La Calabria sciolta nel miraggio IKEA

Le disperate* proteste per scongiurare la possibile chiusura di grandi impianti industriali – l’Ilva di Taranto, la Fiat di Pomigliano o la Carbosulcis, per citare i più noti – costituiscono la prova evidente di quanto, in alcuni territori, l’economia sia legata a doppio cavo d’acciaio ad una sola opzione di sviluppo. Alternativa non c’è, non è stata immaginata, pianificata. Ops! Ed è questo anche un dato che ci ricorda quanto un’intera comunità dipenda, sia direttamente che indirettamente, dalla presenza di una grande impresa sul territorio.

Alcune aziende sembrano incarnare i destini e le speranze occupazionali di un territorio anche quando non producono niente, ma semplicemente vendono tanto, come nel caso di IKEA, la multinazionale svedese del mobile. Quando IKEA ha richiesto personale in occasione dell’apertura dei suoi megastore a Napoli (413 posti), Bari (262) e Catania(240), sono stati inondati di richieste: 24mila, 30mila, 47mila, rispettivamente (l’Unità, la Repubblica).

In queste Terra (di fame) di lavoro (vero – di finto ne abbiamo sin troppo)  IKEA resta un miraggio che fattura oltre 21,5 miliardi di euro l’anno a livello globale.  E il miraggio è ancora più forte in Calabria che è a Sud, e forse è ancora più Sud di tutti. Perché qui IKEA non c’è e non so dire perché. Forse è un mercato troppo piccolo, o forse posso immaginare che i manager svedesi non vogliano scendere a patti con  altri poteri forti, come già dovette fare la Coca Cola a Pellaro (RC) nel lontano 1971 (fonte: P. Arlacchi, 1983).

Pensate se IKEA decidesse di trasferire la sua sede dalla fredda Svezia alle calde coste di Reggio (che c’è anche il porto di Gioia Tauro già pronto!), portando con sé tutto l’impatto del suo mega fatturato da multinazionale. In fondo ci sarà un motivo per cui la Silicon Valley è in California e non in North Dakota! Tutta la provincia regione ne sarebbe plasmata, come hanno fatto la Fiat a Torino e la Ferrero ad Alba: dipendenti, indotto, e poi a seguire infrastrutture che portano turismo, che porta altri servizi e altre ricchezze. 21,5 miliardi… un miraggio.

Beh sappiate che la ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno (Gratteri et al.): ildoppio di Ikea e molto più di interi stati, come la Slovenia (38 miliardi di euro –  WB, 2011), o il Guatemala (36,3 miliardi euro – WB, 2011). Perché la ‘ndrangheta è un esercito di fatto più potente di uno Stato –  perché denaro è uguale potere –  ed opera a livello globale indisturbata alla faccia delle diplomazie e dei blocchi di potere.

La ‘ndrangheta è una multinazionale più ricca della stessa regione dove è nata: il PIL della Calabria è di circa  34 miliardi (Istat, dato 2009), ed è per questo che la domina, la governa, la sfrutta, la dissangua. E lo scioglimento per mafia  del Comune di Reggio Calabria da parte del Viminale, la prima volta di una città capoluogo, sembra ricordarcelo.

E’ per questo che l’unico strumento che l’Italia ha per perdere lo status di mafia-nazione (la Mafia spa è la più florida industria del Paese), per recuperare alla democrazia e alla Repubblica intere regioni, non basta arrestare latitanti; ma invece è necessario ed indifferibile impegnarsi nell’offrire, in queste terre di nessuno, opportunità di lavoro alternative a quelle offerte dalle mafie. E’ questa l’unica via: investire in legalità, al Sud come nel resto del Paese.

*(Pubblicato su Investireoggi.it il 10 ottobre 2012)

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Alberto Corbino è l'autore dei blogs: https://labuonaeconomia.wordpress.com ; http://ventanillas.wordpress.com ; http://italiain3b.wordpress.com http://edabpm.wordpress.com . Per ulteriori info, visitare la pagina: "l'autore di questo blog"
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