La crisi azzera welfare e RSI. Ma anche no!

Una storica salumeria di Capodimonte combatte la crisi: offerta cena per famiglie numerose a 10 euro (foto: A. Corbino, Napoli 2011)

Secondo il CresvCentro di ricerche su sostenibilità e valore dell’Università Bocconi le aziende che investono in Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) sono più sane, perché, statisticamente, hanno il 70% di possibilità in meno di default. E il World Business Council for Sustainable Developement (forum che raggruppa 200 leader aziendali in tutto il mondo) quantifica in 6.200 miliardi di dollari le opportunità di business entro il 2050 per le imprese che investono in sostenibilità. Premesse lusinghiere le definisce il Corriere della Sera (Enzo Riboni, pag. 53, 18/11/2011) che però non sembrano bastare alle aziende italiane a quanto pare, sempre più fredde nei confronti della RSI.  L’articolo, citando uno studio Cresv – DnvBa (multinazionale norvegese della certificazione), riporta che i manager che ritengono la RSI parte integrante della strategia aziendale è scesa dall’80% (2009) al 48%, “forse colpa della solita crisi che rende miopi..”. Secondo il Cresv e anche secondo il mio molto modesto parere, queste aziende commettono un errore perché “.. in prospettiva crescerà il divario con quelle più lungimiranti che investono sulla sostenibilità”.

E devono averla pensata proprio così alcuni imprenditori italiani che hanno deciso di resistere alla crisi attaccandola. Come? E’ noto che i tagli al welfare system sono anche figli della crisi economica (oltre che di indirizzi politici e della cattiva gestione della spesa pubblica) e che questi tagli si traducono in un aumento di costi e preoccupazioni per i privati cittadini/lavoratori. Bene, alcuni imprenditori hanno integrato il carente welfare pubblico con strumenti di welfare privato a favore dei propri dipendenti. Ad esempio, riporta il Corriere della Sera (Corinna De Cesare, pag 26, 13/11/2011) la Ferrero, in cambio della flessibilità di orario ha introdotti più permessi retribuiti, servizi pediatrici, soggiorni estivi, per i figli e sussidi per l’università. Air Liquide, Heineken, Kraft, Luxottica hanno aumentato la previdenza complementare e hanno istituito borse di studio per diplomi e lauree e assegnato carrelli della spesa, libri e visite mediche specialistiche. L’Enel ha invece deciso di implementare le pensioni integrative per le future generazioni, reperendo i fondi dai tagli (totali) alle tariffe agevolate riconosciute ai vecchi dipendenti.

Ma credo che sia ancora più significativo citare il caso di Renografica, piccola azienda bolognese (32 lavoratori) che ha istituito un premio pagelle per i figli dei dipendenti che, dalle elementari alle superiori riportino, medie alte.  Inoltre l’azienda ha firmato un accordo con i sindacati per prevedere un sostegno extra alla maternità e un fondo per permessi retribuiti destinati ai lavoratori per visite mediche specialistiche.

Se l’esperimento dovesse dar ragione a Gianluigi Baccolini, questo il nome dell’illuminato e lungimirante imprenditore bolognese, sarebbe un’ulteriore prova di come etica e business possono andare d’accordo e potrebbe tracciare un nuovo solco in cui piantare e far prosperare il seme della RSI e di una buonaeconomia in Italia. L’augurio è che la politica, sempre in ritardo quando si parla di innovazione (dei sistemi economici e sociali) sappia cogliere questi frutti di cambiamento e trasformarli in cibo quotidiano, in sistema virtuoso per tutto il Paese. AC

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Alberto Corbino è l'autore dei blogs: https://labuonaeconomia.wordpress.com ; http://ventanillas.wordpress.com ; http://italiain3b.wordpress.com http://edabpm.wordpress.com . Per ulteriori info, visitare la pagina: "l'autore di questo blog"
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2 risposte a La crisi azzera welfare e RSI. Ma anche no!

  1. Alberto Corbino ha detto:

    Ad integrazione di questo post, riassumo l’articolo di Nando Dalla Chiesa “Senza stipendio per salvare i miei operai” su “Il Fatto Quotidiano” del 20/11/2011 (pag. 9). Dal titolo si evince quella che può essere considerata la forma più alta di Responsabilità Sociale di un imprenditore: Vincenzo Sgambaterra, e gli altri 2 soci della Laryo (macchine per il montaggio automatico di schede elettroniche), hanno deciso di non darsi lo stipendio per alcuni mesi durante la durissima crisi del 2009. “I sette dipendenti hanno capito e noh hanno cercato un posto altrove, non hanno fatto il discorso dipendente-padrone. Questa, prima delle macchine, è stata il vero patrimonio dell’impresa. Il punto di partenza non per salvarla, ma per rilanciarla..”. Tanto di cappello di fronte alla coerenza di imprenditori e dipendenti, sperando, come sempre, che altri, a partire da confindustria e sindacati prendano l’esempio. AC

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  2. Chiara Fratto ha detto:

    Molto interessante come risultato. Ma mi piacerebbe saperne qualcosa in più. In particolare, in che modo si è tenuto conto del problema della causalità inversa in questo studio?

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