia vengono quotidianamente umiliati e schiacciati (e qui mi viene da pensare che “sistema” è un sinonimo di Camorra!).

Questa festa, che forse dopo 69 anni in pochi sentono, non avrebbe allora più senso se la si cominciasse a vedere come punto di svolta affinchè questo Paese si liberi dalla cattiva economia, in cui la finanza e le banche d’affari dominano e massacrano le imprese e i lavoratori? Non sarebbe il caso di diventare partigiani e alfieri della buona economia, di quella che riporta al centro l’uomo e il lavoro umano, ri-assegnando al denaro il suo giusto ruolo, che è quello di servo e non di signore, di mezzo e non di fine? Non sarebbe il caso di pensare ad un’economia del bene comune?

Lo so che questo può sembrare pura utopia, discorsi da freakettoni. Ma io la buona economia l’ho vista, so che c’è e che si sta facendo largo a piccoli passi, nel mondo reale. L’Italia, terra di Leonardo, di Marconi e di Fermi, paese innovatore per definizione perchè l’innovazione nasce dalla necessità e dalla bellezza, potrebbe diventare un Paese pioniere, se solo i suoi governanti non fossero così vecchi e attaccati alla teorie di vecchi libri di economia che non hanno più nessun valore in un mondo completamente diverso da quello in cui frono scritti (ritorni a studiare, prof. Monti, si aggiorni!).

Se non credete a me, perdete un’ora, oggi stesso, a guardare il servizio “Smarcamenti di campo” realizzato da Michele Buono, giornalista di Report e andato in onda su Rai Tre domenica 22 aprile: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-571e19e3-6925-4313-acd8-d90453d280c4.html .

“Nei prossimi 60 minuti vi racconteremo di un mondo che non esiste”. I protagonisti di questo video rappresentano un campione abbastanza vario da poter pensare che sia possibile, in ogni campo, realizzare nuovi modelli di economia solidale: produzione, finanza, servizi. Solidale viene dal latino solidus – compatto e si contrappone del modello dominante al concetto degli attori dell’uno contro gli altri armati, concorrenti: lavoratori contro imprenditori, imprenditori contro Stato, banche contro tutti, produttori contro consumatori. Non c’entra niente col comunismo: è solo innovazione, stare al passo con i tempi. Nel video sentirete eresie di questo tipo:

Pat Donovan, dir. gen Bremer Bank (USA): “I nostri finanziamenti sono costituiti dal denaro dei clienti. Concediamo prestiti e poi, il 92% dei dividendi va alla fondazione Otto Bremer che li ridistribuisce totalmente per attività sociali utili alla comunità. Come banca, ridistribuiamo nelle comunità dai 3 ai 4 milioni di dollari ogni anno”.

A Nantes (F) vogliono eliminare la moneta negli scambi tra le imprese locali. Ci stanno lavorando l’amministrazione della città, la sua banca pubblica e un professore della Bocconi di Milano. Solo un’unità di conto presso il Credito Municipale che compensa debiti e crediti. Jacques Stern – dir. gen. Credtito Municipale di Nantes: “Gli scambi sono praticamente istantanei, per via informatica. Le imprese pagheranno solo le spese di commissione che saranno al massimo dell’1%. Se si calcola che il costo del denaro può arrivare oggi fino al 7% per un’impresa, c’è una differenza importante. Il costo del denaro si divide per 4 e questo potrà generare più attività e più lavoro”.

Helmut Lind – pres. Sparda Bank, Monaco di Baviera: “speculavamo un po’ su tutto: titoli, divise, materie prime. Come banchiere pensavo che fosse giusto ottimizzare al massimo i profitti. Ma un certo momento ci siamo chiesti: “ è davvero questa la via migliore?” E abbiamo messo sul banco di prova gli affari che abbiamo fatto per anni. Abbiamo smesso. Abbiamo cambiato idea perchè stavamo contribuendo anche noi a creare un sistema staccato completamente dalla società. E allora siamo ritornati a fare il mestiere della banca: raccogliere e distribuire denaro nel territorio e creare ricchezza. Semplice. Tutto il resto alle persone non serve. Se non ci si guadagnasse per niente noi non esisteremmo. Non abbiamo più dividendi del 10, 11 o 12 per cento, ma del 5 per cento e viviamo tutti bene”.

Wolfgang Heckel – imprenditore: “non è una cooperativa, ma ridistribusico gli utili tra i lavoratori perché contribuiscono al successo dell’azienda quindi è giusto che partecipino anche agli utili. Nel progetto dell’economia del bene comune, la forbice degli stipendi è tra 1 e 20 al massimo. Da noi abbiamo stabilito che il mio guadagno non possa superare più di tre volte quello di un operaio.

Alessio Ciacci, assessore all’ambiente Capannori (Lucca): “in Ascit – l’azienda che gestisce i rifiuti che è interamente pubblica –   lavorano oggi 120 persone e 50 di queste sono state assunte grazie ai minor oneri per quello che ogni giorno mandiamo in discarica”.

 A che cosa servono, giornate come questa, se non a sognare un futuro migliore. Buona Liberazione a tutti! AC

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Fuori le mutande: tradizione e innovazione

Questo post è solo un omaggio alla creatività napoletana e alla città, il mio paradiso abitato da (purtroppo tanti) diavoli.

United colors of Napoli, elaborazione grafica di Michele del Vecchio (giu*box gallery), su foto di ©Giulian Grenier | Team USA (Napoli, aprile 2012)

Ma questa foto ahimè mi ricorda anche quel tragico G8 di Genova del 2001, quando il governo di mr. Perluscone (così lo storpiano a Napoli e a me piace perchè fa tanto… viscido!) vietò ai genovesi di esporre la biancheria al sole durante i giorni del summit…. e noi tutti a fare i cori: fuori le, fuori le, fuori le mutande, genovesi fuori le mutande!!!

Cosa c’entra questo con la buona economia? C’entra, e tanto. Perchè non vi può essere buona economia là dove si neghi l’anima dei luoghi e delle comunità. Perchè questo equivale semplicemente a una perdita netta di una risorsa scarsa, di un capitale unico: l’identità. Perchè, a Genova come a Napoli,  i panni “spasi”, quelle mutande e canottiere messe fuori senza pudore a godere del sole e del vento non sono solo mutande e canottiere: sono l’umidità che cacci via dalle stanze e dalle ossa, la luce che porta speranza nel buio dei vicoli, significa mettere colore e pulizia in un mondo che spesso non ha colorepulizia.

Per cui, su le vele e fuori le mutande! AC

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Mr. Royal, albergatore responsabile

La copertina del fumetto Mr. Royal (Comicon, 2011)

A vederlo così non si direbbe. E’ grande e grosso e pure, a dirla tutta, bruttarello, quasi un ecomostro che si affaccia sul bellissimo lungomare di Napoli, proprio di fronte al Castel dell’Ovo, uno dei simboli della città.

L’Hotel Royal Continental Napoli è il perfetto figlio dell’architettura degli anni ’50, un po’ irrispettosa dell’armonia di quella striscia di palazzoni sul lungo mare di Santa Lucia che neanche la Facoltà di Economia costruita in pieno ventennio riesce a spezzare.

Ma mai fermarsi alle apparenze. L’Hotel Royal è infatti diventato, grazie alla sensibilità e alla intraprendenza del suo giovane direttore generale, Gianluca Picone, pioniere del turismo sostenibile a 4 stelle. I puristi storceranno il naso, lo so: nelle pruderìa teorica il concetto di sostenibilità non si concilierebbe bene con il lusso di un 4 stelle, ma io credo nel compromesso, nella sperimentazione, nell’abbattimento del pregiudizio e nel purchèsifaccia!

L’occasione per conoscere da vicino ciò che il Royal ha fatto è stata un conferenza lì organizzata, pochi giorni or sono, del movimento Zero Waste Italy che ha ospitato interventi, tra gli altri, di Paul Connett, da sempre anima della filosofia (e della pragmatica) Zero Waste negli Stati Uniti e di Enzo Favoino, guru del compostaggio della Scuola Agraria del Parco di Monza (www.monzaflora.it/compost ).

Al protocollo Zero Waste – Rifiuti Zero 2020 hanno ormai aderito 74 Comuni in tutta Italia, tra cui Napoli e alcuni Comuni della penisola sorrentina. Un anelito di utopia possibile.

Al di là di ciò che Zero Waste rappresenta, vorrei parlare dei risultati della politica di responsabilità nei confronti dell’ambiente attuata dal Royal. Ogni anno: MENO 100mila bottiglie di plastica da 33 cl. Con l’utilizzo di naturizzatori di acqua e quindi… l’acqua del Sindaco; MENO 480mila fogli di carta con il nuovo sistema di check in elettronico; MENO 440 toner con l’utilizzo di stampanti condivise; MENO 7.600 flaconi con l’utilizzo di distributori centralizzati  di detersivi concentrati e biodegradabili ; 54.300 bottiglie di vetro con vuoto a rendere; annullamento degli imballaggi di detersivi con un moderno sistema di dosaggio; riduzione dell’80% degli imballaggi di succhi di frutta utilizzando un miscelatori di succhi concentrati; riduzione del materiale cartaceo nella camere e nei congressi. E il tutto  – sorprendente – senza la mia consulenza!

Sono certo che la clientela a 4 stelle apprezzerà e capirà il senso di queste scelte. Ciò che conta, come ricordato nella conferenza dal dg Gianluca Picone, è che anche l’amministrazione comunale comprenda che l’innovazione ha costi alti e che deve essere ricompensata in termini di risparmio ad esempio sulla tassa sui rifiuti urbani: oggi il Royal paga 200mila (!) euro/anno, mentre tale riduzione dovrebbe valere uno sconto di almeno il 30%, pari a ben 60mila euro. Con tale cifra, il Royal potrebbe attuare altra innovazione, come acquistare una compostatrice (45mila euro) per riciclare le 150 tonnellate di umido che produce ogni anno.

Ma tale ciclo virtuoso non è possibile metterlo in moto oggi perché tra i compiti dell’ASìA (la municipalizzata che gestisce i rifiuti per la città) non vi è, quello di monitorare il comportamento dei privati. Per fortuna l’assessore all’ambiente e vice sindaco del Comune di Napoli, Tommaso Sodano, ha annunciato, in quella stessa sede, che il Comune di Napoli sta sperimentando con l’ASìA un processo di valutazione sul risparmio di carta dell’Università Federico II. C’è quindi speranza che la procedura venga poi allargata ai grandi privati e poi, questo lo auspico io da tempo, anche ai piccoli privati. Io infatti sono un cittadino quasi a rifiuti zero…. Perché caspito devo pagare la TARSU più alta d’Italia come uno sporcaccione qualunque?

Ultima notizia. Per descrivere il processo di responsabilità verso l’ambiente il Royal si è affidato alla matita e ai colori di un bravissimo disegnatore, Andrea Scoppetta, che ha creato Mr. Royal. Nel fumetto, in italiano e inglese, Mr. Royal racconta dei problemi e di come nuove ditte fornitrici hanno innovato e risolto la situazione. Come dire: + ambiente = + impresa di qualità. Facile.

Come tecnico, anche se non cliente a 4 stelle, non posso che plaudire all’iniziativa e fare un in bocca al lupo al Royal e a tutte le ditte coinvolte. La speranza è che tutto questo da nicchia diventi main stream, cioè che altri ne seguano l’esempio fino a farlo diventare la normalità, la media. Già l’Associazione albergatori di Capri ha preso in considerazione il  progetto e l’UCMed (www.ucmed.it) sta portando avanti un progetto per monitorare e premiare la RSI di ristoratori e albergatori. Bene così. AC.

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Il valore della fiducia e la suicidioeconomia del falso bio

Arance all'ombra dell'Etna (foto: sito INEA Sicilia)

Gli agricoltori e i trasformatori italiani sanno bene quanto il falso incida negativamente sui bilanci delle loro aziende e quindi sul futuro dei loro figli.  Secondo Federalimentare “il falso Made in Italy raggiunge infatti i 60 miliardi di euro l’anno. Il fenomeno si articola, secondo le ultime stime, in 54 miliardi di Italian Sounding (ovvero la produzione che fa “eco” subdolamente al Made in Italy) e 6 miliardi di contraffazione vera e propria… una cifra enorme che raggiunge quasi metà del fatturato alimentare, pari a 127 miliardi e vale oltre il doppio dell’export nazionale, pari a 23 miliardi(1).

Sul mercato USA e Canada “le ultime stime di Federalimentare sull’Italian sounding sono “sconcertanti”: il 97% dei sughi per pasta venduti nei supermercati sono pure e semplici imitazioni. Il 94% delle conserve sott’olio e sotto aceto è falso e altrettanto falso è il 76% dei pomodori in scatola. Addirittura scopriamo che solo il 15% dei formaggi italiani è autentico: nel Nord America l’imitazione specifica di parmigiano, provolone, ricotta e mozzarella è pari quasi al 100%” (2).

Eppure gli agricoltori italiani si stanno prodigando per differenziare il loro prodotto di qualità da quello della concorrenza, leale o sleale che sia, straniera. Si può così spiegare la corsa a produrre biologico certificato: “nel 2000, data dell’ultima rilevazione dell’Istituto di statistica, l’agricoltura biologica rappresentava il 7,9% della Superficie agricola utilizzabile totale; nel 2010 è arrivata a rappresentare l’8,6 %” (3). E i cittadini, complici anche le notizie sempre più allarmanti sugli sversamenti illeciti di rifiuti tossici nella campagne di quasi tutte le regioni del Paese, stanno premiando questa scelta: “il mercato del biologico nel primo quadrimestre del 2011 è cresciuto dell’11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso ed il 76 % degli italiani acquista prodotti biologici almeno una volta al mese” (4).

Ciò premesso, appare allora ancor più sciagurata, se non suicida, la scelta di malafede di alcuni  – in Sicilia vi sono ben 8.369 aziende biologiche (5) – imprenditori siciliani di orchestrare una truffa bio, quindi di vendere come biologici prodotti che biologici non sono. L’inchiesta di Repubblica sul Falso Bio (settembre 2011), racconta di un sequestro dei NAS di Ragusa a Cassabile di oltre 130 tonnellate di limoni (argentini) per un valore complessivo di 300 mila euro, cui gli operai stavano applicando l’etichetta bio. Lo stesso, spiega l’inchiesta, è avvenuto con “falso l’olio extravergine d’oliva doc di provenienza tunisina, falso il pistacchio “iraniano” di Bronte, false le arance “bio” dal Marocco, falsi i carciofi dop locali prodotti in Egitto”. MAMMA MIA, aggiungo io!

E’ ovvio che esempi (eccezioni ad un sistema largamente virtuoso, per fortuna) del genere fanno sorgere anche molti dubbi sulla validità delle certificazioni.  Io sono tra quelli che a una sterile certificazione, preferisce il lento processo di conoscenza diretta consumatore – produttore, i cui prodotti non devono essere necessariamente certificati bio; mi basta invece che il produttore sia una persona conosciuta e fidata, con cui condividere degli obiettivi di vita e accordarsi sul prezzo equo, cioè giusto per entrambi (così come succede nei GAS). Ma è chiaro che questo tipo di processo richiede tempo, una risorsa ahimè oggi scarsa e ciò costringe la maggior parte dei consumatori a doversi accontentare di forme succedanee di garanzia, quali le certificazioni.

Ma perchè fattacci come il falso bio, ancorchè eccezioni , sono ancor più gravi di fenomeni come l’Italian sounding? Perchè la scelta del consumatore di spendere una cifra maggiore per prodotti di qualità superiore e certificata si regge sul quella bellissima cosa che in economia (e in italiano) si chiama la fiducia. Se si mina la fiducia del consumatore nel biologico, si mette a rischio tutto la filiera produttiva della qualità: tanto vale compare il prodotto al più basso prezzo possibile – penserà il consumatore – almeno così rischio di perderici insalute ma non in soldi, che sono pochi. Una tragedia! 

E’ difatti importante ricordarsi che, al di là della dichiarazioni di principio, per trasferire sviluppo sostenibile nell’economia reale, traducendo i principi e le regole in azioni tangibili, è necessario creare i presupposti di un’economia della responsabilità, in cui un sistema virtuoso e coerente che leghi a doppio filo i destini di tutti gli attori di un territorio: istituzioni centrali, enti locali, imprese, consumatori, associazioni, certificatori (6). Il doppio filo che tiene legati questi pezzi di sistema, il collante che tiene unite le tessere del puzzle ha appunto 2 nomi: coerenza e fiducia, intesa come elemento alla base dell’economia (7).

Saranno pertanto necessarie: A) Istituzioni centrali (Ministeri e agenzie collegate) che internalizzino la sostenibilità nelle loro politiche di lungo periodo; tutelino i consumatori da truffe e da adulterazioni; informino i consumatori sul valore aggiunto di prodotti garantiti e di qualità. B) Enti locali che sappiano incentivare il lavoro di chi orienta la produzione alla sostenibilità; promuovano gli acquisti verdi (in inglese GPP – Green Public Procurement); coadiuvino le autorità centrali in attività di controllo del rispetto delle leggi sul territorio; tutelino l’integrità ambientale di un territorio, come risorsa base per implementare processi produttivi virtuosi. C) Produttori che vogliano e siano in grado di rispettare tutte le norme esistenti; scommettere sul valore aggiunto della qualità, adottando comportamenti pro-attivi per un continuo miglioramento della filiera produttiva; informare in maniera semplice e trasparente i consumatori. D) Consumatori che si informano e premiano il mercato, rinunciando ad acquistare i prodotti solo in base al miglior prezzo o ad aspetti esterni (confezione,..) o pratici (cibi precotti,..); che acquistano prodotti a chilometri zero, in mercati locali, supportando le economie di territorio;  denuncino truffe e cattive pratiche. E) Associazioni di consumatori e ambientaliste vigili ed attente a tutelare gli interessi collettivi, collaborando attivamente con le istituzioni in attività di sensibilizzazione e denuncia (fondata su dati certi!). F) Certificatori e responsabili interni/esterni di sistemi di controllo e gestione di qualità che facciamo il proprio mestiere in maniera indipendente e “a regola d’arte”.

Se uno di questi elementi tradisce la propria missione ed assunzione di responsabilità rispetto all’obiettivo dello sviluppo sostenibile, il ciclo virtuoso non può attuasi e quindi è destinato a fallire. Esattamente come uno Stato in cui i cittadini evadono le tasse, le categorie professionali vivano di rendite e privilegi, e i politici e amministratori siano corrotti (vedi Grecia e… altri Paesi). AC

Fonti: (1) Federalimentare, comunicato stampa del 19 gennaio 2012. Federalimentare è la Federazione aderente a Confindustria che, con le sue 17 Associazioni di categoria, oltre a FederPesca ed Airi, rappresenta e tutela l’Industria alimentare in Italia, seconda industria manifatturiera del Paese dopo quella metalmeccanica. In Europa, Federalimentare aderisce alla Food Drink Europe. (2) Federalimentare, rapporto Fattore Export, 2011 (?). (3) Il Sole 24ore, 21/07/2011. (4) ISMEA, 2011. (5) Assessorato regionale politiche agricole e alimentari, dato 2010. (6) Il seguente paragrafo è tratto e riadattato da: A. Corbino “Economia e diritto ambientale per le produzioni marine: spunti di riflessione”, Boopen Editore, 2010. (7) Che l’economia si basi sulla fiducia è una delle tesi fondanti delle analisi dell’economista Partha Dasgupta, docente a Cambridge e già presidente della Royal Economic Society e della European Economic Society, uno dei massimi esperti mondiali di economia dell’ambiente . “..l’economia è nata con l’uomo e con la sua capacità di effettuare scelte consapevoli per raggiungere la soddisfazione di un bisogno attraverso uno scambio; lo scambio avviene in base a bisogni e ad aspettative: io ho bisogno di una certa cosa e mi aspetto che tu, in cambio di ciò che ti do e che risponde a sua volta ad una tua aspettativa, non mi deluda. Perché lo scambio sia continuo è necessario che ci sia fiducia nella risposta alle aspettative”.

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Italian food: quality Vs forgery

Arcadia University: chocolate tasting at Rizzati factory, Ferrara, Italy (photo:A. Corbino, 2010)

In some European countries like France, Spain and, of course, my Italy food is everything: it’s culture, business, family, art, a way of life… it’s a religion.

In Europe farming has contributed over the centuries to creating and maintaining a unique countryside. Agricultural land management has been a positive force for the development of the rich variety of landscapes and habitats. The ecological integrity and the scenic value of landscapes make rural areas attractive for the establishment of enterprises, for places to live, and for the tourist and recreation businesses. In Europe, places matter! ( …)

Geographic origin is especially important for Italy, that is the European country with the most PDO and PGI registered products (237, about 30% of the total). Developing these products requires raising awareness about the historical, cultural and social heritage of our country. Protecting our products is essential to remain competitive in the global marketplace; it requires products with unique features and very high quality   (…)

The Italian sounding products world market (false made in Italy food products) is estimated to worth 60 billion euros / year. The forgery of products has increased in last years, putting millions of jobs at risk and threatening the reputation of many geographical areas. They not only represent a false guarantee for foreign consumers but above all cause serious damage to our country’s producers: more than 60 billion euros means more than half the total value of Italian agricultural and food production and 2 and a half  times more than Italy’s exports in this sector (23 billion euros) (….)

To learn more about: quality labels, forgery, organic farming, wine industry, grassroots organizations fighting for healthy food and fair markets, organized crime  illegally dumping tons of toxic waste in the countryside, ecc… you can download the following pdf: Italy, food industry and forgery 2012

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Fratelli di sangue. Recensione.

La copertina di Fratelli di sangue

Fratelli di sanguestorie, boss e affari della ‘ndrangheta, la mafia più potente del mondo è insieme un libro di storia, economia e antropologia culturale a firma di due coraggiosi italiani: il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri e lo scrittore e docente universitario Antonio Nicaso. Entambi calabresi, i due autori hanno dedicato alla ricerca e alla divulgazione della giustizia e della verità la loro intera vita. Dedicare la vita a una causa come combattere la criminalità organizzata significa anche rischiare la propria vita. Ed è questo un rischio ben noto ai due autori, che continuano però la loro battaglia quotidiana senza compromessi. Mai come in questo caso, l’acquisto di un libro (peraltro alla 7° ristampa) è doppiamente utile: da un lato si apprendono informazioni utili per comprendere la devastante invasione economica e sociale dell’esercito ‘ndrangheta; da un altro si conferma agli autori che non sono soli in questa battaglia.

Confesso che il mio primo e più pressante pensiero mentre leggevo il libro è stato piuttosto cupo, qualcosa tipo: se i nostri politici o dipendenti pubblici avessero anche solo un decimo della dignità (dell’essere uomo = omertà) di un affiliato alla ìndrangheta, che pur di non tradire la causa è disposto a morire o a marcire in galera, l’Italia sarebbe un Paese migliore. Lo so, è un pensiero controverso, paradossale, sembra quasi esaltare questi mafiosi. La verità è che io sono fermamente convinto che il primo male dell’Italia sia l’infedeltà di molti suoi servitori: “quasi 2 condanne al giorno per i funzionari pubblici” titolava il Corrriere della Sera commentando il rapporto 2011 della Corte di Conti sulla corruzione (1). Certo non bisogna mai generalizzare, mai fare di tutta l’erba un fascio: sappiamo bene quanta onestà e competenza ci sia nel Pubblico italiano. Ma quasi 2 condanne al giorno non possono essere più considerate un’eccezione, sono sistema. E sono convinto che è a causa di questo sistema, a causa e grazie a questi squarci nella legalità che la criminalità organizzata ha potuto diventare così ricca, potente, radicata, onnipresente nella nostra nazione, al Sud come al Nord.

Tornando al libro, ma col pensiero fisso al fatto che i mafiosi spesso pagano con la vita o con l’ergastolo mentre i corrotti in giacca e cravatta vivono di privilegi e poi al massimo si fanno pochi anni di galera, penso che questo sia un libro da leggere assolutamente per diversi motivi: a) è un libro informato, come il più scrupoloso dei manuali di storia (20 pagine di note), ma scritto come il più semplice dei romanzi; b) riesce a far capire davvero quanto la ‘ndrangheta, come le altre mafie, sia radicata nella storia (e NON nel DNA, attenzione all’equivoco leghistucci ignorantucci) del meridione e sia figlia della storica mancanza di Stato e di diritti in queste terre; c) ci spiega quello che io definisco la cornice antropologica della ‘ndrangheta, con i suoi miti, i suoi riti di iniziazione, i patti di sangue che non posso essere traditi; d) denuncia il suo strapotere, tracciando desolanti mappe di territori dove, invece dei nomi di sindaci e presidenti di province, ci sono i cognomi della famiglie dominanti, in Emila Romagna come in Australia. Infine vi è un’interessantissima appendice che riporta i rituali e la terminolgia delle ‘ndrine, così come raccontate dai collaboratori di giustizia.

Insomma: leggere per informarsi, leggere per resisitere, leggere per cambiare il Sud e l’Italia. Un ennesimo grazie agli autori (dopo quelli per “Malapianta”): siamo fieri di voi.

Fratelli di sangue” di N. Gratteri e A. Nicaso, Mondadori, 2009. Ora anche in Piccola biblioteca Oscar Mondadori, pag. 394, 7° edizione, 2012, € 10,50 (li vale tutti!)

Note: (1) Corriere della Sera, 17/02/2012, pagg 1, 2, 3

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6 micro recensioni di buonEconomia

Copertina de "La vita dopo il petrolio"

Fatevi un regalo, o anche sei.

Legenda. Il grado di accessibilità ai lettori è indicata con: GEN (generico), INF (mediamente informato), SPEC (specialistico).

1) La vita dopo il petrolio – il mondo e la fine del benessere a buon mercato, a cura di G. Ruggieri e P. Raitano, Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 158, € 11,00. In breve. 18 esperti di varia estrazione scientifica e di fama internazionale rispondono a questa domanda: come cambieranno le nostre vite quando non potremmo più contare sull’abbondanza di petrolio, che ha permesso i nostri attuali livelli di sviluppo? Access.: INF

2) La felicità sostenibile – economia della responsabilità sociale, di L. Becchetti, Donzelli Ed., 2005; pagg. 231, € 12,50. In breve: Incentrato sul tema della Responsabilità sociale d’impresa e sul ruolo dei consumatori/risparmiatori per riequilibrare i divari economici nel mondo. Access.: SPEC

3) Ecologia dei poveri – la lotta per la giustizia ambientale, di J. M. Alier (edizione italiana a cura di Marco Armiero) Jaca Book, 2009; pagg. 405 , € 38. In breve: Alier, uno dei più autorevoli esperti al mondo di economia ecologica,  “racconta storie di conflitti ambientali, di violenza e di resistenza che mostrano come lo sfruttamento della natura sia spesso anche sfruttamento dei poveri e la liberazione dell’una non può avvenire senza giustizia per gli altri”. Access.: INF.

4) Il Manuale del piccolo usuraio e del grande speculatore, di Tonino Perna; Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 66, € 3,00. In breve: il titolo e l’autore (Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina) dicono già molto sulla natura di questo irriverente libretto, concepito per denunciare (sorridendo) la società fondata sul denaro e sullo sfruttamento incondizionato del prossimo. NB: I proventi di questo libro sono devoluti ad associazioni antiusura. Access.: GEN.

5) La Banca dei ricchi – perchè la World Bank non ha sconfitto la povertà, di Luca Manes e Antonio Tricarico, Altreconomia/Terre di Mezzo editore, 2008; pagg. 102, € 9,00. In breve: la tesi sostenuta (e confortata da tanto di dati ed esempi) è che la banca Mondiale, nata nel II dopoguerra per sconfiggere la povertà, ad oggi non vi è riuscita perchè ha agito da garante di interessi delle grande imprese private nei paesi del Sud del mondo, dove continua a finanziare progetti  (ecnomicamente e non solo) insostenibili. Gli autori, che ho il piacere di conoscere e di cui apprezzo l’onestà intellettuale e la competenza, lavorano per CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, sostenuta da 41 Ong italiane – www.crbm.org). Access.: INF.

6) L’Italia maltrattata, di Francesco Erbani, Ed. Laterza, 2003, pagg. 188, € 14,00.
In breve. Questo libro non è proprio sulla buona economia. Anzi. Descrive una delle cause per cui in Italia non si produce buona economia: l’abusivismo edilizio e la speculazione edilizia in genere. E’ difatti il resoconto di un ipotetico itenerario di viaggio nell’Italia del paesaggio devastato, dell’edilizia di rapina, dell’abusivismo che aggredisce montagne e litorali senza alcun rispetto per regole e buon senso. Le storie sui singoli casi, da quelli più silenziosi a quelli più eclatanti,  da Villaggio Coppola alla perfieria romana, dalle Valle dei Templi alle villette del Nord est, sono precedute da una storia, quella del paesaggio italiano, la sua tutela e il suo saccheggio. Access.: GEN.

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L’isola di Pasqua: finanza vs economia reale

Andrea baranes AUCIS Arcadia

Andrea Baranes con gli studenti di Arcadia University, Roma (foto. A. Corbino, 2012)

Ieri, al corso di Economics of Organized Crime and Social Innovation (Arcadia University, Roma), ho avuto il piacere di ospitare ancora una volta Andrea Baranes, neo-presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica (www.fcre.it), nonchè esperto della CRBM – Campagna della Riforma sulla Banca Mondiale (www.crbm.org).

Andrea ha tenuto un seminario intitolato “Mafia e finanza: scenari internazionali“, ed è questo il motivo per cui non si può dire che sia stato un gran piacere ospitarlo. Perchè, al di là della sua enorme competenza tecnica e del suo ottimo inglese (dote molto rara tra gli esperti italiani – roba da far impallidire il più noto prof. Monti), il tema che ha trattato è a dir poco deprimente. La premessa è che le grandi organizzazioni criminali mondali, tra cui quelle di casa nostra, per moltiplicare i loro profitti illeciti usano gli stessi strumenti dell’economia legale, tra cui l’elusione fiscale.  

Ma ciò che più conta è che Andrea ci ha fatto ragionare su quanto l’economia finanziaria non solo sia enormemente più grande dell’economia reale, ma quanto ne sia completamente avulsa e distaccata. In più: ci gioca anche contro. Gli strumenti finanziari “derivati” oggi a disposizione (tra cui CDS e CDO) permettono che l’economia finanziaria guadagni scommettendo contro l’economia reale: dal fallimento di uno Stato, dalla disperazione di milioni di lavoratori senza lavoro e imprenditori reali falliti,  grandi speculatori finanziari fanno montagne di soldi e di risate. Con queste premesse, ci vuole quindi poco che qualcuno spinga – anzi, diciamo le cose come stanno, paghi tanti bei irresistibili soldi per: a) far dare un ottimo rating a strumenti finanziari totalmente inaffidabili così che le banche e piccoli e grandi investitori ne facciamo incetta e b) far andare fallito uno Stato, magari scrivendo discreditanti articoli su riviste internazionali specializzate, magari promuovendo un downgrading (basato su .. cosa? impressioni!*), da parte di questa agenzie di rating che, ops, sono pagate dalle stesse grandi compagnie finanziarie.

Tanto per darvi un esempio della sproporzione tra finanza ed economia reale: secondo i dati riportati da Baranes, nel 2009 il PIL mondiale era di 60.000 miliardi di dollari, mentre i derivati valevano a 780.000 miliardi di dollari. Cioè la sola finanza dei derivati valeva 13 volte più  dell’economia reale. E ancora, sempre nel 2009, il valore dell’import – export mondiale era di 15.000 milardi di dollari/ anno, mentre il solo commercio delle valute (quindi: fatto al computer, senza che ci si scambi un bene prodotto realmente) era di 3.500 milardi di dollari /GIORNO. Se così stanno le cose, non è difficile credere che, dovendo dividere la stessa casa (la Terra) l’inquilino gigante faccia il prepotente con quello minuscolo.  

L’economia finanziaria è oggi (volutamente tenuta) fuori controllo ed è talmente grande da non interessarsi più di come vada l’economia reale, tanto ci guadagna comunque. E’ il prodotto dell’ingegno umano (mal applicato; i derivati sono il frutto malato di geni della fisica e della matematica che avrebbe potuto scervellarsi su altro.. se li avessero pagati abbastanza!) che si rivolta contro l’uomo.

Attenzione: non bisogna criminalizzare finanza, credito, banche, guai! Essi sono solo strumenti concepiti e nati, in origine, per sostenere l’economia reale. Il problema è che sono diventati il DIO assoluto, non più lo strumento ma l’obiettivo e la sbornia finanziaria degli ultimi 30 anni ci ha fatto dimenticare che erano al servizio della comunità e non viceversa. 

Moai

Alcuni degli oltre 600 Moai dell'Isola di Pasqua (fonte: www)

L’esempio che mi piace fare è quello dell’isola di Pasqua. Come tutti i popoli antichi, anche gli abitanti di quell’isola avranno avuto la loro religione animista. Dio è in tutte le cose: nel mare, nelle piante, nel sole, negli animali e crederci ti aiuta ad andare avanti. Il problema arriva quando Dio diviene idolo, viene assolutizzato, non nel senso di unificato, ma di sacrificare a quest’idea ogni cosa: ecco il taglio degli alberi per costruire e trasportare i Moai, le enormi statue di pietra, fino ad arrivare al taglio dell’ultimo albero con conseguente morte di ogni forma di vita e abbandono dell’isola stessa da parte della popolazione. Morale della favola: la religione, come la finanza, non è un problema, ma l’uso che se ne fa può diventarlo.  

Due pillole per capire quello di cui parliamo. La prima è un breve video (suggeritoci in classe da Luigi Tocchetti, docente di International Finance presso Arcadia): un operatore finanziario indipendente, tale Alessio Rastani, viene intervistato dalla BCC sulla situazione economica attuale. Non è chiaro chi sia costui: pare non sia un broker famoso, ma ciò importa poco. A noi interessa che sia riuscito a sintetizzare in poche parole quello che la finanza internazionale pensa dell’economia reale: crepa pure, tanto io guadagno lo stesso e forse di piùhttp://www.youtube.com/watch?v=kD4-LjwOIsE .  E tutto con la benedizione dei governi di tutto il mondo che non riescono/vogliono risolvere la situazione nelle (troppe) sedi di governance internazionale.

Locandina di Inside Job (fonte: www)

L’altra pillola, che è più un suppostone, è il docu-film Inside Job, grande, grandissimo prodotto indipendente (USA, 2010, Premio Oscar) in cui, tra immagini e diagrammi che riescono a spiegare in maniera molto semplice gli astrusi meccanismi della finanza, vengono intervistati i grandi protagonisti della finanza internazionale, del mondo accademico, dei governi… e tutto diventa molto chiaro per noi e imbarazzante per loro, che sono dei bastardi senza Dio se non il denaro. Dovete vederlo (è anche sottotitolato in italiano).. e cercate di comprarlo legalmente: è per una buona causa. http://www.youtube.com/watch?v=FzrBurlJUNk   

Esistono le alternative a questo sistema? Sì. Io sono convinto che ciascuno, nel suo piccolo, possa fare qualcosa per ribilanciare di millimetro in millimetro il sistema. In America la campagna Move you Money incoraggia a spostare i propri risparmi dalle grandi banche di Wall Street ai piccoli istituti locali (lett.: sposta i tuoi soldi, http://moveyourmoneyproject.org/ ; Banca Popolare Etica ha da poco attivato un’omologa iniziativa: non con i miei soldi www.nonconimieisoldi.org). In Italia, Banca Etica, le Mag o le Banche di Credito Cooperativo sono un’alternativa che vale la pena esplorare. AC

* E’ questa l’ammissione di un responsabile di un’agenzia di rating di fronte alla Commissione al Senato USA. D.: “Perchè avete dato un ottimo giudizio a banche che sono fallite dopo pochi giorni? R.: “I nostri rating si basano solo su impressioni!” (fonte: film Inside job).

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L’economia nelle leggi di Murphy

Economia in pillole n° 5, secondo Murhpy *.

Caduta libera, murale a Valencia (foto: A. Corbino, 2011)

1) Definizione di DUMAS: l’economia sono i soldi degli altri.  2) Legge di BUCHWALD: quando l’economia si risana, tutto il resto si ammala. 3) Legge di TRUMAN su lavoro: se il tuo vicino perde il lavoro, è recessione; se lo perdi tu, è depressione. 4) Dogma di O’MALLEY: Dio dimostra il suo disprezzo per il denaro con il tipo di persona cui sceglie di donarlo. 5) Legge economica di ROGER: non puoi fare un soldo senza prenderlo a qualcun altro. 6) Legge di FERRO della distribuzione: chi ha, prende. 7) Legge di LAFFITTE: un idiota povero è un idiota; un idiota ricco è un ricco. 8) Osservazione di SHAW: gli idioti sono sempre a favore dell’ineguaglianza economica, perchè è l’unico modo che hanno di emergere. 9) Osservazione di GULBENKIAN: la paura dei poveri può indurre i ricchi persino alla filantropia. 10) Legge di MASTERSON sulla distribuzione del ghiaccio: tutti nella vita hanno la stessa quanità di ghiaccio. I ricchi d’estate e i poveri d’inverno.  11) Teorema di YOUNG sugli intellettuali: chi si autodefinisce intellettuale commette automaticamente un crimine sociale e, di solito, si sbaglia.

* Tratti da:: La legge di Murphy per la sinistra, Longanesi  & C. editore, 2002.

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L’Università merita le nostre tasse. Lettera aperta ai contribuenti italiani e al Ministro Profumo.

Non sono triste... medito!

Lettera aperta ai contribuenti italiani
e  p.c.: egr. prof. Francesco Profumo
Ministro dell’Istruzione, Università, Ricerca
Repubblica italiana

Napoli, lì 22 febbraio 2012
Oggetto:  l’Università merita le nostre tasse.

Oggi è un giorno triste per me: è il mio ultimo giorno di lavoro. Dopo due anni ho appena concluso l’ultima sessione di esami (sessione speciale, in aula non ci vado da un anno) del Corso in Economia e diritto ambientale, presso il Corso di Laurea Magistrale in Biologia delle Produzioni Marine, Facoltà di Scienze MMFFNN della gloriosa Università degli Studi di Napoli – Federico II, una delle più antiche e affollate d’Europa, dove, in un lontano 1992, mi laureai in fretta con tanto di lode e belle speranze.

E’ un giorno triste perché è un lavoro che mi appassionava e perché – ma questo potranno confermarlo solo i miei ex studenti commentando liberamente questa lettera – credo di averlo svolto con dignità e serietà.
Ma soprattutto sono triste per i motivi che hanno decretato il fatto che questo sia il mio ultimo giorno di docente a contratto presso un’ Università pubblica italiana. Triste e un po’ arrabbiato, di quella rabbia inutile ma forse un po’ consolatoria perché sai che non è colpa tua e che, in fondo, non puoi farci niente.

I destinatari di questa lettera sono i contribuenti italiani, non tutti  i cittadini, ma solo quelli che pagano le tasse e che fanno sacrifici per contribuire a tenere in piedi un sistema di garanzie pubbliche, tra cui l’istruzione e la formazione dei propri figli. E’ arrivata l’ora di essere politicamente scorretti, di fare una distinzione netta tra chi paga e chi evade, tra chi fa il proprio dovere e chi no, in ogni campo. Gli uni possono e devono lamentarsi ed indignarsi, gli altri non ne hanno il diritto. E, per me, sono anche meno italiani.

Allora, cari contribuenti, ora che leggerete le mie parole vi sentirete ancor più soddisfatti  dell’aver fatto il vostro dovere.
Quello che voglio comunicarvi o comunque ricordarvi è:
a) sappiate che avete dei figli splendidi (nella stragrande maggioranza dei casi – gli altri… lasciate che tornino ai nobili mestieri manuali, che in Italia ce n’è tanto bisogno), rispettosi e curiosi, che meritano fiducia e rispetto;  ragazze e ragazzi pieni di vita e di speranze che noi stiamo scientificamente e scientemente affondando sotto un mare di burocrazia, vecchiaia, sprechi, inefficienza, ignoranza, baronaggio;
b) sappiate che versate le tasse a un Paese che considera congruo pagare un docente universitario a contratto l’esorbitante cifra di 2.880 € (dicasi duemilaottocento/80) lorde all’ANNO (avete letto bene.. non al mese, ma all’anno). E spesso mancano anche i fondi per fare i contratti e i corsi non si attivano proprio.
Il compenso, ammettiamolo, in fondo non sarebbe male: 60 euro lorde per ognuna delle 48 ore di lezione (40€  meno di quello che corrisponde il Fondo Sociale Europeo per banali docenze senza alcuna evidenza pubblica, ma non ci lamentiamo). Peccato che l’Università consideri come retribuibili solo le attività di aula, mentre tutto il resto è puro volontariato non retribuito. In cosa consiste questo volontariato? Cosette da poco: esami (6 sessioni all’anno, per un numero indefinito di ore o giorni), ricevimento studenti, correzione delle esercitazioni, aggiornamento continuo e preparazione delle lezioni (perché i bravi docenti si aggiornano e preparano le lezioni, scervellandosi su come renderle più utili e meno noiose!).. Facendo un rapido conteggio, le ore si quadruplicano e così un docente a contratto guadagna circa 15 € lorde/ora.  Tralasciamo altri dettagli quali: i fastidiosi adempimenti burocratici, l’oneroso acquisto di testi specialistici, le responsabilità legali; oppure il fatto che il contratto è annuale e quindi non è possibile creare progetti di largo respiro che coinvolgano gli studenti  (progetti europei, convenzioni con aziende); o il fatto che per l’Università io non esisto: non posso votare nei Consigli del Corso di laurea, non sono presente sul sito docenti (e quindi potrei essere un mitomane millantatore e in più gli studenti non sanno come contattarmi); non ho una stanza, una scrivania, un foglio di carta intestata, un numero telefonico e per fortuna che nei corridoi ci sono tante sedie, così ho potuto fare assistenza agli studenti comodo comodo;  in ultimo: se sei fortunato i soldi ti arrivano in 2 anni (dicasi due anni) a partire dal primo giorno di aula.. per fortuna godo di buona salute;
c) sappiate che pagate le tasse in un Paese che valuta i docenti dei vostri figli non in base al merito MA in base al reddito.
Difatti la legge 240/10, cosiddetta riforma Gelmini, all’art. 23 regola i “Contratti per attività di insegnamento” che recita: “ Le Università … possono stipulare contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso, per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta  qualificazione in  possesso  di  un  significativo  curriculum scientifico  o  professionale,  che   siano   dipendenti   da  altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione,  ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non  inferiore  a 40.000 euro lordi”.
Avete capito bene, cari contribuenti. Posso insegnare all’Università  solo se guadagno più di molti di voi. E, ahimè, vuoi per la crisi, vuoi perché non ci ho mai tenuto passione, vuoi perché non ne sono capace, nell’anno passato non sono riuscito a guadagnare tanto.
E non solo: nell’articolo si nasconde un’ulteriore beffa.
Avrete difatti notato che la legge non vincola i 40.000 € a un reddito derivante dalla professione svolta (cioè: hai fatto 40.000 € di parcelle, quindi sei bravo); nella totale, assoluta follia discriminatoria di questo articolo, ci potrebbe essere almeno un qualche senso, una qualche forma di meritocrazia. E invece no, si parla solo di reddito. Il che significa, mi viene da pensare, che la differenza tra Alberto Corbino che NON ha titolo per insegnare ai vostri figli e Corbino Alberto che HA titolo per insegnare ai vostri figli, potrebbe essere solo che quest’ultimo ha ereditato 2 appartamenti dalla bisnonna, locali che oggi magari affitta a prezzi da strozzino ai vostri figli studenti – fuori sede, oppure, che so, che è titolare come prestanome della camorra, di un avviato ristorante fronte-mare.

Detto ciò, pensieroso per le sorti della nostra Pubblica Istruzione e convinto che il maggior stimolo alla fedeltà fiscale sia un’efficace ed efficiente spesa pubblica, vi saluto con affetto. In fondo siete stati i miei datori di lavoro per due anni, grazie! E un ringraziamento a Claudio Agnisola per aver cercato di non farmi sentirmi un alieno, sperduto nell’iperspazio dei corridoi della burocrazia accademica;  e al personale della Segreteria studenti di Scienze MMFFNN, che ho sempre trovato professionale e collaborativo (alla faccia dei luoghi comuni).
W i giovani (quelli veri, non quelli all’italiana come me, che ho 42 anni).

Alberto Corbino (in pieno possesso delle mie facoltà mentali,
già docente a contratto di Economia e diritto ambientale –Università Federico II di Napoli)

P.S.: Diffondete, se volete e lo ritenete utile.
Questa lettera è pubblicata sui miei blog:  https://labuonaeconomia.wordpress.com    e
http//edabpm.wordpress.com (appositamente creato per gli studenti del corso di biologia delle produzioni marine).

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La cattiva economia della contraffazione alimentare

Made in Italy: filatura della mozzarella sul Monte Faito (foto.: A. Corbino, 2010)

Prendo spunto da una notizia riportata da Il Mattino di Napoli (1) per parlare di contraffazione alimentare. E’ una materia che più volte ho trattato nel mio corso di Economia e diritto ambientale, e nel mio blog dedicato (http://edabpm.wordpress.com) ho riportato diversi episodi riguardanti il pescato.

L’articolo del Mattino riporta di un’ irruzione della Guardia di Finanza in un opificio a Volla (Na) in cui sono stati trovati 6 operai (a nero, manco a dirlo) intenti a “ringiovanire”, con l’aiuto di vari macchinari, 300mila barattoli di generi alimentari (pomodori, legumi, frutta sciroppata). Grazie a un restyling e a una nuova etichettatura, barattoli arruginati, ammaccati e comunque privi della scritta indeliebile sulla lamiera che ne consente la tracciabilità per legge, erano pronti a tornare sugli scaffali di negozi e supermercati, anche all’estero. Il danno è triplo: frode ai consumatori e rischi per la loro salute; danno economico al settore alimentare derivanti da una concorrenza a dir poco sleale. Senza contare i vari illeciti in termini di evasione delle imposte, ecc.

A chi possa pensare che si tratti di eccezioni, riporto gli ultimi dati di Federalimentare e Coldiretti, le associazioni di categoria più impegnate a sensibilizzare istituzioni e cittadini sui rischi sanitari ed economici delle frodi alimentari, per cui è stato coniato i neologismo agropirateria o anche agromafia, quando risulti evidente il coinvolgimento (ahimè frequente) della criminalità organizzata in fatti illeciti del settore. Secondo Coldiretti -Euripes (2) il volume d’affari complessivo dell’agromafia è quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale), di cui: 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale). Il reinvestimento dei proventi illeciti anche in tale settore, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente (quale, ad esempio, l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari).

Tornando agli aspetti più generali della frode, secondo Federalimentare (3) ammonta a 60 miliardi € il valore dell’illecito nell’industria alimentare: la contraffazione vale 6 miliardi € mentre i prodotti cosiddetti italian sounding (cioèin cui nme e etichetta richiamanol’Italia, ma sono prodotti altrove,) valgono 54 miliardi €. E pensate che il totale dell’export 2011 del settore ammonta a 23 miliardi €, meno della metà. Come dire: un cancro che pesa il doppio del corpo che lo ospita: insostenbile! Infine un dato relativo al mercato USA, di fondamentale importanza strategica per la nostra industria agroalimentare: il valore del falso vale il 71% del nostro export (4).

Per darvi un parametro su cui misurare l’enormità del fenomeno: il fatturato dell’industria alimentare italiana 2011 è stato di 127 miliardi €.  Possiamo quindi affermare che senza illegalità il fatturato potrebbe aumentare del 50%, con tante conseguenze positive sulla bilancia dei pagamenti e sull’occupazione, nonchè sulla nostra agricoltura che diventerebbe concorrenziale con “pannello solare selvaggio” o con lo sversamento illecito di rifuti in alcune regioni. Un aspetto, quest’ultimo, su cui si riflette poco, ma che è invece molto importante, perchè le mafie si combattono soprattutto creando e supportando alternative economiche concrete. AC

Note: (1) Antonio Russo su Il Mattino, 15/02/21012, pag. 41; (2) Eurispes – Coldiretti : 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, 2011 (acquistabile su www.eurispes.it); (3) Fonte ICE/Federalimentare, 2010; (4) Coldiretti: L’ Agropirateria e la difesa delle produzioni italiane (www.coldiretti.it).

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Pillole di economia: la canzone del commercio equo e solidale

Manchester, un cartello avvisa: "questa è una chiesa che usa solo commercio equo". Quando (ahimè raramente) la religione sposa la giusta economia (fonte: www)

Questi piccoli articoli che ho chiamato “pillole” nascono con l’intento di dare un punto di vista diverso e soprattutto una chiave di lettura più accessibile su questo grande mondo sconosciuto che è l’economia. L’obiettivo è sempro lo stesso: portare sempre più persone  ad avvicinarsi a temi che sembrano essere roba da professori e che invece sono, e devono essere, pane quotidiano per i denti di tutti.

In questo caso prendo spunto dal convegno di presentazione delle tesine del Laboratorio di Diritto, Etica e Responsabilità d’imprese (1), cui ho assistito oggi presso la Camera di Commercio di Napoli. Questa pillola contiene polvere di commercio equo e solidale (ComES), una pratica di commercio internazionale che la leggenda vuole essere nata circa 60 anni fa per un patto di solidarietà economica tra un gruppo di acquisto olandese e dei produttori d’arance siciliani ridotti alla fame da mafia, ritardi infrastrutturali e siccità. Come ricorda Angelo Aquaro in un recente articolo (2), il ComES ha avuto in questi ultimi anni un notevole boom: un giro d’affari da 6 miliardi di dollari.. un tasso di crescita del 27 per cento annuo e il tutto in tempo di crisi! Non mancano le eccezioni: alcune botteghe, a Napoli, per esempio, sono in gravi difficoltà, perchè i principi etici che governano il ComES non permettono grandi ricarichi sulla vendita dei prodotti (anche il consumatore/cliente finale va rispettato).

I principi del CoMES sono semplici: mentre nel commercio tradizionale il produttore iniziale viene strozzato dall’intermediatore, cui va la maggior parte del profitto, nel ComES compratore (centrale di importazione) e produttore pattuiscono un giusto compenso. Il costo iniziale più alto viene compensato con l’eliminazione di tanti anelli della catena dell’intermediazione. Inoltre il ComEs comporta una serie di misure integrative del rapporto commerciale quali: a) pagamento anticipato per il raccolto successivo; b) rapporto fiduciario con i fornitori, cui viene garantita continuità se rispettano le regole, quali c) rispetto delle leggi sul lavoro minorile e del lavoro in genere, rispetto dell’ambiente, re-investimento di parte dei profitti per migliorare la vita della comunità (scuole , centri comunitari, formazione..). As easy as that!

Certo, il ComES non è esente da critiche o polemiche, tra cui spicca, in questi giorni, l’esplosione a livello dei massimi operatori economici del settore (Fair Trade USA e Fair Trade International)  dell’annoso dilemma: il ComES deve restare confinato a nicchia di mercato o aprirsi alla GDO – grande distribuzione organizzata, ivi inclusa la partnership con “discussi partners” quali Nestlè, WalMart, Starbucks?

Rispondere a questa domanda non è facile. Ciò che è certo è che un prodotto del ComES, qualsiasi esso sia, non può essere venduto con noncuranza, ma va accompagnato da un’informazione circostanziata e appassionata, quella che in genere ci mettono gli operatori delle botteghe del mondo. Fare cultura, far capire il perchè etico di una scelta economica non può essere disgiunto dall’acquisto di quel prodotto. Ciò detto, è bello pensare che vi siano nazioni dove i prodotti del ComES, da sempre considerati di nicchia perchè più costosi, stiamo acquistando quote di mercato rilevanti (si parla, ad esempio, di 1/3 della banane vendute dalla GDO inglese), perchè questo incremento di vendite dovrebbero significare un maggior e più concreto supporto commerciale a tanti agricoltori nel Sud del mondo, che possono così affrancarsi da condizioni di lavoro insostenibili.

La pillola di questo tema è sotto forma di musica: un poetico video – disegno accompagna la bella canzone di Daniele Sepe “Un’altra via d’uscita” http://www.youtube.com/watch?v=ud6ylZ2EQfo , illustrando a tutti i nostri sensi con semplicità come malfunziona il commercio tradizionale e come benfunziona il ComES. Buona visione, buonaeconomia! AC

Note: (1) Il Laboratorio di Diritto, Etica e Responsabilità d’imprese è attivato  dal Corso di laurea in Scienze del Turismo ad Indirizzo Manageriale (STIM) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Consorzio Promos Ricerche, Sportello RSI della Camera di Commercio di Napoli ;  (2) http://temi.repubblica.it/micromega-online/equo-solidale-o-multinazionale/

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I misteri dell’Ospedale degli incurabili

Il secolare albero di canfora nell'Orto medico dell'Ospedale degli Incurabili (foto: A.Corbino, Napoli, 2012)

Tesori nascosti del Sud, terza puntata, sempre a Napoli, il cui ventre è fonte di continue sorprese. Barbara, Manuela e Melinda, sempre loro, brave e belle – belle e brave, irrefrenabili ed entusiaste nonstante il tempaccio, questa volta hanno organizzato la visita allo storico Ospedale degli Incurabili ed alla farmacia. Vero che faceva freddo e pioveva assai assai ma, ai non napoletani e ai napoletani che lo ignorano, va subito detto che non eravamo là per farci curare (l’Ospedale è tutt’oggi attivo) perchè Gli Incurabili fu fondato nel 1522 su quella che allora era detta “collina di Caponapoli” e la farmacia, interna allo stesso ospedale, nel 1700. Trattasi quindi di storia e, come ci ricordano le nostre guide, medici operanti nello stesso nosocomio (fuori dell’orario di lavoro, non facciamo facili battute, signori leghisti), tra cui il prof. Gennaro Rispoli, un ospedale è forse il luogo migliore per ricostruire la storia. Nonostante ci sia tanto da “acconciare” la farmacia è semplicemente mozzafiato: camminando sulle guide per non rovinare il prezioso pavimento, scopriamo la maestria degli artigiani artisti dell’epoca (c’è anche una collezione di stupefacenti dipinti del ‘500 provenienti da tutti gli ospedali storici della città, di fatto di proprietà della ASL Na1) e l’ingegno di quanti, con continue sperimentazioni, avevano fatto della farmacia un luogo di eccellenza per il regno. Grazie alla farmacia l’Ospedale degli Incurabili è stato il primo esempio di ospedale inteso non solo come luogo di ricovero ma anche di possibile cura, perchè in farmacia venivano confezionate e portate in pochi minuti al paziente le medicine allora ritenute necessarie. Non male, visto che parliamo di trecento anni fa. Nel Museo dell’Ospedale, ospitato nel Convento delle (ex prostiute) pentite, sono invece conservati tutti i reperti di scienza medica, ivi incluso un corpo-umano – puzzle tridimensionale in carta pesta, costituito da centinaia di pezzi (fantascienza, per l’epoca!). E poi tanti coltellacci, tenaglie e stampe con terrbili immagini che ci fanno ricordare quanto siamo fortunati a vivere ai tempi dell’anestesia e delle grandi tecnologie mediche.

Che altro dire? La costante di queste visite ai luoghi meno conosciuti di Napoli sono tre: 1) l’abbondanza e la qualità del patrimonio artistico-culturale-architettonico; 2) l’abbandono in cui questi tesori versano, segno della incapacità e mancata volontà degli enti pubblici – ladri e ignoranti, senza attenuanti – di tutelarli e valorizzarli; 3) l’importanza del volontariato per fare non far morire questa città (e credo che sia un ragionamento estendibile a molti altri luoghi in Italia). Difatti la visita è stata resa possibile grazie all’interesse dell’associazione Il Faro di Ippocrate, che nell’ottobre 2011 è riuscito a far ottenere (mi immagino la fatica.. meglio 24 ore di sala operatoria) al Museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina lo status di Museo di interesse regionale (e vulev’ pure verè..) e, nonstante la mancanza di fondi, ad inauguare il museo. E’ proprio grazie al volontariato dei medici del Faro di Ippocrate e alla loro sapiente guida scopriamo che è qui che Giuseppe Moscati curava e sperimentava un approccio più empatico alla cura del paziente; che l’Ospedale era considerato, trecento anni fa, un modello organizzativo ospedaliero, in cui venivano accettati solo due studenti da ogni regione d’Italia (padania inclusa) che, una volta laureatisi, tornavano a casa a diffondere il verbo. Un modello.. eravamo un modello per un intera nazione, per l’Europa. E mentre sento queste parole ricordo quanto letto solo poche ore prima sulla pagine de il Mattino:”Ospedale del Mare: danno erariale di 26 milioni di euro… Storia per molti versi emblematica per gli sprechi di pubblico denaro erogati a vuoto“.. e mi viene un po’ da piangere. AC

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L’Italia vista dal mondo

Economia in pillole n° 3. Su “La nuova enciclopedia del diritto e dell’economia – Garzanti” alla voce reputazione troviamo: niente; mentre alla voce fiducia, dal punto di vista della teoria economica, troviamo… niente. Sorprendente e sconfortante. Significa che la teoria economica non prende in considerazione il buon senso: come ogni commerciante, artigiano o industriale sa, se mi costruisco una buona reputazione, riesco a instaurare un rapporto di fiducia con i miei clienti e quindi a fare buoni affari. Se vendo frutta buona, il cliente torna, se vendo frutta marcia, anche solo una volta, mi rovino la reputazione e il cliente non torna. Ma queste semplici regole pare non siano insegnate tra i banchi delle aule di economia.

E proprio sulla reputazione e quindi sulla fiducia che gli altri capi di Stato e i mercati (benedetti mercati!) ripongono in lui e nell’esecutivo, che l’attuale primo ministro italiano, Mario Monti, sta invece puntando. A giudicare dalla copertina del Time, pare ci stia riuscendo. A volte (dico a volte) una buona economia parte da una buona reputazione.. poi speriamo arrivi il resto!

ITALIANI NEL MONDO  2001 – 2012 :

dall’essere inadatti a guidare una nazione, a possibili salvatori di un intero continente!

Silvio 2001

Mario 2012


SE NON CI SI SALVA LE CHIAPPE, ALMENO CI SI SALVA LA FACCIA!(perdonate il francesismo)


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Occupy Scampia: il popolo (dis)occupa i politici

In cerca di scoop a Occupy Scampia (foto: A. Corbino, 2012)
In cerca di scoop a Occupy Scampia (foto: A. Corbino, 2012)

Bye Micheal, I am going to Occupy Scampia. I will let you know. Ti faccio sapè. Saluto veloce in chat Michael, uno degli storici attivisti dei GEO, collettivo USA per l’economia solidale tra i promotori di Occupy Wall Street,  e prendo la metro direzione Piscinola, periferia di Napoli e, vox populi, terradicaino, periferia del mondo. Nelle ultimissimi giorni, anche sui quotidiani, è corsa voce di una manifestazione per protestare contro la camorra che tiene sotto scacco questo quartiere-super drug market. Qualcuno ha preso in prestito lo slogan più in voga del momento “occupy..” che fa tanta scena e non si paga il copyright. Mando sms a Elisabetta: appena tornata da una missione ACNUR in Ecuador, avrà forse voglia di un po’ di partecipazione di casa nostra, in memoria dei tempi in cui le nostre organizzazioni, Mani Tese e Amnesty, occupavano piazza de Martiri, il salotto buono della città, con banchetti traboccanti di sudore e di idee. Eli accetta entusiasta, salta sulla metro e mi chiede aggiornamenti. “Mah.. ci sono state polemiche perchè dicevano che gli abitanti di Scampia avevano accettato un coprifuoco della camorra…. ed ovviamente era una bomba giornalistica. E poi una delle principali promotrici è la deputata PD Pina Picierno, ex Margherita, quella che fu candidata capolista in un collegio campano alle scorse politiche, in sostituzione del vecchio De Mita.. che sbattè la porta in facca a Veltroni – salvo magari imporre una giovane della Margherita che, guarda caso, si è laureata in Scienze della comuncazione sul linguaggio politico di De Mita (1). Io poi non mi ricordo che questa Picierno fosse stata una pasionaria anticamorra.. ma la mia memoria è pessima, si sa.”. Eli arriccia il naso, forse nella sua testa anche lei fa calcoli che non tornano: Scampia + camorra + De Mita + Terremoto Irpinina 1980 +  fondi pubblici ricostruzione + camorra…(2)”. Vabbè, basta fare i soliti pensieri disfattisti all’italiana, che siamo quasi arrivati. Capolinea, Piscinola station dice la voce dell’altroparlante e una bimbina si diverte a ripeterlo mentre la mamma le allaccia il cappellino. Fa freddo, ma non freddissimo e non piove, di tanto in tanto al massimo… skizzikea! Ma forse la Picierno, che a fine manifestazione dirà su twitter “pure il tempo è colluso” (3) soffre molto il freddo…  La gente aspetta paziente un bus, tra le pozzanghere.

Sono le 18, siamo in ritardo di un’ora rispetto all’orario a cui la Picierno, tuonando la mattina al Caffè di Radio Capital contro le belve dalla camorra, aveva dato la carica e l’appuntamento. Meglio così pensiamo, almeno la manifestazione sarà nel suo pieno. E’ buio e la strada non me la ricordo bene, ‘sti palazzoni sono un dedalo tutto uguale: ci avviciniamo a un gruppo fuori a un bar e chiediamo di piazza Giovanni Paolo II, dove c’è il centro Mammùt. A Napoli si dice Màmmut, e forse è da questo che i nostri intelocutori, dopo averci indicato la stada, capiscono che siamo forestieri e ci rassicurano “ci sta una manifestazione, e ci stanno pure le forze dell’ordine“… rimarcando con forza la seconda parte della notizia, per sottolinearne la straordinarietà. Grazie, buonasera.  Costeggiamo le famigerate Vele scenario del film Gomorra (che di notte sono ancor più un cesso) e giungiamo sul grande spiazzale. Già da molti metri si vedono i lampeggianti delle auto della polizia ferme, e i furgonicini e le antennone delle televisioni. 80-100 persone al massimo, di cui… “Eli, qui ci sono più poliziotti e politici che gente comune“. “Per non parlare di giornalisti“, ribatte lei. Effettivamente è tutto un brulicare di taccuini e telecamere, c’è pure nel centro una mega tv che rimanda – ironia della sorte – il giornalista leghista Gianluigi Paragone versione cantante, abbracciato a un chiatarrone. Forse c’è una diretta TV. Non farò in tempo a saperlo! Riconosciamo anche alcuni politici locali, di quelli che invidi perchè ti pare che non facciano mai un cavolo per vivere: c’è l’uomo-telefono dei verdi che da 10 anni fa finta di non conoscermi, il giovane rottamatore PD che fatica a darti la mano perchè si crede un po’ Obama de noantri… insomma pleonastica fauna locale. Pure i BROS, gli agguerriti corsisti-disoccupati storici, sempre numerosissimi quando c’è da farsi vedere, sono poco più del numero sufficiente a reggere uno striscione.

Il commento della serata, che disertiamo volontieri dopo una ventina di minuti circa, lo lascio al Mattino di Napoli di oggi (4): ” OccupyScampia, il quartiere diserta l’iniziativa. I residenti: una passarella per i politici, ora basta“.. Ma quale coprifuoco? Basta strumentalizzazioni su un quartiere che chiede una cosa sola: lavoro – urla ai microfoni Giovanni Maddaloni… titolare di una palestra nel quartiere. Se volete fare davvero qualcosa per questa gente, impegnatevi qui per un paio d’ora, ma tutti i giorni… Spiega Luca Zappoli, attivista del Mammut : se davvero si vuole fare qualcosa di buono per il quartiere, bisognerebbe farlo sempre, magari coinvolgendo chi, come noi, lavora con i ragazzi tutti i giorni“.

Chissà se la Picierno quest’appello lo ha sentito o era troppo impegnata a rilasciare interviste, a prendersela con giovepluvio.   Chissà se oggi starà pensando perchè, dopo 4 anni di parlamento, la gente comune (e di certo poco attenta come me) la ricorda solo per quella sua adorazione demitiana, per una querelle su una mutanda leghista e non come eroina dell’anticamorra… Colpa del tempo, certo!

Ci avviamo, abbastanza schifati, verso la metro. Sulle colonne della piazza un manifesto firmato dalle associazioni locali invitano i cittadini a non spettacolarizzare nè criminalizzare Scampia, e ad intervenire al prossimo carnevale dei bambini in piazza.  “Ci porto Giulia”, dice Elisabetta, una bella idea per occupy Scampia with love! (allego comunicato stampa: Comunicato stampa Mammut Occupy + Carnevale 2012 )

Se non l’avessi visto con i miei occhi, confesso che questo post sarebbe stato probabilmente incentrato sulla Napoli che non lotta contro la camorra e la droga ma che crede solo nei miracoli della Madonna, considerato che il giorno prima c’erano 30mila napoletani al Palavesuvio a vedere la veggente di Medjugorie. Ma vista da vicino, la realtà mi è apparsa differente. La gente, quella vera che ogni giorno vive questo quartiere lontana dai riflettori e dal parlamento, che porta i figli a scuola e poi va a lavorare e poi magari impegna il tempo libero nel volontariato, questa gente ha mandato una messaggio chiaro: ha disoccupato la politica, sperando che ne nasca una diversa.

Dopo 800 metri di buche, pozzanghere e qualche cumuletto di monnezza (non è Scampia, è semplicemente Napoli), siamo di ritorno a Pisicinola station. Un uomo cerca di vendere biglietti già usati… da poco. Tra gli spiritosi graffiti che “colorano” le mura della scala a chiocciola che ci porta su alla stazione, molto bella e pulita, ci viene l’idea di sdrammatizzare questo flop in ciò che queste due ore sono state: una gita “fuori porta” (che dovremmo fare più spesso) in cui il tempo è passato veloce, come in una storia d’amore tra un ” piccola esageratamente ‘nnamurato ‘e te” a un  ” e mo nun c’ rompr cchiù o cazz!”AC

Graffiti a Scampia (foto: A. Corbino, 2012)
il nostro graffito preferito a Piscinola station! (foto: A. Corbino, 2012)

il nostro graffito preferito a Piscinola station! (foto: A. Corbino, 2012)

 

 

 

 

 

(1) http://www.partitodemocratico.it/doc/45679/pina-picierno-una-giovane-al-posto-di-de-mita.htm   (2) http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografia.aspx?id=54  ; (3) Il Mattino di Napoli, 4/02/2102, pag. 39; (4) Adolfo Pappalardo: Il Mattino di Napoli, 4/ 02/2012, pag. 43

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Dall’ambientalismo allo sviluppo sostenibile

La talpa, murale a Belem (foto: A. Corbino, 2012)

La talpa, murale a Belem (foto: A. Corbino, 2012)

Dovendo tenere una docenza per un corso di formazione del CSV Napoli presso l’Associazione Mani Tese Campania sul tema del Commercio Equo e Solidale e più precisamente sugli aspetti ambientali ad esso collegati, ho pensato di scrivere una veloce panoramica sul pensiero verde, seguendone l’evoluzione da ideologia di nicchia a politica integrata di governi e dell’Unione Europea.

L’obiettivo è stimolare una riflessione su quale impatto reale la “variabile ambiente” abbia sulla nostra vita, e quindi di quanto influenzi i nostri comportamenti, quelli delle imprese e dei governi centrali e locali. Attraverso questa prima riflessione, che ognuno di noi può fare analizzando semplicemente una propria giornata – tipo o le proprie preferenze e abitudini, arriveremo a capire quanto fondamentale sia il ruolo della conoscenza (e quindi di informazione e formazione) per creare consapevolezza e coscienza e formare così quella massa critica di elettori- consumatori – risparmiatori capaci di influenzare mercati e processi decisionali. Di seguito trovate il file in pdf. AC

Storia del pensiero verde, Corbino, 2012

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La buona economia nel tunnel … borbonico!

Visitatori in fila per entrare al tunnel borbonico, ingresso di via Morelli (foto: A. Corbino, Napoli, 2012)

Uno degli aspetti più interessanti di vivere a Napoli è che basta deviare anche poco dall’abituale percorso  casa – ufficio per ritrovarsi immersi in luoghi ed atmosfere degne della migliore Hollywood (o fu-Cinecittà). E ciò è ancor più facile quando vi sono tre napoletane innamorate della città che ti coinvolgono nella loro ansia di scoperta. E così ieri, proprio come un paio di mesi fa accadde per il Cimitero delle 366 fosse (vedi post: https://labuonaeconomia.wordpress.com/2011/11/22/i-tesori-del-territorio-il-cimitero-delle-366-fosse-a-napoli/) Manuela, Barbara e Melinda ci hanno portato a conoscere il Tunnel borbonico, ultimo gioiello di quell’infinito scrigno di tesori che è Napoli.

Nei 45 minuti circa di visita sotterranea si ha la possibilità di capire moltissimo della storia recente della città dalla fine del Regno dei Borbone ad oggi. Vi spiego perchè in 10 punti. Scendere nel tunnel significa comprendere: 1) il coraggio e il genio dei napoletani che tra il 1627 e il 1629 scavarono nel tufo la rete di cunicoli e cisterne legate all’antico acquedotto del Carmignano; 2) la fatica quotidiana del lavoro dei pozzari,  che scendevano a pulire l’acquedotto lungo i pozzi coperti di cenci, da cui ha avuto origine la leggende dei “munacielli”; 3) le bugie di Francesco II di Borbone, che lungo quei percorsi fece costruire da geniali architetti il tunnel per motivi militari, spacciandolo come opera per il popolo; 4) il contrabbando di sigarette e altri generi, testimoniato dalle bellissime carcasse di auto parcheggiate in quello che per decenni fu deposito giudiziario del Comune di Napoli; 5) la disperazione ed il senso di comunità di quanti utilizzarono quei luoghi come rifugio anti-aereo durante i terribili bombardamenti della II guerra mondiale; 6) lo spreco e la violenza subita da quei luoghi perpretrato dai lavori per la mai realizzata Linea Tranviara Rapida in occasione dei Mondiali di Italia ’90; 7) l’abbandono di un luogo destinato a parcheggio abusivo a lungo, con conseguente razzia delle auto storiche lì conservate, fino all’attuale costruzione del modernissimo Garage Morelli; 8) l’ostinazione di un gruppo di professionisti che 6 anni fa circa si sono innamorati di questo luogo e hanno cominciato a riportarlo alla luce; 9) il menefreghismo delle istituzioni centrali e locali che hanno ignorato l’iniziativa; 10) la professionalità delle giovani generazioni di napoletani (geologi, naturalisti, restauratori ed esperti di auto e moto d’epoca) che sono riusciti, solo con le loro forze economiche e con un immenso lavoro di braccia e cervello a rendere fruibile questo gioiello.

Perchè il Tunnel borbonico è un’isola di buona economia? Per almeno quattro motivi: 1) valorizza, rispettadone in toto l’anima, una risorsa unica del territorio, che racchiude storia, geologia, architettura, economia; 2) offre lavoro qualificato sul territorio, valorizzando risorse umane preziose (come Antonella, che ci ha guidato con grande competenza e spontaneo pathos); 3) è l’ennesima dimostrazione che anche al Sud si può fare impresa senza il ricatto del Pubblico, e che l’apporto volontario che si mette in un proprio progetto è un inestimabile valore aggiunto; 4) restituisce orgoglio alla comunità locale, che, come più volte detto in questo blog, è un passo fondamentale per fare buona economia sul territorio.

Un’ultima nota. Sul biglietto che ricevete non c’è traccia di Ministero dei Beni Cuturali o di altri Enti Pubblici: i 10 euro che pagate vanno quindi interamente destinati all’ Associazione culturale Borbonica Sotterranea che ha creato e gestisce il progetto. Può sembrare strano, ma io penso che sia giusto così: se lo Stato non ha avuto il coraggio di partecipare al rischio d’impresa e la lungimiranza di supportare un progetto privato, non deve pretendere il pagamento di un corrispettivo qualunque, che risulterebbe odioso e iniquo al pari del pizzo mafioso.

Vi invito a visitare numerosi il Tunnel: http://www.tunnelborbonico.info/   AC

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Tartarughe sagge contro la crisi

La copertina del libro sui primi 10 anni di Banca Etica, di Fabio Salviato

La bella copertina del libro sui primi 10 anni di Banca Etica, di Fabio Salviato

La banca delle tartarughe sagge. E’ così che definii Banca Popolare Etica in un mio articolo su un quotidiano locale diversi anni or sono. Non voglio ripetere qui quell’articolo, ma quel concetto sì: anche nel mondo del credito chi va piano va sano e (ha più probabilità che forse) va lontano.

BPE, come tutte le organizzazioni fatte di uomini, non è perfetta. Io che la vivo da socio, correntista e valutatore sociale ho in mente, come tanti, piccoli angoli da smussare. Ma bisogna riconoscere che, per quanto riguarda le strategie aziendali,  BPE ha avuto, dati alla mano, ragione.

BPE chiude il 2011 con +24% di crediti erogati e +12% di raccolta di risparmio e registrando – per il terzo anno consecutivo – una crescita a due cifre nei volumi: più precisamente la raccolta di risparmio ha raggiunto quota 717 milioni €, pari all’11,7% in più rispetto al 2010, mentre i crediti erogati sono pari a 540,8 milioni € (+ 23,9% sul 2010, contro il 3 % circa della media nazionale).  Cresce anche il capitale sociale della Banca che registra nel 2011 un aumento del 14%. Inoltre BPE ha un rapporto tra prestiti in sofferenza (ovvero non restituiti) e prestiti totali dello 0,6 % contro una media del circa 5-6 % del sistema bancario nazionale, pur prestando prevalentemente a soggetti considerati non bancabili o difficilmente bancabili (imprese e cooperative sociali, cittadini con scarse garanzie patrimoniali). Infine, mentre in questi anni le principali banche hanno operato massicci licenziamenti, i dipendenti BPE sono passati da 143 del 2007  a 186 del 2010 e nel novembre 2011 è stata inaugurata la nuova filiale di Trieste. La Finanza Etica conferma ancora una volta la sua capacità di tenuta e il suo ruolo anticiclico in questa gravissima crisi economica. (fonti: L. Becchetti, blog Felicità Sostenibile, 18/01/12; sito BPE, 2012; Bilancio Sociale BPE, 2010).

 I presupposti di questo piccolo ma significativo successo sono due: 1) i soci e i clienti BPE e la stessa Banca sono consapevoli di poter operare, ciascuno nel loro piccolo, come strumenti di rinnovamento sociale tramite l’uso responsabile del denaro;    2) BPE ha lavorato in questi 13 anni (è nata nel 1999) per stabilire e rafforzare un rapporto di reale e reciproca fiducia con soci e clienti, attraverso la coerenza e la trasparenza del proprio operato e la democrazia del processo di governance.

Come i templi greci resistono alla furia degli agenti atmosferici e delle agenzie di rating, così questi monumentali presupposti dell’economia (fiducia, trasparenza, coerenza, democrazia) possono dimostrarsi strumenti vincenti per superare qualsiasi crisi. AC

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Lu tempu de li pisci spata

Tanzania: pescatori sulla via del ritorno (Foto: A.. Corbino, 2010)

Tanzania: pescatori sulla via del ritorno (Foto: A.. Corbino, 2010)

Economia in pillole (video) # 2

Uno studente del corso di Economia e diritto ambientale della Federico II, con il quale durante l’esame abbiamo discusso di sostenibilità delle produzioni marine, mi ha donato questo link , che come per magia rimanda a un tempo, quasi 60 anni fa, quando la pesca era un’attività sostenibile. Argomento più che mai attuale visto che proprio la insostenbilità economica della pesca ha fatto sì che i pescatori siciliani si unissero al cosiddetto movimento dei forconi che da alcuni giorni sta paralizzando la Sicilia.

Nel breve documentario di Vittorio De Seta “Lu Tempu de li pisci spata” (1954) si racconta della pesca al grande pesce nello stretto di Messina, attorno al cui rito si incentra tutta la vita economica e sociale di una comunità (donne che sciacquano i panni a mare, danze davanti al fuoco..). Eccovi il link: http://www.youtube.com/watch?v=bM3iScIjaPQ&feature=share . Non mi è stato difficile trovare in rete un altro documentario di De Seta che racconta della mattanza dei tonni in Sicilia “I contadini del mare” (1955):  http://www.youtube.com/watch?v=GlkeP1ktIJY&feature=related .

I video sono stati postati da poco. E visti da poche centinaia di persone. Ma spero davvero siano visti da tantissimi, non solo per il loro altissimo valore artistico ma soprattutto per il loro immenso valore storico, che documenta da dove veniamo noi italiani. Sono testimonianze che dovrebbero inorgoglirci perchè ci ricordano che quello che siamo ora è  il frutto del sangue e sudore dei nostri nonni. 

Allo stesso tempo questa consapevolezza dovrebbe spingerci a ripudiare gli odierni compromessi di economia facile offerti da una politica mafiosa (e non si offendano i mafiosi, che almeno rischiano in proprio). Infine, queste immagni di fatica quotidiana dovrebbero farci guardare con occhi più benevoli quei popoli che oggi,  anche per la insostenbilità economica di attività per loro primarie come la pesca (la cui causa è da ricercarsi nelle concorrenza sleale di Paesi come il nostro), decidono di attraversare il Mediterraneo, lasciandoci spesso la vita, annegando in un mare di dolore e silenzio, lontano dai clamori dei media riservato ai morti della Costa Concordia. AC

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Economia in pillole # 1

L’economia politica si trova oggi in uno stato di profondo disorientamento. La gravità dei problemi economici contemporanei ha pochi precedenti nella storia passata. Nel proporre una strategia che affronti tali problemi, gli economisti sono più che mai divisi e le soluzioni proposte divergono radicalmente. Tali divergenze dipendono, più che da un disaccordo profondosugli obiettivi da perseguire, da una visione diversa sui meccanismi di funzionamento dell’economia” (cit. di K. Alec Chrystal*, 1993).  Fonte: S. Ricossa, Maledetti economisti, Rubbettino editore, 2010, pag. 221.

* Nda: K. Alec Chrystal è professore di Economia finanziaria presso la Cass Business School della City University, Londra; è co-autore del manuale “Economics”, Oxford Press 2007; nonchè co-autore della versione originale dell’Enciclopedia “Economia” Zanichelli, 2006.

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L’impero della cocaina. Recensione

copertina Impero cocaina

L'eloquente copertina del libro di Andrea Amato "L'Impero della cocaina"

La cocaina è la vera regina dei mercati contemporanei. Nessun’altra commodity al mondo è come lei: nessun’altra merce ha i suoi margini di profitto, nessuna ha le sue curve di crescita della domanda. Il libro L’impero della cocaina di Andrea Amato racconta la nascita (nelle foreste colombiane), la vita (attraverso i porti e gli aeroporti di mezzo mondo) e la morte (nelle narici di consumatori sempre più giovani) di questo oro bianco e di quanti quotidianamente la creano, la trafficano, la spacciano, la consumano e la combattono. Il libro andrebbe letto anche solo per premiare il coraggio dell’autore che, insieme all’amico fotografo Alberto Giuliani, ha seguito le tracce del ciclo vitale della cocaina, con i rischi che possiamo ben immaginare. I due si ritrovano nell’ordine: catapultati da un elicottero in un’operazione di sequestro di una raffineria alle FARC da parte della polizia antinarcotici colombiana (3 morti!); arrestati dalla polizia colombiana per essersi troppo interessati al capo dei paramilitari – trafficanti delle AUC Salvatore Mancuso (di origine italina); gentilmente invitati ad allontanarsi mentre due cosche calabresi che si fronteggiano apertamente nella piazza principale di un paesino calabro; infiltrarsi nel supermercato della droga di viale Bligny 42 a Milano.

L’altro motivo per cui leggere questo  libro è per capire qualcosa della cocaina, e rendersi conto che ogni giorno un esercito crescente di persone spende dai 70 (a Milano)  ai 45 euro (a Napoli) per un grammo di cocaina[1]: nel suolo capoluogo lombardo, secondo l’OEDT (Osservatorio Europeo su Droghe e Tossicodipendenze), vi sarebbero 180.000 (leggasi 180mila!) consumatori abituali (leggasi NON occasionali) che ogni anno sniffano circa 6 tonnellate di droga. Se la matematica non è un’opinione: 6 tonn. = 6.000 chili X 70.0000 euro /kilo = 420.000.000 (leggasi 420 milioni) di euro è il ricavo derivante solo dalle vendite ai soli consumatori abituali nella sola Milano. Altro motivo per leggere il libro è capire il potere della ‘ndrangheta, la mafia di cui fino a poco fa nessuno parlava, e che invece oggi è non solo monopolista della cocaina (i narcos colombiani si fidano ciecamente della serietà professionali delle  ‘ndrine) ma anche capace di condizionare pesantemente l’economia di molte regioni a Sud come a Nord  (Lombardia, Piemonte, Liguria in testa). In ultimo direi che vale la pena leggerlo perché molti sono i capitoli dedicati agli eroi silenziosi che combattono con pochi mezzi e molto coraggio la guerra alla cocaina, primi tra questi le forze dell’ordine e la magistratura in Italia.

E così giungiamo all’unica nota stonata del libro, non dovuta (suppongo) all’autore ma alla casa editrice, che in quarta di copertina richiama Con un’intervista a Nicola Gratteri, il “Giovanni Falcone” della ‘ndrangheta. Credo che questo parallelo sia fuori luogo perché mi sembra un uso a fini commerciali di due persone che, con quotidiana e silenziosa abnegazione, hanno scelto di dedicare la vita a combattere le mafie (e auguriamo a Gratteri di poterlo fare per altri cento anni!). Ma ciò nulla toglie al valore del libro e al coraggio e alla capacità investigativa e descrittiva del suo autore (chapeau!). AC

L’Impero della cocaina, di Andrea Amato, Newton Compton Editori (Controcorrente), 2011, pagg. 204, € 9,90.

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[1] Il prezzo di Milano è riportato dall’autore, mentre il prezzo di Napoli lo ho tratto da altra fonte: Gigi di Fiore “Fare fuori la vecchia guardia – l’ordine del baby boss latitante” su Il Mattino, del 12 gennaio 2012, pag. 34

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Troppo lontani da Bruxelles

Rifiuti fuori dal Tribunale di Napoli, sede di Pozzuoli (foto: A Corbino, luglio 2011)

Rifiuti fuori dal Tribunale di Napoli, sede di Pozzuoli (foto: A Corbino, luglio 2011)

In questi giorni, navi cariche di rifiuti salpano dal porto di Napoli per andare ad essere smaltite in Olanda. In questi stessi giorni, milioni di ecoballe (o meglio finte ecoballe, perchè altro non sono che rifiuto tal-quale imballati nella plastica) marciscono ammonticchiate in costosi siti di stoccaggio, i cui proprietari sono spesso in odore di camorra. Qualcuno dovrà smaltirle. L’emergenza rifiuti in Campania, nonstante la città e le sue periferie si mostrino oggi più pulite, è tutt’altro che finita. E l’Unione Europea lo sa bene visto che minaccia ingenti sanzioni alla nostre amministrazioni locali per inadempienza ai suoi regolamenti.

Ma, mi viene da chiedere: dov’era la UE – che a me come idea non dispiace – 10, 15, 20 anni fa? Ve li dico io: era, come oggi, chiusa nei suoi palazzi lontanissimi da Napoli, dalla Campania o da qualsiasi altra regione periferica d’Europa dove si verificano tragedie annunciate e strutturali come la nostra emergenza rifiuti. La UE non cammina per i nostri vicoli e i nostri viali, non sta a sentire le lamentele dei cittadini e delle associazioni di categoria, perchè è troppo occupata ad assecondare i meccanismi della miope e ottusa macchina burocratica che essa stessa ha creato. Prova ne sia, in questo caso,  quanto accaduto alla fine della Programmazione 2000-2006: alla Regione Campania per il “raggiungimento indicatore rifiuti” vengono attribuiti dalla UE 6,83 milioni di euro di premialità, su un totale di 25,47 Meuro per le Regioni Obiettivo 1[1]. Non so se è chiaro: proprio mentre milioni di tonnellate di spazzatura sommergevano strade strade e dignità, la nostra politica, responsabile di quel disastro, venivano premiata per aver ottemperato agli obblighi burocratici.

Al tema della distanza siderale su come si intende la governance dei nostri territori, e su come si concepisce il concetto stesso di casa comune europea, ho dedicato nel 2007 una ricerca (che è anche un’esercitazione metodologica) che voglio qui condividere. “Troppo lontani da Bruxelles: l’Europa che non c’è nella Campania dell’emergenza rifiuti”, è stato presentato al XXII Convegno della Società Italiana di Scienza Politica (Catania, 2007). Ritengo che, nonstante la saga emergenza rifiuti abbia vissuto altri capitoli drammatici e a volte tragicomici (come la fine stessa dell’emergenza, sancita per decreto legge 195/2009) le considerazioni di questo articolo possono essere ancora valide per riflettere su cosa significhi ancora oggi essere a un tempo cittadini europei e del Mezzogiorno d’Italia. AC

A_Corbino_ Troppo lontani da Bruxelles – analisi dell’Europa che non c’è nella Campania dell’emergenza rifiuti


[1] La riserva di efficacia e di efficienza, o riserva di premialità, è un meccanismo finalizzato a rafforzare l’impatto positivo degli interventi comunitari: premia i programmi migliori dal punto di vista dell’efficacia, della gestione e dell’attuazione finanziariaIl premio consiste nell’assegnare ai Programmi Operativi Nazionali e ai Programmi Operativi Regionali giudicati efficaci ed efficienti, in base a una specifica griglia di indicatori, la riserva comunitaria accantonata all’inizio della programmazione 2000-2006. La riserva è quella stabilita dall’articolo 44 del regolamento generale sui fondi strutturali (regolamento CE n. 1260 del 1999), pari al 4% degli stanziamenti d’impegno per ogni Stato membro. Il QCS 2000-2006 per le Regioni italiane Obiettivo 1 ha aggiunto alla riserva comunitaria un’ulteriore riserva nazionale del 6%. L’insieme delle risorse destinate a premiare i programmi migliori in Italia ammonta a oltre 4.600 milioni di Euro (di risorse comunitarie più cofinanziamento nazionale): 1.992 milioni di Euro (4% riserva comunitaria) 2.649,64 milioni di Euro (6% riserva nazionale). (Fonte: governo italiano,  MSE – DPS, 2007).

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Gli equivoci dello sviluppo sostenibile nelle terre di nessuno

Avviso in condominio a Napoli

Avviso condominiale a Napoli centro: "E' vietato eseguire lavori edili senza autorizzazione comunale..". (foto: A. Corbino, Napoli, 2011)

In un tempo in cui, oltre che dalla crisi globale, l’Italia appare sempre più flagellata dalla triade corruzione – crimine organizzato – evasione fiscale che mina le basi stesse di una società democratica, ritengo doveroso interrogarsi se sia ancora possibile costruire sviluppo sostenibile (un incontro tra occupazione stabile, equità sociale, tutela ambientale) in questo Paese. Forse è tardi, specie nelle terre di nessuno, quei territori in cui la lunga latitanza delle istituzioni e la complicità di certa classe dirigente, hanno favorito l’affermarsi del crimine organizzato come unico interlocutore credibile.

A questo tema e in particolare all’ipocrisia delle istituzioni che, per sfruttare i fondi europei pretendono di esportare un modello di sviluppo sostenibile senza che vi siano le condizioni minime, cioè il rispetto delle regole, ho dedicato un piccolo lavoro di ricerca che voglio qui condividere: “Gli equivoci dello sviluppo sostenbile nelle terre di nessuno“, presentato al XXII Convegno della Società Italiana di Scienza Politica (Pavia, 2008). Credo che le considerazioni di fondo siano, a distanza di tre anni, ahimè ancora attuali . AC

A_CORBINO Gli equivoci dello sviluppo sostenibile nelle terre di nessuno

 

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La malapianta. Recensione

'ndrangheta

La copertina del libro La Malapianta di Gratteri - Nicaso

La Malapianta  è una conversazione tra lo storico delle organizzazioni criminali Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la ‘ndrangheta. Entrambi calabresi, Nicaso e Gratteri utilizzano l’espediente del dialogo per ricostruire la Malapianta anche attraverso l’esperienza di vita di Gratteri, figlio di gente comune  che avrebbe potuto seguire il comune destino di tanti ragazzi della locride e che invece ha scelto la strada della giustizia. In cambio di un giusto prezzo, La Malapianta fornisce al lettore l’opportunità di comprendere le origini e l’evoluzione di quella che oggi è considerata una delle più pericolose mafie al mondo e di capire anche il perchè questo sia potuto accadere. Gli autori individuano alcune tappe fondamentali dell’ascesa della ‘N.: 1) gli inizi degli spanzati di Monteleone e della picciotteria a Palmi; 2) la svolta politica dei tempi del golpe Borghese; 3) i sequestri di persona degli anni ’70 che consentirono l’accumulo di capitale; 4) il salto di qualità del traffico di droga, con l’attuale monopolio della cocaina; 5) i veleni e i rifiuti affondati in mare; 6) il delitto Fortugno con cui la ‘N. conferma di essere “un potere miltiare, economico e politico, che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più mariginali“; 7) la strage di Duisburg del 2007, un passo falso della ‘N., ma anche un errore di sottovalutazione da parte delle autorità tedesche; 8) gli investimenti al Nord Italia, fenomeno sottaciuto dai media da oltre 20 anni – basti solo pensare che il Consiglio comunale di Badornecchia fu sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1995; 9) le filiali estere, tramite le quali la ‘N. conferma la sua vocazione ad essere una delle più accreditate multinazionali del crimine organizzato; 10) le radici, in cui Gratteri racconta il suo percorso di vita (da tempo vive sotto scorta) e 11) il paese dei campanelli, in cui si analizzano alcuni aspetti critici del sistema istituzionale e giudiziario, incluso il decreto intercettazioni (allora in discussione). Il tutto con un linguaggio estremamente chiaro e accessibile.

Credo che la più degna recensione a questo libro ben architettato e perfettamente argomentato stia nelle battute finali tra Nicasio e Gratteri. N.: Ogni volta che torno in Calabria (N. insegna presso atenei USA, ndr.) non c’è per me spettacolo più straziante e incomprensibile del vedere lo scempio che il potere pubblico e il potere criminale hanno fatto di questa terra stupenda… Se questi mammasantissima pieni di soldi avessero avuto rispetto – loro che farneticano di rispetto – della propria casa, .. la Calabria sarebbe ora meno povera e più sicura. Invece è tutto usurato. La lotta alla ‘ndrangheta, la vita di quei pochi magistrati che come lei la combattono, la presenza dello Stato, la speranza, i sogni“. G.: Non bisogna mai perdere la forza di combattere e di resistere. Ce la possiamo ancora fare, soprattuto se cominiciamo a mettere seriamente in discussione l’antimafia parolaia, quella del giorno dopo. E’ il momento di fare, come ci ricorda spesso Don Luigi Ciotti” .

Nicola Gratteri, conversazione con Antonio Nicasio, La Malapianta – la mia lotta conto la ‘ndrangheta. Mondadori, 2010; pagg. 180, € 9,50.

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Prodotto interno mafia. Recensione

Copertina libro Serena Danna

Copertina del libro curato da Serena Danna

Parlare è molto importante, perché i giovani hanno bisogno di sapere. La cultura della verità è l’unica che permetterà loro di non diventare ’ndranghetisti o vittime della criminalità organizzata”. N. Gratteri.

Prodotto interno mafia raccoglie cinque interviste curate da Serena Danna, giovane giornalista avellinese che per vocazione familiare (i suoi genitori erano giovani avvocati nel maxi processo alla Camorra del 1984) e professionale (lavora alla redazione della “Domenica del Sole 24 ore”) si è concentrata sula relazione mafie – economia. Il provocatorio sottotitolo del libro è difatti “così la criminalità organizzata è diventata il sistema Italia”, un’accusa inquietante che viene qui ben circostanziata.

I meriti della curatrice sono: 1) aver scelto un tema molto attuale e, a parer mio e dei 5 intervistati, centrale alla questione mafiosa; 2) aver scelto 5 testimoni privilegiati (ovvero 5 persone che costituiscono un osservatorio privilegiato di un fenomeno), tutti meridionali, molto diversi tra loro al fine di ricomporre questo complesso puzzle; 3) aver posto le domande giuste, a volta anche scomode; 4) aver scritto un’introduzione generale chiara e ricca di cifre, e 5 presentazioni coinvolgenti.

Il lettore sarà trasportato nella storia e soprattutto nell’attualità dell’universo del crimine organizzato attraverso le parole di: 1) Pietro Grasso, capo della Procura Nazionale Antimafia, che, oltre a parlare di questioni procedurali su come rendere più efficace la lotta al crimine organizzato, dice: “ il metodo mafioso – favorire privilegi ed annullare la concorrenza – è stato senza dubbio clonato in alcune zona di confine tra della politica e dell’economia”. 2) Nicola Gratteri procuratore aggiunto della Repubblica al Tribunale di Reggio Calabria, un manuale vivente sulla ‘ndrangheta, dice: “il capo di un locale gestisce la politica e l’economia del territorio. Per le elezioni del Sindaco il suo pacchetto di voti corrisponde al 20% dell’elettorato attivo. Con un tale pacchetto di voti gli ‘ndranghetisti, riescono a determinare no solo chi farà il sindaco ma anche quali saranno gli assessori, il segretario comunale,..”. 3) Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia dal 2006, che ha proposto (e attuato) l’espulsione da Confindustria degli imprenditori che pagano il pizzo, sfata il mito dei mafiosi interpreti estremi del’economia di mercato e dice, tra le mille cose interessanti, “vorrei che il sindacato smettesse di rappresentare cento precari selezionati da dieci assessori e messi in un ente solo per meriti politici: sarebbe un segnale importante per l’opinione pubblica”. 4) Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo dal 2007. Non è un prete di periferia o di trincea, ha sempre fatto il prete- politico-burocrate, anche nella Conferenza episcopale italiana. Nel 2010 è stato promotore del documento della Cei “Chiesa italiana e Mezzogiorno”, in cui vi è una condanna della mafia. Nonostante questa sua buona (e, ne sono certo, difficile e sofferta) azione, Mogavero resta un politico e personalmente ritengo a dir poco imbarazzanti ( per se stesso, per la comunità credente e per un lettore di media intelligenza) le sue mezze ammissioni sulle non colpe della Chiesa per il “grande silenzio” degli anni sessanta e settanta, sulla pastorale “Il vero volto della Sicilia” con cui nel 1964 il cardinale Ernesto Ruffini affermò che la mafia non esisteva perché era “un’invenzione dei comunisti”, o sul caso dei preti che riciclano soldi della mafia perché viene loro promesso che una parte va in beneficienza. Nel libro, accanto a questi paragrafi, ho scritto a penna istintivamente l’annotazione “minchiata”.  5) Moisés Naìm, meridionale anch’egli perché nato a Tripoli e cresciuto in Venezuela, economista, già direttore della rivista “Foreign Policy” e autore del best seller “Illecito”, ci spiega le relazioni internazionali del crimine organizzato. Personalmente non condivido alcune della cose dette da Naìm, tra cui la quella che il crimine organizzato “non avrebbe interesse a mettersi in società con estremisti (i terroristi, ndr) che calamitano l’attenzione”. Ma l’esperto è lui..

Un appunto: credo che il panorama sull’universo del crimine organizzato sarebbe stato più completo se fosse stato intervistato anche un magistrato esperto di problemi di traffici di rifiuti (ad esempio Donato Ceglie, che ha condotto per anni le principali indagini su questa materia in territorio casalese per vent’anni). Difatti, a mio modo di vedere, la distruzione della risorsa territorio causata da questi traffici rappresenta una nuova (ma non recente) “frontiera culturale” delle mafie che, per profitto, sono disposte ad avvelenare proprio quel popolo di cui si sono sempre proclamate protettrici.

In conclusione, un bel libro da leggere, per capire.

Prodotto interno mafia – così la criminalità organizzata è diventata sistema Italia, a cura di Serena Danna, Einaudi, 2011, pagg. 165, € 16.

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La Campania dell’emergenza – recensione

maria coltilde sciaudone

Copertina del libro di Maria Clotilde Sciaudone

Ormai la notizie viene data per certa: Babbo Natale, almeno per gli olandesi, esiste, e tra Natale e Capodanno porterà in dono alla già florida economia di quelle parti una bella nave carica carica di .. monnezza napoletana. Sembrerebbe più una beffa da perfida Befana, moderno carbone, invece è un regalo, perchè la Campania pagherà tanti bei soldini agli imprenditori olandesi per ringraziarli di smaltire la spazzatura di casa nostra. E quindi la beffa resta solo per noi napoletani, che continuiamo a vivere in uno stato d’emergenza rifiuti, che continuiamo a pagare una TARSU altissima e fior di tasse regionali, e che potremmo impiegare tanti dei nostri giovani disoccupati in impianti ad alta tecnologia o in un ciclo virtuoso dei rifiuti, come quello olandese. E’ questa è di  certo cattiva economia. L’emergenza, seppur dichiarata finita per decreto legge dal governo Berlusconi, è tutt’ora che passata (strano, e io che pensavo bastasse una legge…!).

La storia disgraziata dei rifiuti in Campania, senzo dubbio uno dei maggiori casi di malgoverno nella storia della Repubblica, è cosa assai complessa. Io stesso me ne occupai 4 anni or sono, cercandolo di sintetizzare il tutto nelle poche pagine di un articolo per il Convegno della Società Italiana di Scienza Politica, ma ammetto di essermi perso più volte cercando si sgrovigliare quella ventennale matassa di appalti, corruzione, voto di scambio, crimini ambientali ed inefficienza.Un risultato certamente più ordinato e leggibile lo ha ottenuto Maria Clotilde Sciaudone, docente di Geografia Economica presso l’Università della Tuscia, nel suo libercolo fresco di stampa “La Campania dell’emergenza – Riflessioni a margine della questione rifiuti“. Per libercolo – io amo i libercoli – intendo un piccolo, maneggevole manuale in cui una vicenda complessa viene ridotta a semplicità sì che il lettore possa avere, in poche pagine un’idea chiara di un argomento pur complesso. L’autrice, che ha il raro merito (!) di avermi citato tra le fonti ben due volte, ripercorre questa dolorosa vicenda, astendendosi dal giudizio politico, e, da brava geografa – io adoro i geografi – inquadra con ordine il problema nei suoi vari aspetti, analizzando: 1) il contesto territoriale di riferimento, 2) la produzione dei rifiuti in Campania, 3) il mancato governo del territorio, 4) lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici e l’emergenza ambientale, 5) le conseguenze dell’emergenza rifiuti: il turismo a Napoli e la mozzarela di bufala come casi studio degli impatti sull’economia reale, 6) la Campania dell’emergenza, dove viene illustrato il ruolo che il Comissariato di governo ha avuto nella definizione ed attuazione delle politiche. Per fortuna manca il capitolo sul “cosa fare”, tipico di quei tuttologi che pensano di avere tutte le soluzioni in mano… E anche questo è una nota positiva del libro e dell’autrice che invece vuole solo fare opera di sintesi e chiarezza e nulla più (e scusate se è poco).

Questo libro potrebbe sembrare non essere adatto a un pubblico generalista perchè non usa la collaudata formula (quella di Saviano, Stella,…) dell’inchiesta narrata. Ma va detto che l’autrice si sforza di usare un linguaggio per non addetti ai lavori. Ritengo pertanto che ognuno di noi, e non solo i tecnici, potrebbe sforzarsi di leggere questo libro per 3 motivi: perchè in 148 pagine di piccolo formato avrete sintetizzati tutti gli elementi salienti delle questione; perchè esso rappresenta una grande occasione per acquisire consapevolezza rispetto alle future scelte che la politica prenderà in materia di smaltimento dei rifiuti e quindi rispetto alla nostra vita; perchè costa pure il giusto. AC

Maria Clotilde Sciaudone, La Campania dell’emergenza – Riflessioni a margine della questione rifiuti, La Scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2011, pag. 160, € 10,   ISBN 978-88-6542-024-9

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La buona finanziaria e i complici inconsapevoli

Napoli nonna e paniere

Un'anziana casalinga tira su a fatica il paniere.. Istat (Napoli, Capodimonte; foto: A. Corbino, 2011)

In un articolo del 15 dicembre (2011) apparso su Repubblica.it (sezione mondo solidale, chissà perchè non sezione economia e finanza?!) Banca Popolare Etica critica l’attuale manovra finanziaria del governo Monti, fornendo alcune proposte verso una maggiore equità. Riporto di seguito l’ultimo paragrafo dell’articolo perchè contiene un invito coerente con le finalità di questo blog, cioè diffondere la consapevolezza che rendere l’economia più giusta dipende da ognuno di noi, nelle sue scelte quotidiane di informazione, acquisto, risparmio ecc., per non essere complici inconsapevoli.

Complici inconsapevoli. Infine, Banca Etica è convinta che accanto alle misure del Governo serva una forte presa di coscienza da parte dei cittadini e dei risparmiatori che troppo spesso finiscono con l’essere complici inconsapevoli oltre che vittime del sistema finanziario. Dovremo invece imparare a indirizzare i nostri risparmi e non alimentare la speculazione. Il trasferimento di risorse dall’economia reale alla finanza alla base dell’attuale crisi di debito è necessario anche per garantire i profitti in doppia cifra inseguiti dagli speculatori. Se il PIL del mondo cresce del 2% l’anno e la finanza deve garantire profitti cinque o dieci volte superiori, se le pubblicità ci promettono rendimenti del 4% netto sul nostro conto corrente mentre la ricchezza reale in Italia non cresce, è evidente che i nostri risparmi non vengono impiegati per finanziare imprese reali, che producono beni e servizi necessari e creano occupazione“.

L’articolo sintetizza alcuni punti del Rapporto annuale “Contromanovra di Sbilanciamoci“, una campagna di informazione che dal 1999 unisce un “gruppo di economisti, ricercatori, giornalisti, studenti, operatori sociali, sindacalisti e una rete di associazioni, organizzazioni, movimenti che vuole conoscere, discutere e analizzare criticamente i fatti dell’economia; sapere tutto il possibile sul sistema economico nel quale viviamo, progettare tutto il possibile del sistema economico nel quale vorremmo vivere” (http://www.sbilanciamoci.info).

Sono convinto che, nel nostro piccolo, il minimo che si possa fare è leggere il rapporto 2011 di Sbilanciamoci (qui allegato), anche se richiede uno sforzo di concentrazione e qualche ora di tempo. Controfinanziaria_sbilanciamoci_2012_completo

Inoltre, se veramente pensiamo che il nostro sistema economico e finanziario non rispecchi più le nostre vite, che abbia tradito le nostre aspettative, dobbiamo necessariamente compiere piccoli gesti di grande cambiamento, come togliere il conto dalla banca se non ci soddisfa e spostare i nostri risparmi su Istituti a noi più vicini (e non intendo nel senso di km, ma di valori: non scegliamo le Banche in base alla prossimità chilometrica, facciamolo in base alla prossimità valoriale!). Quando pensate che una banca vi favorisce perchè vi da un buon interesse sul contro corrente, pesnate anche a quello che quella banca vi toglie (materialmente) dall’altra tasca come attore di un sistema finanziario distorto: banche complici della vendita di titoli spazzatura, banche di proprietà di gruppi industriali non trasparenti! Le banche: non ce ne sarà una perfetta, ma non sono tutte uguali!

Infine: sappiate che, in Italia come nel mondo, esistono gruppi di seri studiosi che lavorano, spesso gratuitamente, per informare tutti noi su grandi temi che, altrimenti, resterebbero incomprensibili discorsi tra tecnici e burocrati: Sbilanciamoci e la Campagna per la Riforma della banca Mondiale (http://www.crbm.org) sono due importanti ingranaggi per un’informazione tecnica più libera e accessibile. E andrebbero sostenuti da noi tutti, anche col costo di un caffè!  AC

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Informazione: istruzioni per l’uso. Recensione

Copertina del vademecum "Informazione, istruzioni per l'uso" di Giulio Sensi

“Informazione, istruzioni per l’uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni giornali, radio, web in Italia” è un piccolo libro di AltraEconomia edizioni, scritto da Giulio Sensi. Conosco Giulio da quando, circa 15 anni fa, lui alla fine del liceo, io in mezzo del cammin di mia prima vita, seguimmo Aldo Zanchetta in Chiapas, per poi proseguire un pezzo di strada insieme nella Ngo Mani Tese. L’onestà  intellettuale di Giulio, studioso scrupoloso e sempre sorridente, sarebbe da solo un buon motivo per acquistare questo libricino che parla di quello che quotidianamente consumiamo senza accorgerci di esserne consumati.

Giulio ha diviso il vademecum in 2 parti: 1) l’informazione in Italia, la concentrazione e gli interessi e 2) istruzione per un consumo critico d’informazione. Nella prima parte del libro l’autore cerca di sintetizzare e schematizzare i conflitti di interesse (tutti) che inquinano l’informazione nel nostro Paese, a partire dalle agenzia di stampa per finire con l’attualissima questione delle concessioni delle frequenze televisive da cui il nostro Stato potrebbe a breve ricavare diversi miliardi di euro (ma non lo farà!). Giulio poi affronta gli scottanti temi della precarietà di chi fa informazione, che ne mina l’indipendenza, e quindi la dipendenza (anche dal punto di vista normativo) di questo settore dal mercato e dalla pubblicità. La seconda parte offre un’indagine qualitativa e quantitativa su come si informano gli italiani (ahimè non c’è gara: la televisione stravince!) e poi fornisce dei consigli su come attrezzarsi per avere un’informazione più indipendente.

A me il libretto è piaciuto, credo sia un ulteriore piccolo strumento di consapevolezza e quindi di autodifesa. Ci fa capire quanto siamo piccoli e manipolabili di fornte ai grandi poteri mediatici e quanto sia pertento necessario che ci attrezzaimo per auto-informarci, grazie alle buone letture, alla buona radio, al buona rete, e forse anche alla buona Tv. L’unica nota secondo me stonata di questo bel concertino è l’aver inserito alla voce “informazione fuori dal coro” Liberazione” e “Terranews.it”, in quanto l’uno organo di stampa del partito di Rifondazione Comunista e l’altro espressione del partito dei Verdi; entrambi sono, quindi, necessariamente informazione di parte. Pur condividendo il fatto che Liberazione è forse l’unico a trattare di questioni internazionali altrimenti dimenticate dai media, è pur vero che il ruolo dei vademecum come questo dovrebbe essere anche (se non soprattutto) quello di avvicinare un pubblico sempre più vasto, perchè il consumo responsabile diventi modus operandi di tutti. Dare “indicazioni di parte” rischia, inevitabilmente, di farsi etichettare e quindi di essere respinto come strumento attendibile da chi la pensa diversamente. Ed è un’occasione persa.

Per il resto, ringrazio Giulio per il certosino lavoro e ne consiglio l’acquisto e la lettura (perfetto per la calza della Befana!). AC

Giulio Sensi: Informazione, istruzioni per l’uso. Vademecum per un consumo responsabile di televisioni giornali, radio, web in Italia, AltraEconomia edizioni; prezzo: 5 € (che se erano 4 era meglio!).

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Non con i miei soldi: incontro – intervista con il presidente di Banca Etica

Un articolo che testimonia la crescente fiducia che i risparmiatori ripongono in BE in tempo di crisi (Il Giornale di Vicenza, 2009)

Ai lettori di questo blog riporto un annuncio che dovrebbe interessare tutti noi, in tempi in cui la finanza globalizzata è la principale indiziata per la crisi economica che sta devastando le nostre economie reali. Da tempo confido nel poter del singolo di essere motore di cambiamento, come cittadino, ma soprattutto come consumatore e risparmiatore.

“Dopo la crisi finanziaria gli Stati sono intervenuti per salvare le banche trasferendo l’eccesso di debiti dai grandi soggetti finanziari al pubblico. E adesso ne subiscono l’attacco speculativo. Mentre cioè i cittadini sono chiamati ad ulteriori sacrifici, la speculazione è ripartita a pieno ritmo e le lobby finanziarie lavorano per diluire o bloccare qualsiasi tentativo di riforma o regolamentazione. La politica sembra totalmente succube dei mercati finanziari. Quale sistema finanziario ci costringe a tali sacrifici?” A questa domanda risponde in un incontro pubblico  – intervista Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, con Pietro Raitano (direttore di Altreconomia), Elio Silva (giornalista del Sole 24 Ore), Paolo Biondani (giornalista de L’Espresso).

E’ possibile seguire la diretta su Segui in rete su su www.altreconomia.it o su www.livestream.com/altreconomiaTv . Sarà possibile intervenire in diretta dalla chat di livestream, oppure collegandosi su www.twitter.com/altreconomia o ancora mandando una mail a livestream@altreconomia.it

Biggieri porterà la testimonainza che esiste anche un’altra finanza, mutualistica, autogestita, eticamente orientata, strumento ideato da un movimento di nicchia che ormai quasi 30 anni fa intuì le potenzialità della collaborazione applicata al mondo del credito. Da quel movimento nacque una banca popolare, un caso unico in Europa di impresa nata dal basso e completamente dedicata all’economia reale. Oggi Banca Etica ha 12 anni, 15 filiali e tanta esperienza. E dimostra che l’altra finanza non è un’utopia, ma che può anche essere una storia di successo: 702.110.000 di euro intermediati, un capitale sociale ormai prossimo ai 35 milioni di euro e 721.695.000 di euro prestati. Banca Etica è anche attiva nel campo dei fondi etici con la controllata Etica Sgr e in quello della rielaborazione con la Fondazione Responsabilità Etica e il Centro Studi La Costigliola. È attiva nel campo dei nuovi media con Zoes ed è socia fondatrice delle reti di Sefea (società finanziaria europea) e Febea (federazione della banche alternative europee).

Per ulteriori informazioni sul mondo della finanza eticamente orientata: http://www.bancaetica.com, http://www.febea.org, http://www.eticasgr.it .   AC

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Ma Napoli non è Valencia: la cattiva economia della cattiva governance

Il porto America's cup 2007 di Valencia, visto dall'edificio "Veles e Ventes". Sullo sfondo è visibile l'hangar del Team Luna Rossa (foto: A. Corbino, 2011)

Mentre decolla il mio aereo low-cost (Vueling, fantastica!) per Valencia, città che ha ospitato la America’s Cup 2007,  il Mattino di Napoli lancia l’ennesimo allarme: le regate delle World series (il girone delle eliminatorie), previste nel  golfo di Napoli tra l’estate 2012- 2013 rischiano di saltare. La procura di Napoli ha difatti avviato indagini sulla regolarità delle procedure di assegnazione dei lavori relative al progetto di bonifica di Bagnoli e dei piani per il riammodernamento dell’area in vista della Coppa America.

Arrivo a Valencia: già da venerdì notte e per tutto il weekend mi metto a girarla a piedi, immergendomi in essa, a cominciare dalla colazione con horchata y botones. All’Università i docenti di geografia mi insegnarono 20 anni or sono che fare i paragoni tra luoghi non serve a niente, che non ha serietà scientifica, che ogni luogo è un luogo a sè. Lo so, col tempo lo ho verificato, ma in questo caso non resisto, le coincidenze sono troppe: entrambe città capoluogo, mediterranee, con impronta spagnola, di mare e sole, storiche, del sud, con un simile numero di abitanti (terze città nei rispettivi paesi), entrambi vicine alle capitali (V. è equidistante tra la capitale politica Madrid ed economica Barcellona). E poi la vicenda della Coppa America 2007 che Valencia ospitò in quanto miglior candidata tra una rosa di pretendenti, tra cui Napoli, secondo l’inappellabile giudizio di un impreditore svizzero, Ernesto Bertarelli, patròn di Alinghi, l’imbarcazione defender.

Certo, Napoli ha una densità abitativa doppia (se riferita all’aera metropolitana, probabilmente quadrupla se riferita alla città) e questo può essere di ostacolo quando si tratta di ri-pianificare i luoghi; ma vi sono fin troppe coincidenze per non fare paragoni: sono città gemelle, se non speculari, eppure…

Eppure, Napoli è (solo) immensamente più bella, ma Valencia si presenta come una città pulita (non è Zurigo, certo, ma neanche Napoli) e non ha evidenti problemi di rifiuti; una città con una fitta rete di metropolitane e piste ciclabili, semafori a led, un centro storico chiuso al traffico e un diffuso servizio di bike-sharing. Ho incontrato alcuni (quasi) giovani italiani lì, rapiti dalla libertà che respiri, nei vicoli come nelle attrrezzate spiagge chilometriche, come nei curatissimi giardini del Turia che, dopo l’alluvione del 1957, sostituirono l’omonimo fiume che si decise di deviare. Una città alluvionata che si è ripresa tanto da costuire nel 1997 l’imponente e avvenieristica Città delle arti e delle scienze, fin poi a trasformare il profilo del suo porto in occasione dell’America’s Cup.

città arti e scienza

Valencia: 2 strutture della Ciudad de las artes y las ciencias (foto: A.Corbino, 2011)

E Napoli? A Bagnoli, area che tra pochi mesi dovrebbe ospitare le regate (nonchè eventi del Forum internazionale della Culture 2013) le ultime fumate dell’aerea a caldo dell’Itlasider risalgono al 1989, e nel 1992 la grande fabbrica chiude, lasciando spazio alla ricostruzione. In 20 anni Bagnoli è bloccata dall’immobilismo delle amministrazioni (di tutti i livelli) e dagli interventi della magistratura, necessari a fare chiarezza in vicende dove la trasparenza non sembra mai essere stata di casa. Vent’anni di ritardo sono un tempo incolmabile in un’epoca in cui tutto corre e i giorni contano come anni: pensiamo a cosa è riuscita a fare la Cina in molto meno tempo, pensiamo a come Valenzia sia riuscita a trovare nuovo slancio economico ed identitario in pochi anni. Pensate a Torino e alle Olimpiadi invernali 2006. E pensate a Napoli.

Napoli: struggente tramonto sul deserto dell'ex area industriale Ilva di Bagnoli (foto: A. Corbino, 2011)

Questo ci deve far riflettere su quanto essenziale per lo sviluppo di un territorio sia la capacità di governo (governance), che è  a un tempo affidabilità (accountability), trasparenza, onestà, progettualità partecipata.

E’ la quarta dimensione della sostenibilità: quella istituzionale ed organizzativa. In pratica la quarta dimensione è la capacità del framework istituzionale di condurre una comunità sul sentiero della sostenibilità. E’, per dirla con il popolo boliviano (Jose G. Justiniano Sandoval, 2002) la spina dorsale della sostenibilità politica: la Institutionality o, se si preferisce, la governence, la buona governance perché è legittimata dal basso all’alto e dal dentro al fuori. Tutto quanto è mancato, in questi anni, alla mia piccola, meschina, provinciale Napoli.  AC

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I tesori del territorio: il cimitero delle 366 fosse a Napoli

Ascoltando sulla fossa 295 la storia delle anime del Cimitero delle 366 fosse (foto: A. Corbino, Napoli, 2011)

Qualche giorno fa alcuni amici hanno organizzato una visita ad uno dei tanti tesori nascosti di Napoli, scrigno senza fondo nel quale per secoli natura e uomini hanno profuso tutti i loro migliori frutti: puoi viverci, dedicarci weekend e vacanze a girarla, curiosare, ma prima o poi ti ritrovi sempre con l’aria stupita di fronte all’improvviso miracolo.

Ecco svelatoci del Cimitero delle 366 fosse, concepito nel 1762  dall’ingegno dell’architetto fiorentino Ferdinando Fuga su richiesta del ministro Bernardo Tanucci, a 3 anni dalla partenza di Carlo di Borbone per la Spagna. L’opera sembra essere l’elemento complementare al vicino e Albergo dei Poveri ideato nel 1751 dallo stesso architetto per accogliere la vita del popolo indigente nella capitale del Regno delle due Sicilie: uno ospitava la vita, l’altro la morte. Il  numero 366 deriva dal fatto che ogni fossa (4×4 metri, per 10 di profondità) era destinata ad ospitare i morti di quel giorno (365 + il giorno bisestile). Un’idea semplice, pratica e allo stesso tempo geniale, per dare ai parenti un luogo dove piangere i loro cari, risolvendo a un tempo i problemi di igiene derivante dalla sepoltura nella fossa comune dell’Ospedale degli Incurabili, al centro della città.

Il Cimitero monumentale Santa Maria del Popolo è ormai privato, gestito dalla omonima congregazione, che ha poi dovuto ospitare cappelle di napoletani più abbienti, il che ha permesso anche di tenere in piedi il cimitero. La visita è stata possibile da Antonio De Gregorio, da sempre fedele custode di quelle anime e innamorato dell’eredità storica e umana della sua città.

Può apparire fuori luogo parlare in questo blog di cimiteri e monumenti. E invece no: il primo passo per una buona economia locale è conoscerne e riconoscerne il valore, appassionarsi alla sua storia antica e contemporanea, attivarsi come hanno fatto il custode, gli organizzatori e noi visitatori affinché questi tesori tornino a risplendere, facendone fulcro e motore di una ritrovata identità e di un turismo vero, desideroso di capire, oltre gli stereotipi.

In Italia, tutto ciò è possibile. A Napoli, luogo vero nel bene e nel male, non ancora reso artificiale dal turismo, tutto ciò viene facile. Da quando 6 anni fa cominciai le mie lezioni itineranti a Napoli con l’Associazione di turismo responsabile il Vagabondo (www.ilvagabondo.org) , osservando i volti soddisfatti o commossi di quanti mi hanno seguito per vicoli e piazze, mi ritrovo sempre a dire: “E’ facile: Napoli fa tutto da sé”.

Credo molto nell’individuo come agente di cambiamento. L’economia la facciamo noi, passo dopo passo, gesto dopo gesto. L’importante è che gli individui prendano coscienza del valore proprio e del proprio agire quotidiano, facciao rete e diventino comunità. Per fare questo occorre fare un primo passo: la conoscenza. Ed è a questo che serve il mio blog.

Per maggiori informazioni sul cimitero: www.cimiterodelle366fosse.com/ . Sul sito trovate anche un rimando al video della trasmissione Ulisse sul Regno delle Due Sicilie dove si parla anche del primo cimitero pubblico in Italia: http://www.cimiterodelle366fosse.com/index2.html . AC

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