Terra dei fuochi: oltre l’allarmismo, contro l’eutanasia dell’agricoltura campana

Circa 14 anni fa discussi la mia tesi di dottorato al Dipartimento di geografia dell’Università di Padova intitolata “I crimini ambientali: punta dell’iceberg dell’antimondo geografico”. Al di là del titolo complicato, la tesi ivi sostenuta è che vi era un territorio molto fertile, in Campania, dove la legge sembrava sospesa e dove un gruppo di criminali agiva da anni indisturbato, inquinando, edificando, interrando rifiuti, proprio come i narcos stavano facendo in alcune regioni della Colombia (all’epoca la nazione più pericolosa dopo l’Algeria della guerra santa) perpetrando altre tipologie di crimine.
Ho voluto ricordare questo dato del passato non per vantare un primato – che non esiste – ma per evidenziare come le problematiche del traffico di rifiuti tossici in Campania fossero note anche a chi, come me a quell’epoca, semplicemente ponesse una minima attenzione ai rapporti di Legambiente o andasse a parlare con chi in quei territorio lavorava, lottava, soffriva. Nessuna scienza infusa, nessuna dote investigativa particolare.

A Napoli ieri, una partecipata manifestazione contro il “Biocidio”, organizzata dal comitato “Fiume in piena” ha ricordato a tutti la tragedia della Terra dei Fuochi, le battaglie di don Maurizio Patricello, del medico Antonio Marfella, di chi anni fa ideò il sito di denuncia e censimento “Laterradeifuochi.it”, dei comitati cittadini figli dei tanti morti in questa strage silenziosa. Il settimanale L’Espresso ha appena pubblicato un’inchiesta del governo USA su questi temi, sollecitata dalle truppe che vivono all’ombra del Vesuvio.

E’ giusto denunciare. Perché è proprio a causa silenzio (omertà?) della popolazione e dalla sordità delle istituzioni (ricorderei su tutti l’imbarazzante e recente domanda del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano “perché si chiama Terra di Fuochi?”) che questo crimine contro l’umanità è potuto durare vent’anni e più. E’ giusto che l’Italia senta come sua e faccia sua questa tragedia, e non solo per solidarietà umana, ma perché da quella terra partono ortaggi per tutta Italia e anche oltre, come alcuni approfondimenti dei media (le Iene – come spesso accade!!! – prima di tutti) hanno saputo appurare.

Ma è anche giusto distinguere, andare oltre l’allarmismo, essere rigorosi nel raccogliere e restituire informazioni. Perché quando si parla di Terra dei Fuochi o di Campania in genere, le cifre volano  impazzite nell’etere, creando panico e confusione nei consumatori. E il problema non riguarda solo questa regione, non solo il Sud. Perché se è vero che, come stimato da Coldiretti, il 18% della superficie agricola campana è inquinato, è pur vero che, in questa triste classifica, troviamo subito dopo Lazio, Sardegna, Piemonte.

E allora l’agricoltura italiana ha bisogno – SUBITO –  di chiarezza e di un approccio nuovo.Chiarezza significa caratterizzazione dei suoli, perché all’interno di queste aree sotto accusa vi sono livelli  e fonti diverse di inquinamento, e vi sono anche tanti produttori onesti che hanno superato e continuano a superare gli accertamenti dell’Agenzia per l’Ambiente, del NOE dei Carabinieri, e dei seri certificatori ambientali che attribuiscono il marchio “biologico”. E tracciabilità dei prodotti utilizzando le nuove tecnologie digitali. E informazione del consumatore, fino alla nausea.

Approccio nuovo significa sperimentare  nuovi rapporti commerciali tra produttori e consumatori, perché la filiera è troppo lunga e presenta troppe zone d’ombra. Una soluzione potrebbe essere l’Agricoltura Supportata dalla Comunità, sperimentata con successo negli Stati Uniti, in Giappone e altrove in Europa, di cui ho scritto in qualità di direttore della formazione dell’Università della Cucina Mediterranea – UCMed (http://www.ucmed.it/2013/11/08/lagricoltura-supportata-dalla-comunita-community-supported-agricolture/).

Sintetizzando, e spero non banalizzando, per l’Italia in generale e per la Campania in particolare il problema è che non siamo più a dieta… mediterranea: stiamo dimenticando il valore aggiunto enorme che la nostra buona agricoltura ci può dare in termini di export, di ristorazione e di salute. Anche questo è un tema che ho approfondito sul sito di UCMed (http://www.ucmed.it/2013/11/18/la-campania-non-e-piu-a-dieta-mediterranea/).

*pubblicato il 18 novembre 2013 sul portale: investireoggi.it

Advertisements

Informazioni su albertocorbino

Alberto Corbino è l'autore dei blogs: https://labuonaeconomia.wordpress.com ; http://ventanillas.wordpress.com ; http://italiain3b.wordpress.com http://edabpm.wordpress.com . Per ulteriori info, visitare la pagina: "l'autore di questo blog"
Questa voce è stata pubblicata in Attualità, cattiva economia, cibo e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...