Gli equivoci dello sviluppo sostenibile

Murale al Sektor3, Wroclaw, Polonia (foto, A. Corbino, 2010)

Viviamo nell’epoca dell’aspirazione allo sviluppo sostenibile (una delle espressioni più abusate ed equivocate del millennio). Difatti per alcuni, Unione Europea inclusa, raggiungere uno sviluppo economicamente giusto, socialmente equo e rispettoso dell’ambiente è un obiettivo a cui aspirare con tutte le forze. Per altri, tra cui gran parte del mondo industriale, è un’utopia irrealizzabile perché fortemente limitante della sacra legge della crescita a tutti i costi, nonché del mercato e della concorrenza, ormai globale. Per altri ancora questo concetto è un ossimoro (come può essere sostenibile qualcosa che si sviluppa in un sistema chiuso? ci si chiede) ed è concettualmente già superato dalla decrescita o altri concetti che richiamano a una totale inversione di tendenza.

Lo sviluppo sostenibile (SS) trova, nella teoria come nella pratica, un numero consistente di definizioni, quasi tutte con una propria ragione di essere e fondatezza scientifica. Come riporta Serge Latouche (2005) “già nel 1989 John Pezzey della Banca Mondiale, censiva 37 accezioni differenti del concetto di sustainable development. Il rapporto Brundtland (World Commission 1987) ne contiene la bellezza di sei. F. Hatem che nello stesso periodo ne repertoriava sessanta, propone di classificare le teorie principali in voga sullo sviluppo durevole in due categorie, ecocentriche e antropocentriche..”.

In questa sede si è scelto di: non dare una definizione di cosa sia lo SS, ma invece di definire cosa non sia, evidenziando i principali equivoci nati attorno al suo vero significato, e alla sua applicazione, che da tali equivoci è stata senza dubbio penalizzata. Come uno scultore che toglie materia intorno all’idea di statua che ha in mente, così faremo noi evidenziando tre equivoci principali, per arrivare alla definizione di SS.

1) L’equivoco della sostanza. In che consiste lo SS? Il primo equivoco è dunque quello della sostanza. Quando, nel 1987, fu pubblicato dalla Nazioni Unite il cosiddetto Rapporto Brundtland, redatto dalla World Commission on Environment and Development, quello che consegnava ai posteri la madre di tutte le definizioni – lo sviluppo sostenibile appunto – il mondo viveva, come oggi, a diversi livelli di sviluppo e di consapevolezza delle problematiche dello sviluppo. Era l’epoca di un globo ancora non completamente globalizzato, ma già unito, tra l’altro, dalla inconsapevolezza o delle cecità verso i costi sociali e ambientali a cui i modelli produttivi, a quell’epoca dominanti, stavano progressivamente conducendo. Vi era quindi una forte necessità di contrapporre i valori dell’ecologia a quelli dell’economia a tutti i costi.

Sarà per questo che in molti Paesi, Italia in testa, lo SS fu interpretato come una nuova e potente (grazie al marchio Nazioni Unite) bandiera dell’ecologismo. Quasi come se il Rapporto Brundtland fosse esso stesso un trattato di ecologia, e non invece un’affermazione di principi di politica economica orientata, quello sì, alla sostenibilità.

Ma il Rapporto Brundtland sostiene altro in realtà. Lo SS come development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs – sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni – questa la definizione più nota – si basa difatti su due concetti chiave: il soddisfacimento dei bisogni (di tutti, ma in particolare “del povero”) e l’idea dei limiti imposti da tecnologia e organizzazione sociale sulla capacità di un ambiente (inteso come territorio/nazione/regione/comunità) di soddisfare questi bisogni presenti e futuri. Questi sono concetti propri dell’economia e non dell’ecologia. Ciò che dice il rapporto, nella sue note preliminari, è che bisogna trovare questa strada per soddisfare i bisogni di tutti (e quindi si fa ricorso ad un altro concetto economico: l’equità) soprattutto agendo su tecnologia  e organizzazione sociale (ancora una volta concetti chiave dell’economia).

La sostanza dello sviluppo sostenibile è quindi ben più complessa. Non una formula certa da ripetere a memoria ogni volta, ma, all’opposto, un delicato equilibrio da ricercare con abnegazione di volta in volta, il risultato della equa sovrapposizione di tre fattori di sviluppo: economia, ambiente e società; o, secondo altri, addirittura del bilanciato intrecciarsi di tre processi di sviluppo: sviluppo economico, sociale e ambientale.

L’Agenzia governativa UK Maritime and Coastguard Agency  sintetizza come in uno Stato Sostenibile il risultato dell’incrocio delle tre variabili debba essere: a) la salubrità nel rapporto tra ambiente e società; b) la giustizia nei rapporti tra società e economia; c)l’efficienza nei rapporti tra economia e ambiente (quindi l’ambiente è una risorsa economica, che deve essere utilizzato in maniera efficiente, cioè non sprecata o danneggiata).  In Italia, come altrove, l’attenzione maggiore è stata posta sulla variabile ambientale che non su quella economica e sociale, semplificando il senso invero complesso della sua anima, con il risultato di renderlo spesso inattuabile.

Inoltre ci si è spessi dimenticati dell’aspetto dinamico dello sviluppo sostenibile, cioè l’essere un processo di processi che va costruito lentamente, lavorando alla edificazione di un solido sistema di riferimento. Se era forse impossibile pensare di travasare lo sviluppo sostenibile in territori culturalmente arretrati come l’Italia di venti anni fa, era invece doveroso auspicare in quei luoghi l’inizio di un lento processo che garantisse l’applicazione di tale processo e la sua misurabilità. Cosa che, in  generale, non è avvenuta.

2) L’equivoco della coerenza. Siamo o non siamo europei? Perseguire lo sviluppo sostenibile è una questione di coerenza europea. Se il processo costituente europeo fosse proceduto a passo spedito e si potesse parlare di una nazione europea e non solo di un processo in perenne costruzione, avremmo oggi potuto parlare anche di equivoco delle necessità dello sviluppo sostenibile. Ma, comunque lo si voglia chiamare, la sostanza non cambia: l’indirizzo della sostenibilità è parte fondamentale e integrante delle politiche di sviluppo della UE. Non è, invece, un accessorio, un’opzione di cui si può fare a meno. La stessa Commissione Europea (2003) ha sottolineato che “…per molti versi il concetto di sviluppo sostenibile resta sfuggente. Talvolta i politici lo interpretano erroneamente come un nuovo modo di presentare la politica ambientale, spesso senza collegarlo ai pilastri economico, sociale e ambientale e trascurano la necessità di porre le tre dimensioni su uno stesso piano. Nondimeno, le nostre prospettive economiche e sociali di lungo periodo dipendono moltissimo dalla capacità di considerare l’ambiente come una componente fondamentale della politica economica e sociale”. E qui sta quindi il nocciolo del primo equivoco: in Italia, come altrove, la maggior parte dell’attenzione fu focalizzata, per esigenza di semplificazione o per opportunità contingente, sull’ecologia, fino a costruire una sorta di processo identificativo.

Se si è Europei, in breve, bisogna essere convinti sostenitori e applicatori delle sue strategie e delle sue regole, adattandole con buon senso alla propria realtà. Lo SS, declinato anche nei Piani d’Azione Ambientale, è una di queste strategie. E le Regioni, nei principi ispiratori della loro programmazione, lo hanno in teoria confermato.

Esiste, collegata alle strategie europee, anche una coerenza basabile sulle assunzioni di responsabilità nei confronti della più ampia arena internazionale, costituita dalle diverse convenzioni internazionali che la Repubblica Italiana ha ratificato, impegnandosi così al raggiungimento di determinati risultati, come il protocollo di Kyoto.

E’ inoltre necessario trovare a) una coerenza temporale: In quanto processo culturale, lo SS, per poter essere applicato, ha bisogno difatti di una programmazione di lungo periodo. Le politiche settoriali (di cui la sostenibilità – lo abbiamo detto – è parte integrante) come la politica energetica, sui trasporti, vanno quindi approvate con questa caratteristica di lungimiranza politica. Non è invece possibile che i processi di sviluppo siano subordinati alle ragioni partitiche e alla presa e all’esercizio del potere di questa o quella maggioranza politica, così come avviene in Italia e nella regioni italiane e che quindi le decisioni strategiche cambino rotta (a volta in maniera radicale) a seconda di chi governa.  E b) Coerenza di scala. Quando impegni presi a livello nazionale vengono declinati su scala regionale e locale, bisogna lavorare per aumentare la coerenza e diminuire la conflittualità che spesso suscita l’intervento locali.

3) L’equivoco dell’essenza. Qual’è la vera essenza della sostenbilità? Bisogna infine chiarire il terzo equivoco, a proposito dell’essenza dello SS. Per farlo, ci occorre ampliarne la definizione e muovere da quella. Ci si deve riferire, pertanto, ad una quarta dimensione della sostenibilità: quella istituzionale ed organizzativa (Valentin A. & Spangenberg J., 1999).

In pratica la quarta dimensione è la capacità del framework istituzionale di condurre una comunità sul sentiero della sostenibilità, secondo la direzione indicata dalle strategie europee declinate sul territorio. E’, per dirla con il popolo boliviano (Johannesburg, 2002) la spina dorsale della sostenibilità politica: la Institutionality o, se si preferisce, la governence, la buona governance, perché è legittimata dal basso all’alto e dal dentro al fuori. Un framework istituzionale sostanzialmente concepito come il sistema di riferimento all’interno del quale si svolge la vita di una comunità, ovvero dei soggetti che contribuiscono a delimitare il framework stesso: parte pubblica e parte privata, comunità amministrante (le istituzioni) e comunità amministrata (i cittadini, le imprese, le associazioni di cittadini e di categoria) interagiscono in una continua sperimentazione (orientata all’evoluzione) alla ricerca del migliore sistema possibile (nella nostra interpretazione: la sostenibilità ambientale, sociale, economica). Seguendo questa idea, è ipotizzabile che per portare i 3 sistemi in equilibrio, sia necessario costruire una robusta cornice (framework) di riferimento, che leghi tutti gli attori del territorio. A seconda della storia, delle latitudini e delle longitudini, i legami saranno di vario tipo, formali o informali, ma il collante è unico: la fiducia reciproca tra gli attori del sistema.

Per uscir fuori di metafora, perché lo sviluppo sostenibile sia realizzabile, il framework istituzionale deve trovare la sua essenza in una serie di regole condivise e rispettate da tutti gli attori del territorio, o almeno da una percentuale sufficientemente alta da fare un modo che le eccezioni (i comportamenti da free riders, si direbbe in economia) abbiano un peso relativo trascurabile e non diventino la regola. E’ chiaro che questo è un processo lungo e complesso che dipende molto dalla sfera culturale di un popolo e dei luoghi. Ed è una cultura profonda perché attiene alla sfera comportamentale, quella che non si modifica se non dopo che il seme del cambiamento ha messo radici forti. In questo gioco il rapporto di fiducia più importante è tra la gli attori privati (cittadini, imprese, associazioni) e la comunità eletta, le istituzioni.  AC (tratto e riadattato da: A. Corbino “Gli equivoci dello sviluppo sostenibile”, XXII Convegno SISP, Pavia, 2008).

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Informazioni su albertocorbino

Alberto Corbino è l'autore dei blogs: https://labuonaeconomia.wordpress.com ; http://ventanillas.wordpress.com ; http://italiain3b.wordpress.com http://edabpm.wordpress.com . Per ulteriori info, visitare la pagina: "l'autore di questo blog"
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