Cattiva economia: la speculazione edilizia e lo Stato spettatore

Abusivismo edilizio sul mare a Villaggio Coppola (foto: A. Corbino, Castelvolturno (Ce), 2011)

Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto, più in qua il mucchio di case muffite e lichenose della città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra i porti s’infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno spora l’altro (Italo Calvino, La speculazione edilizia, 1957).

Le parole di Calvino, ambientate nella sua Riviera Ligure, testimoniano quanto la dissennata pratica della speculazione edilizia sia connaturata al concetto stesso di sviluppo che, da oltre cinquant’anni, ha ispirato le politiche economiche dei governi italiani. Non è quindi il caso di addossare le colpe dei danni causati dall’alluvione in Levante Ligure e Lunigiana (25 ottobre 2011, 10 vittime e X dispersi ad oggi) all’attuale esecutivo, ma invece ad una cultura di governo e sviluppo del territorio che storicamente continua a non considerare, all’interno di un bilancio economico complessivo, gli ingentissimi danni che la speculazione edilizia prima o poi finisce per iscrivere bilancio alla voce costi. Detto in altre parole: è pur vero che l’economia viene smossa da bulldozer e gru, ma è anche più vero che i risultati, prima o poi, sono quelli della distruzione totale di fiorenti sistemi economici locali, quali, appunto, quello delle Cinque Terre. E’ utile infatti ricordare che questi luoghi, una volta terra di emigrazione, sono poi diventate, fino all’altro ieri, il fiore all’occhiello del turismo sostenibile del nostro Paese. E ora sono sotto il fango.

Non era difficile da prevedere che prima o poi, come dicevo sarebbe finita così: secondo l’ISPRA – Ministero dell’Ambiente, 5.581 comuni italiani (68,9% del totale) ricadono in aree classificate a potenziale rischio idrogeologico più alto. Prima o poi i territori presentano i conti, e non sono solo in termini di vite umane da piangere, ma anche di ingenti danni da riparare: 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi 80 anni, 70.000 persone coinvolte e 30.000 miliardi di danni negli ultimi 20 anni (fonte: ISPRA – www.isprambiente.gov.it).; tanto per citare gli ultimi alluvioni: Veneto (marzo 2011 e novembre 2010), Costiera Amalfitana (settembre 2010), Calabria (ottobre 2010), messinese (ottobre 2009), Piemonte (maggio 2008). fino a Sarno (maggio 2008).

Per cominciare a riparare i danni in Lunigiana sono stati stanziati 65 milioni di euro, ma quanto realmente costerà la distruzione e quindi il blocco di interi sistemi economici? Nessuno sembra saperlo, o meglio, sembra non volere tenerne conto. Mentre fare i conti con un po’ di buon senso sarebbe facile: prevenire costa sempre meno che curare, come lavarsi i denti costa meno che andare dal dentista per la carie! Anche se in realtà, nel perverso sistema di contabilità che i nostri Stati adottano, quei 65 milioni finiscono sul lato “positivo” del bilancio (il PIL cresce), come in positivo sono contabilizzati anche i costi dei funerali per le vittime: tutto fa brodo economico! E quindi, si potrebbe arrivare a dire che, dal punto di vista della contabilità pubblica, un’alluvione è un evento economico, se non positivo, almeno a somma zero!

Altro dato su cui riflettere: il 27 ottobre Legambiente ha presentato a Napoli il Rapporto Ecomafie 2011, in cui si conferma che il ciclo del cemento è un affare molto redditizio per la criminalità organizzata, soprattutto in quelle regioni in cui l’abusivismo edilizio la fa da padrone (Calabria e Campania in testa). Poniamoci una domanda: cosa hanno in comune l’alluvione della Lunigiana e la presentazione del dossier Ecomafia? Io risponderei così: 1) i fenomeni sono strettamente collegati: ciclo criminale del cemento e speculazione edilizia sono due faccia della stessa medaglia, e nessuna regione si creda immune; 2) in entrambi i casi lo Stato è solo spettatore. Infatti: nel caso di cosiddetti eventi calamitosi, la protezione civile si limita a denunciare lo stupro del territorio (da parte di chi? degli unici colpevoli, i privati, ovvio!) e il governo se ne lava le mani stanziando pochi spiccioli, mentre i sindaci fanno appelli per viveri e vestiti alla solidarietà dei privati connazionali o ai governi stranieri. E allora andrebbe ricordato allo Stato – Ponzio Pilato l‘effetto deflagrante e moltiplicatore che la sola puzza di un condono edilizio annunciato ha sulla speculazione edilizia: per incassare pochi euro lo Stato incita alla proliferazione di camere, case e palazzotti che in quei giorni spuntano come funghi. Nel caso del Dossier Ecomafie: lo Stato si dimentica completamente di essere il primo diretto arteficie ed interessato dei fenomeni economici e sociali del nostro Paese e lascia che un soggetto pur meritorio ma comunque privato come Legambiente presìdi, con pochi mezzi a disposizione e da un osservatorio parziale, al monitoraggio di un fenomeno così importante quali quelle dell’ormai conclamato cancro delle Ecomafie. Con il risultato che il fenomeno stesso è declassato da affare di Stato a questione da pruriginosi e faziosi ambientalisti, mentre invece l’impatto della criminalità organizzata sul nostro ambiente, come quello della speculazione edilizia, dovrebbe essere una questione di precipuo interesse pubblico. Non volendo qui tirare in ballo discorsi etici (ché così tanto si arriva a pretendere tanto dai nostri governanti) si invita il governo ad utilizzare almeno il buon senso nei conti pubblici, ricordando di quanto costano alla cassa pubbliche il ripristino dei luoghi dopo un’alluvione o, volendo allargare il discorso, le cure di migliaia di ammalati di tumori indotti dalle tonnellate di veleni che le ecomafie sversano ogni anno nei campi e nei corsi d’acqua di tutt’Italia. Prevenire è meglio che curare: la buoneconomia è solo una questione di buon senso e di buona fede.

6,3 miliardi di euro (meno gli investimenit privati del project finance, se interpreto bene i dati del sito ufficiale www.pontedimessina.it): se i soldi del faraonico quanto superfluo ponte sullo stretto – il buon senso insegnerebbe che le cose superflue si fanno quando c’è un’eccedenza di risorse – prima compri il pane quotidiano poi il biglietto del cinema – fossero stati distributi alle amministrazioni locali per la messa in sicurezza del territorio, si sarebbero avuti i seguenti effetti: 1) diminuzione del rischio idrogeologico 2) più ampia distribuzione delle risorse economiche sul territorio nazionale (anche nelle regioni dello stretto) a piccole e medie imprese specializzate e conseguente 3) minor controllo del voto di scambio, perchè minore è la concentrazione della spesa pubblica; 4) incentivazione dell’economia legata alle nuove tecnologie di ingegneria naturalistica (generalmente imprese giovani); 5) maggior fiducia nella politica dei cittadini/contribuenti che vedrebbero le loro tasse impiegate sul territorio e nel quotidiano e non finire nei piloni di un avvenieristico ponte futurista; 6) realizzare nuove forme di PPP (Partnership Pubblico Private) tra amministrazioni, imprenditori locali e comunità, più contenute nelle somme forse ma che presentano di certo un valore aggiunto molto elevato, cioè la riappropiazione del senso del territorio, quindi la forma più alta di Responsabilità Sociale d’Impresa.

Parrebbe la quadratura del cerchio, il buonsenso. Forse, in Italia, il problema sta tutto lì. AC

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Alberto Corbino è l'autore dei blogs: https://labuonaeconomia.wordpress.com ; http://ventanillas.wordpress.com ; http://italiain3b.wordpress.com http://edabpm.wordpress.com . Per ulteriori info, visitare la pagina: "l'autore di questo blog"
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4 risposte a Cattiva economia: la speculazione edilizia e lo Stato spettatore

  1. Alberto Corbino ha detto:

    2 commenti integrativi a questo mio post del 31 ottobre.
    a) Sergio Rizzo, su Il Corriere della Sera del 6 novembre 2011, segnala che il Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo ha dovuto ammettere che il decollo del Piano Straordinario per combattere il dissesto idrogeologico non è mai avvenuto e che i 2 miliardi e 21 milioni di euro finanziati già da due anni con fondi nazionali e regionali sono fermi. Non bastasse, continua Rizzo, negli ultmi 4 anni gli stanziamenti oridinari del Ministero dell’Ambiente per il dissesto idrogeologico sono passati da 550,6 milioni del 2008 a 83,9 milioni di quest’anno.
    b) Fa piacere notare che anche Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2011 riporti le parole tratte da “La speculazione edilizia” di Italo Calvino, cominciando proprio dallo stesso passaggio con cui io ho aperto questo post “Quando Quinto saliva alla sua villa…”. Sarà perchè citare Calvino in questo caso era una scelta obbligata, ma sono comunque soddisfazioni!

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  2. Alberto Corbino ha detto:

    E. ovviamente, appena, 20 giorni dopo, tocca al Sud. “Un treno delle Ferrovie dello Stato è deragliato in Calabria, tra Feroleto e Marcellinara – in provincia di Catanzaro – a causa delle forti piogge. Tra i 21 passeggeri ci sono diversi contusi. Sul posto sono intervenute varie squadre dei Vigili del Fuoco. All’origine dell’incidente uno smottamento che ha fatto finire i detriti sui binari… Ier un morto in Sicilia” (da Repubblica.it). L’economia italiana deve ripartire direttamente dalla spesa pubblica per la messa in sicurezza del territorio!

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  3. Angelo ha detto:

    Buonasera, il suo articolo è impressionante! Ma quando riferendosi ai dati ISPRA parla di 30 miliardi di euro di danni, si tratta di Euro o di lire?

    Grazie

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    • Alberto Corbino ha detto:

      Buongiorno, l’articolo ISPRA che ho citato non lo specifica. Lo avrei dovuto fare probabilmente io. L’unica informazione che posso dirle è che pare che l’articolo sia aggiornato al 2003, e all’epoca l’euro era già in circolazione da un anno. Posso inoltre agigungere che, sul sito del Consiglio nazionae dei Geologi, è riportato che si spendono oltre 4 mld di euro per riparare i danni del dissesto.In 20 anni farebbero 80 miliardi, ma parliamo di spesa per riparare… I danni effettivi sono invece tutto ciò che frane e alluvioni distruggono: imprese, paesi, beni mobilie immobili, vite umane. 30.000 mld di euro diviso 20 farebbero 1.500 mld anno… il che mi pare eccessivo visto che una legge finanziaria si aggira intorno ai 45 mld di euro. Supponimao pure che quelli di ISPRA abbiano calcolato in lire, e quindi i 30.000 mld di lire diventano 15,50 mld di euro all’anno. Un terzo di una finanziaria, cui si vanno ad aggiungere i 4 mld per la riparazione… Quindi il totale è circa 20 miliardi/anno: nella ipotesi migliore (euro invece di lire) mezza finanziaria se ne va in riparazione o danni… e il tutto per non fare prevenzione!

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