Propositi di buona economia per l’anno nuovo

Harlem Tube, NYC (foto: A. Corbino, 2010)

Una notizia riportata oggi sui principali quotidiani italiani mi fornisce l’occasione di parlare di “buoni propositi di buona economia” per il 2011. Pare che negli USA, dove ogni iniziativa, per quanto banale o casereccia che sia, dotata di un perfetto slogan diventa comunque notizia planetaria, alcuni cittadini abbiano deciso di “vivere con 100 cose”, di fare “minima addizione e massima sottrazione”. Un’operazione di downsize, cioè di decrescita, di liberarsi dal superfluo che in Italia si sta sperimentando da molti anni e con successo  – evidentemente non mediatico!. E’ difatti già nel 1993 (quasi 20 anni!) “Beati costruttori di pace” lanciarono la campagna “Bilanci di Giustizia” (www.bilancidigiustizia.it) in cui si invitavano le famiglia a modificare i loro consumi e il loro agire economico secondo giustizia, cioè dando il giusot valore alle cose, comprese quelle che si perdevano (ad esempio: il non vedere crescere i propri figli in nome di maggior guadagni). Negli USA stanno finalmente cominciando a fare “educazione ai consumi e al credito, anche se, per quanto concerne questo secondo aspetto, i media riportano solo la volontà a “vivere entro i limiti del proprio reddito”, mentre non fanno riferimento agli aspetti di risparmio etico-solidale – fondamentali per chiudere il cerchio in coerenza – come le Mag o Banca Etica in Italia. Né si menzionano il risparmio energetico o la qualità dei consumi. Tant’è.. speriamo che almeno questa nuova moda a stelle e strisce serva a far riflettere e diffondere questa iniziativa, e che negli USA tutti mettano il downsizing tra i buoni propositi per l’anno nuovo; pare che “il 77% degli americani di ogni età si dice convinto che per migliorare la qualità della vita oggi le relazioni con gli altri esseri umani sono più importanti del benessere materiale”.  In Italia, mi piacerebbe che questi potessero essere i nostri buoni propositi di buona economia (scegliete voi il livello di impegno – MIN o MAX).

Consumi 1:  MIN = Spendere meglio (ad esempio: bio, commercio equo, made in Italy, filiera corta)  MAX : Cercate di aderire o create un GAS (Gruppo di acquisto solidale) – www.retegas.org  Consumi 2: MIN = Riparare un oggetto che volevate sostituire –       MAX = Fare del recupero un hobby

Ambiente 1/Mobilità: MIN = Car sharing e mezzi pubblici  MAX =  Mezzi pubblici e andare a piedi/bici  Ambiente 2/Rifiuti: MIN = fare correttamente differenziata         MAX = produrre meno rifiuti (ad es: compostiera in giardino!)  Ambiente 3/Energia: MIN = sostituire tutte le lampadine di casa con quelle a basso consumo; spegnere luci   MAX = Pannelli solari, fotovoltaici; isolamento abitazione. Ambiente 4/Acqua: MIN = chiudere i rubinetti, mettere i diffusori; bere l’acqua del rubinetto! MAX = lottare per l’acqua pubblica.   Ambiente 5/ Verde: MIN = piantare semi e trapiantare alberi, in giardino o nei parchi pubblici!   MAX = fare guerrillagardening (giardinaggio libero d’assalto) – http://www.guerrillagardening.it

Solidarietà locale 1. MIN = Interessatarsi al vicinato.  MAX = Fare volontariato presso una casa di riposo, un ospedale pediatrico   Solidarietà locale 2. MIN = fermatevi a chiacchierare e donate il vs superfluo agli extracomunitari   MAX = inviate alla vostra tavola uomini e donne extracomunitari.   Solidarietà internazionale. MIN = donate a una Ong di cui vi fidate. MAX = Adottate e fate volontariato per una Ong di cui vi fidate

Credito. MIN: prendete informazione sull’etica e la politica delle vs banche (www.banchearmate.it)  MAX: spostate i vostri risparmi su istituti che abbiano più a cuore l’economia locale e i vostri valori (Mag, BCC, Banca Popolare Etica, EtiCredito)

Finanza. MIN: pretendete lo scontrino/ricevuta fiscale ad ogni acquisto MAX: denunciate gli evasori (117) e anche gli sprechi di denaro pubblico

Letture. MIN: leggere i libri di Altreconomia (www.altreconomia.it) MAX: abbonatevi a Valori, rivista di economia solidale e finanza etica (www.valori.it)

Turismo. MIN: visitate i borghi interni, quelli meno conosciuti d’Italia; alloggiate in piccole strutture gestite a livello locale. MAX: informatevi sul Turismo Responsabile e come praticarlo (www.aitr.org).

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Isole n° 4: il buon regalo

Natale a Napoli (foto A. Corbino, 2009)

Il racconto. “Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi.” Charles Dickens, A Christmas Carol, 1843

Il mare tempestoso. C’è poco da dire. A quelle sue parole forse non credeva neanche Dickens, e di certo non sembrano crederci oggi tutte quelle persone per cui Natale non è più gesùbambino, con la sua nascita carica di simbolismo, ma è invece babbonatale, con la sua panciona da grande obeso, la sua slitta carica di pacchi infocchettati. Natale è il momento dela follia collettiva, della corsa al superfluo, dello spendere per dimostrare, per ricambiare non si sa cosa. Sarebbe bello, per una volta, arrivare al 25 dicembre dicembre, incontrarsi con chi si vuole davvero incontrare, e dirsi: il mio regalo a te è il mio tempo, la mia sincerità, le mie notti insonni assieme a te, la mia spalla per piangere e per ridere, oggi e per i giorni che verranno. Una sorta di promessa matrimoniale formato famiglia. Vero è che scambiarsi doni è comunque un bel gesto… e forse è davvero “culturalmente irrinunciabile” per molti. Lo comprendo: ma, se allora regalo deve essere, che almeno “buon regalo” sia.

Le isole del buon regalo. Per una volta, le isole possiamo essere noi, orientando la nostra spesa natalizia. Il che, è importante sottolinearlo, non significa fermare l’ecnomia, ma orientrala verso un sentiero di responsabilità e sostenibilità: i soldi che spendiamo vanno a beneficio di produttori a noi vicini, non inquinano, danno ossigeno ai saperi locali. Con i nostri soldi possiamo, più o meno direttamente, addirittura far rivivere borghi abbandonati, tradizioni dimenticate,  incoraggiare chi caparbiemente si sotna a coltivare la terra e a pascolare pecore nell’era della globalizazzione. Facciamo quindi regali intelligenti. Cosa acquistare dunque? Prodotti tipici: appena potete, invece di andare ad accalcarvi nelle strade del centro, fate una scampagnata alla scoperta degli angoli nascosti della nostri regioni, scrigni senza fondo di diversità culturale. Mangiate in una trattoria tipica e ritornate con vino, olio d’oliva, miele, salumi, formaggi e artigianato artistico. Ecco pronti, con l’aggiunta di un piccolo ed economico fiocco, graditissimi regali (a volte, specie sotto Natale, è possibile avere piccoli  fiere di prodotti locali proprio sotto casa vostra). Prodotti del Commercio equo e solidale: caffè, zucchero cioccolata e artigianato proveniente dai Paesi del sud del mondo i cui prezzi sono decisi all’origine dai produttori riuniti in piccole cooperative (vi spiegherò tutto con calma prossimamente; per ora: fidatevi!). In alternativa scovate qualche negozio di prodotti biologici italiani, che fanno bene alla salute e alla natura. Regalate soggiorni in agriturismo e viaggi in genere, perchè il viaggio è conoscenza (evitate possibilmente quelli organizzati, poi vi spiego!). E poi: acquistate parole e musica: concerti o buoni dischi e buoni libri rilassano, aprono la mente, danno emozioni. Oppure abbonamenti a riviste e periodici di informazione utile (!). Tutte cose di cui abbiamo un grande bisogno. E approfittatene voi stessi per regalarvi musica che non ascoltate e libri che non leggete. In più un consiglio, trasversale a tutti quelli di prima: cercate di evitare di acquistare articoli con troppi imballaggi (come l’indistruttibile polistirolo) e di usare tonnellate di carte e nastri per impacchettare i regali. I regali sono come le persone: conta il contenuto, non il contenitore. E poi di spazzatura ce n’è già troppa (io scrivo da Napoli, la cosa è terribilmente seria!). Per finire due regaloni. Uno molto impegnativo, ma è il migliore che ci sia: adottate un bambino a distanza (ma attenzione a chi affidate i vostri soldi, perdete un po’ di tempo ad approfondire). O almeno, se non ve la sentite, regalate “donazioni” a associazioni e organizzazioni serie, di quelle che cercano davvero di rendere il mondo un posto più accettabile (Amnesty, Mani Tese, Emergency, Greenpeace,… ce ne sono molte: cercate di conoscerle e.. adottatele!). Il secondo, non costa nulla ma fa bene a molti: regalate silenzio. Un bene preziosissimo e sempre più raro, soprattutto nelle nostre città.

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Isola n.3: la buona edilizia nel mare della speculazione

 

Mare negato e abusivi edilizi a Castelvolturno (foto: A. Corbino, 2008)

Il racconto: “Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa di tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e del porto… tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti si infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e d’alberghi verdi come un bosco.. ora più nulla: non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro” (Italo Calvino, La speculazione edilizia, 1963)

Il mare tempestoso. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera (3 dicembre 2010) riprende la denuncia dell’archeologo Salvatore Settis (già direttore della Scuola Normale di Pisa) nel libro Paesaggio, Costituzione, Cemento (Einaudi).  In Italia “negli anni tra il 1991 e il 2001 l’Istat registra un incremento delle superfici urbanizzate del 15%, ben 37,5 volte superiore del modesto incremento demografico degli stessi anni (0,4%), mentre negli anni successivi l’incremento delle superficie edificata è stato del 7,8%”. Come dire: la speculazione edilizia non è giustificata dall’incremento demografico. “Tra il 1990 e il 2005, la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) si è ridotta di 3 milioni 663 mila ettari, un’area più vasta delle somma di Lazio e Abruzzo: abbiamo così convertito, cementificato o degradato in 15 anni, senza alcuna pianificazione, il 17.06% del nostro suolo agricolo… Ogni giorno vengono cementificati 161 ettari di terreno (251 campi di calcio!)”. Di questo dovremmo ricordarci quando le inondazioni ricoprono in poche ore (come avvenuto di recente in Veneto e in provincia di Salerno) strade, città ed aziende; quando le montagne vengono giù in pochi attimi, seppellendo vite ed economie, come a Sarno nel 1998 o nel messinese nel 2009. Pertanto la polemica sul cambiamento climatico  è sterile, e non porta a niente perché riguarda il futuro; a noi deve interessare soprattutto il presente, dove esistono alcuni dati di fatto: “il quadro degli impatti previsti risulta particolarmente critico per l’Italia, che soffre peraltro di condizioni di dissesto idrogeologico del territorio che compromettono la capacità di rigenerazione delle sue risorse, nonché la sua capacità di mitigare gli effetti di eventi climatici estremi… In generale, il clima italiano sta infatti diventando più caldo e più secco, in particolare nel Sud, a partire dal 1930. Nello stesso tempo, in tutta l’Italia settentrionale, l’intensità delle precipitazioni è andata crescendo negli ultimi 60-80 anni, con un aumento del rischio di alluvioni in questa regione, in particolare nella stagione autunnale quando il rischio di alluvioni è massimo..” (fonte: ISPRA, Ministero dell’Ambiente). Quindi: non si può continuare a cementificare, ad aggiungere superfici e cubature inutili alla nostra penisola, in cui il 70% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Non si può continuare con la logica dell’emergenza: costa troppo in termini economici ed etici. Si deve, invece, risanare il territorio, riqualificare e ristrutturare gli edifici esistenti: l’edilizia e l’economia possono ripartire anche da qui! O, laddove non se ne possa fare a meno, bisogna costruire secondo buon senso, usando criteri di ecocompatibilità e bio-ediliza. Il costo di costruzione sarà maggiore? No, se a questi costi delle 4 mura di cemento tirate su in fretta saremmo poi costretti ad aggiungere quelli per il risanamento del territorio, per i danni alle aziende, per i morti inutili. Nell’analisi costi benefici, la buona economia deve metter in conto tutti i costi, compresi i potenziali danni e vantaggi.

Le isole di buona economia. Per fortuna, in questo campo sono diverse le isole di buoneconomia emerse grazie al buon senso e al genio italico. Ve ne segnalo alcune di certo degne di nota. 1. Il Paese – albergo. Invece di costruire nuove e decontestualizzate  strutture turistiche (spesso veri e propri ecomostri), alcuni avveduti amministratori locali hanno stretto partnership con imprenditori responsabili per promuovere il recupero di centri storici e di borghi antichi a fini turistici, trasformandoli appunto in Paesi Albergo. I luoghi non sono così nè deturpati, nè snaturati, perchè la “comunità originaria” continua a fare la sua vita in loco. Anzi, i progetti più sostenbili sono proprio quelli in cui la popolazione locale viene coinvolta nell’investimento e la gestione del PA. Ve ne sono in tutta la penisola, cercateli!  2. L’ecovillaggio di Pescomaggiore. A volte non si può fare a meno di costruire, come dopo un terremoto. Così, dopo la tragedia dell’Aquila del 6 aprile 2009, un gruppo di cittadini si sono rimboccati le maniche e, con il supporto volontario di geometri e architetti  hanno costruito 7 villette eco-sostenbili, integrate nel territorio e sicure, con pochissime risorse economiche (esclusivamente donazioni private). 3. L’auto-costruzione. L’idea viene dal nord Europa, e da qualche anno l’associazione Alisei supporta progetti di auto-costruzione in molte regioni italiane: Le amministrazioni offrono pratiche burocratiche semplificate e sussidi e alcune banche attente al territorio (ne parleremo in un altro post) fanno crediti agevolati. ci si mette insieme con amici, immigrati, o futuri vicini di casa. E la casa si costruisce collettivamente, lavorando il fine settimana e nelle feste. Si arriva così ad abbattere i costi fino al 40%, si sfugge agli speculatori e si instaura, da subito, un clima di buon vicinato, integrazione e solidarietà, necessario a qualsiasi comunità.

Letture e links utili. Libri su cemento selvaggio: F. Erbani, L’Italia maltrattata, Ed. Laterza, 2003; Links: 1) Ecovillaggio in Abruzzo =http://eva.pescomaggiore.org ; 2) Autocostruzione = http://www.alisei.org/italia/autocostruzione.html

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Isola n.2: le “isole rifiutizero” nel mar di monnezza

Napoli, lungomare dei rifiuti, un giorno qualsiasi (foto A. Corbino, 2010)

Le isole rifiutizero nel mar di monnezza.

Il racconto. “La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni… Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio… Più che dalle cose che ogni giorno vengono comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove… Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso…Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città si espande e gli immondezzai devono arretrare più lontano. .. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula… Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo.. più cresce in altezza più incombe il pericolo di frane… e una valanga di scarpe spaiate, di calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere… Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo,  estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stessi, allontanare i nuovi immndezzai”. (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972).

Il mare tempestoso. E’ quello, ad esempio, dell’emergenza rifiuti a Napoli.  Tre precisazioni: 1) i rifiuti urbani non sono un problema, almeno nei Paesi ricchi civili (la cosa a volte non coincide). Dal punto di vista economico sono semplicemente la fase finale di processi economici che vedono i prodotti nascere, essere utilizzati e infine morire; questa fase finale viene gestita, per convenzione, non più dalle industrie che fabbricano, ma dalle amministrazioni locali dove vivono i consumatori. In alcuni posti, quali le grandi metropoli del sud del mondo o Napoli, Palermo (e forse presto anche Roma e altre se non si prendono provvedimenti) la politica non è stata capace di assolvere in maniera corretta a questo rodinario compito, creando i disastri che ben conosciamo. 2) quando si parla di problema rifiuti in Campania bisogna ricordare che  è una grande regione e che molte aree sono da questo punto di vista virtuose (BN, AV, alto casertano, Cilento, penisola sorrentina..). Generalizzare sarebbe fare un enorme torto a quelle amministrazioni e quelle comunità che hanno sempre lottato per l’integrtà dei loro terriotori, delle loro produzioni tipiche, ecc. 3) E’ necessario separare l’emergenza rifiuti urbani (di cui ci occupiamo in questo post), più vistosa e visibile, dalla tragedia del traffico dei rifiuti industriali seppelliti illegalmente e impunemente per oltre 30 anni nelle campagne tra Napoli e Caserta. Purtroppo le indagini delle autorità inquirenti portano alla luce discariche di morte anche in altre province (in Umbria, Piemonte, Liguria..), e spesso nei pressi di impianti industriali (altro che responsabilità sociale d’impresa). Questa tragedia non va dimenticata ma, al contrario, va ulteriormente approfondita e indagata (a tal proposito si consiglia la visita al sito:  http://www.laterradeifuochi.it/).

Le isole di buona economia. I rifiuti urbani mal gestiti causano spreco di denaro pubblico, alta conflittualità sociale, sfiducia nelle istituzioni, danni diretti ed indiretti agli altri settori economici (turismo, agricoltura,..). Invece trattare in maniera corretta i rifiuti urbani è una politica grazie alla quale tutti vincono: i cittadini (che vivono in un ambiente sano, e a volte, pagano meno tasse sui rifiuti); l’amministrazione (che spende meno per il conferimento dell’indifferenziato e guadagna dalla vendita del materiale differenziato) e ha più risorse per rispondere ai bisogni delle comunità; le aziende che utlizzano il materiale riciclato; l’occupazione, perchè con il denaro risparmiato si possono stipendiare nuovi addetti in quello o in altri settori; l’ambiente, più vivibile e privo di rischi gravi (come l’inquinamento dei corsi d’acqua). Esistono in tutta la penisola, a Nord come a Sud, numerosi esempi di Comuni (medi e piccoli) che si sono votati all’obiettivo rifiuti zero, cioè ad adottare una strategia che punta gradualmente a ridurre i rifiuti urbani tendendo allo zero, appunto. E’ una strategia che mira prima di tutto a NON produrre rifiuti, e solo in un secondo momento a raggiungere altissime percentuali di raccolta differenziata di ciò che viene “rifiutato”. Il cerchio non deve solo chiudersi ma restringersi: un rifiuto non prodotto è un rifiuto che non va smaltito! Il più noto caso in Italia di isola a rifiutizero è il Comune di Capannori (Lucca): negli ultimi 3 anni ha ridotto di oltre il 20% la produzione totale dei rifiuti (- 0,45% pro capite) che nel periodo precedente faceva invece segnare un + 5% annuo; la percentuale di raccolta differenziata è giunta all’82% (è il terzo Comune virtuoso a livello regionale). Proprio a Capannori è stata inaugurata in questi giorni la prima compostiera collettiva a uso pubblico del territorio comunale e la prima in Italia, che è stata collocata alla mensa comunale, situata proprio alle spalle della sede del Comune. La macchina ‘mangiarifiuti’ trasformerà in compost di qualità gli scarti di cucina e dei pasti.

Esiste una serie di network di enti pubblici e privati, a livello nazionale, europeo ed internazionale per identificare strategie volte ad ottenere zero rifiuti: ne riporto di seguito i principali.

Fonti e Links utili: 1) http://www.zerowasteeurope.eu/ 2) http://www.arcplus.org     3) http://www.comunivirtuosi.org/index.php/strategia-rifiuti-zero                                         4) http://www.rifiutizerocampania.org/

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Isola n.1: il Last Minute Market nel mare dello spreco alimentare

Il racconto.Insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi ti prende un’invidia, un crepacuore, e non resisti più. Allora Marcovaldo, dopo aver raccomandato alla moglie e ai figlioli di non toccare niente, girò veloce a una traversa tra i banchi, si sottrasse alla vista della famiglia e, presa da un ripiano una scatola di datteri, la depose nel carrello. Voleva soltanto provare il piacere di portarla in giro per dieci minuti, sfoggiare anche lui i suoi acquisti come gli altri, e poi rimetterla dove l’aveva presa. Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, 1963).

Il mare tempestoso. Negli ultimi 35 anni lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%, mentre il numero di persone sovrappeso ha raggiunto quello delle persone denutrite: 1 miliardo, il che significa che 2 miliardi di persone, circa il 30% della popolazione mondiale, o mangia troppo poco o mangia troppo e male. Negli USA il 25% degli alimenti perfettamente commestibili viene distrutta; anche in Svezia, paese simbolo del buon equilibrio tra welfare e mercato, ogni famiglia getta via il 25% del cibo acquistato. In Italia lo spreco di prodotti ancora commestibili è di circa 20 milioni di tonnellate, pari a un valore di mercato di 37 miliardi di €, pari a circa 3% del PIL! Il che significa che ogni anno ogni famiglia getta via il 10% della spesa mensile, pari a 515 euro/anno: il 39% di prodotti freschi (latte, uova, carne, yoghurt,..), il 19% del pane, il 9% di affettati, il 4 % della pasta, il 17% di frutta e verdura.

L’isola di buona economia. Il Last Minute Market (LMM) nasce come riflessione e approfondimento dei corsi di Economia Agro-alimentare tenuti dal prof. Andrea Segrè presso la facoltà di Agraria di Bologna a partire dal 1998-99. Oggi è uno spin-off ( = gemmazione) universitario con oltre 40 progetti attivi in 12 regioni italiane e in Sud America. Questo significa oggi avere un network solidale formato da soggetti pubblici (ASL, Municipalizzate, Agenzia delle Entrate) e privati (imprenditori, terzo settore, volontariato) che, sui diversi territori, agiscono sue due fronti: a) riduzione dello spreco presso i punti vendita della GDO (Grande Distribuzione Organizzata); b) laboratori ambulanti sul territorio che raggiungono piccoli negozi, panettieri, mercati all’ingrosso. Nel 2007 si è avuta l’approvazione della cosiddetta legge antispreco (L. 244/2007), che ha permesso di incentivare la donazione di beni non alimentari. LMM fornisce i servizi capaci di permettere la riduzione dello spreco e del suo riutilizzo, facilitando l’incontro e il contatto diretto tra chi produce le eccedenze o gli invenduti e chi li può consumare. La rete di soggetti che si forma sul territorio rappresenta un ulteriore valore aggiunto: il bene invenduto, pur avendo il suo valore originario, acquista altri due valori: quello socio-assistenziale e quello di relazione/legame. E’ stato sviluppato un modello efficace ed efficiente dal punto di vista economico, capace di non appesantire la logistica dei donatori e ridurre al minimo i costi dei beneficiari. Se tutti i punti vendita italiani aderissero LMM, si potrebbero recuperare oltre 240 mila tonnellate di alimenti, per un valore di circa 930 milioni €, distribuendo oltre 580 milioni di pasti all’anno (il che equivale a 3 pasti al giorno per 636 mila persone)! Oggi LMM si articola in diverse attività che coinvolgono vari settori: il commercio, il campo, il catering, la farmacia, il libri…. tante isole di buona economia, appunto!

d) Fonti e links utili. 1) FAO: SOFA – State of Food and Agricolture 2009; www.fao.org 2) Segrè A., Cirri M.: Dialogo sullo SprEco, Corvino Meda Ed., 2010; www.lastminutemarket.it

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Gli equivoci dello sviluppo sostenibile

Murale al Sektor3, Wroclaw, Polonia (foto, A. Corbino, 2010)

Viviamo nell’epoca dell’aspirazione allo sviluppo sostenibile (una delle espressioni più abusate ed equivocate del millennio). Difatti per alcuni, Unione Europea inclusa, raggiungere uno sviluppo economicamente giusto, socialmente equo e rispettoso dell’ambiente è un obiettivo a cui aspirare con tutte le forze. Per altri, tra cui gran parte del mondo industriale, è un’utopia irrealizzabile perché fortemente limitante della sacra legge della crescita a tutti i costi, nonché del mercato e della concorrenza, ormai globale. Per altri ancora questo concetto è un ossimoro (come può essere sostenibile qualcosa che si sviluppa in un sistema chiuso? ci si chiede) ed è concettualmente già superato dalla decrescita o altri concetti che richiamano a una totale inversione di tendenza.

Lo sviluppo sostenibile (SS) trova, nella teoria come nella pratica, un numero consistente di definizioni, quasi tutte con una propria ragione di essere e fondatezza scientifica. Come riporta Serge Latouche (2005) “già nel 1989 John Pezzey della Banca Mondiale, censiva 37 accezioni differenti del concetto di sustainable development. Il rapporto Brundtland (World Commission 1987) ne contiene la bellezza di sei. F. Hatem che nello stesso periodo ne repertoriava sessanta, propone di classificare le teorie principali in voga sullo sviluppo durevole in due categorie, ecocentriche e antropocentriche..”.

In questa sede si è scelto di: non dare una definizione di cosa sia lo SS, ma invece di definire cosa non sia, evidenziando i principali equivoci nati attorno al suo vero significato, e alla sua applicazione, che da tali equivoci è stata senza dubbio penalizzata. Come uno scultore che toglie materia intorno all’idea di statua che ha in mente, così faremo noi evidenziando tre equivoci principali, per arrivare alla definizione di SS.

1) L’equivoco della sostanza. In che consiste lo SS? Il primo equivoco è dunque quello della sostanza. Quando, nel 1987, fu pubblicato dalla Nazioni Unite il cosiddetto Rapporto Brundtland, redatto dalla World Commission on Environment and Development, quello che consegnava ai posteri la madre di tutte le definizioni – lo sviluppo sostenibile appunto – il mondo viveva, come oggi, a diversi livelli di sviluppo e di consapevolezza delle problematiche dello sviluppo. Era l’epoca di un globo ancora non completamente globalizzato, ma già unito, tra l’altro, dalla inconsapevolezza o delle cecità verso i costi sociali e ambientali a cui i modelli produttivi, a quell’epoca dominanti, stavano progressivamente conducendo. Vi era quindi una forte necessità di contrapporre i valori dell’ecologia a quelli dell’economia a tutti i costi.

Sarà per questo che in molti Paesi, Italia in testa, lo SS fu interpretato come una nuova e potente (grazie al marchio Nazioni Unite) bandiera dell’ecologismo. Quasi come se il Rapporto Brundtland fosse esso stesso un trattato di ecologia, e non invece un’affermazione di principi di politica economica orientata, quello sì, alla sostenibilità.

Ma il Rapporto Brundtland sostiene altro in realtà. Lo SS come development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs – sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni – questa la definizione più nota – si basa difatti su due concetti chiave: il soddisfacimento dei bisogni (di tutti, ma in particolare “del povero”) e l’idea dei limiti imposti da tecnologia e organizzazione sociale sulla capacità di un ambiente (inteso come territorio/nazione/regione/comunità) di soddisfare questi bisogni presenti e futuri. Questi sono concetti propri dell’economia e non dell’ecologia. Ciò che dice il rapporto, nella sue note preliminari, è che bisogna trovare questa strada per soddisfare i bisogni di tutti (e quindi si fa ricorso ad un altro concetto economico: l’equità) soprattutto agendo su tecnologia  e organizzazione sociale (ancora una volta concetti chiave dell’economia).

La sostanza dello sviluppo sostenibile è quindi ben più complessa. Non una formula certa da ripetere a memoria ogni volta, ma, all’opposto, un delicato equilibrio da ricercare con abnegazione di volta in volta, il risultato della equa sovrapposizione di tre fattori di sviluppo: economia, ambiente e società; o, secondo altri, addirittura del bilanciato intrecciarsi di tre processi di sviluppo: sviluppo economico, sociale e ambientale.

L’Agenzia governativa UK Maritime and Coastguard Agency  sintetizza come in uno Stato Sostenibile il risultato dell’incrocio delle tre variabili debba essere: a) la salubrità nel rapporto tra ambiente e società; b) la giustizia nei rapporti tra società e economia; c)l’efficienza nei rapporti tra economia e ambiente (quindi l’ambiente è una risorsa economica, che deve essere utilizzato in maniera efficiente, cioè non sprecata o danneggiata).  In Italia, come altrove, l’attenzione maggiore è stata posta sulla variabile ambientale che non su quella economica e sociale, semplificando il senso invero complesso della sua anima, con il risultato di renderlo spesso inattuabile.

Inoltre ci si è spessi dimenticati dell’aspetto dinamico dello sviluppo sostenibile, cioè l’essere un processo di processi che va costruito lentamente, lavorando alla edificazione di un solido sistema di riferimento. Se era forse impossibile pensare di travasare lo sviluppo sostenibile in territori culturalmente arretrati come l’Italia di venti anni fa, era invece doveroso auspicare in quei luoghi l’inizio di un lento processo che garantisse l’applicazione di tale processo e la sua misurabilità. Cosa che, in  generale, non è avvenuta.

2) L’equivoco della coerenza. Siamo o non siamo europei? Perseguire lo sviluppo sostenibile è una questione di coerenza europea. Se il processo costituente europeo fosse proceduto a passo spedito e si potesse parlare di una nazione europea e non solo di un processo in perenne costruzione, avremmo oggi potuto parlare anche di equivoco delle necessità dello sviluppo sostenibile. Ma, comunque lo si voglia chiamare, la sostanza non cambia: l’indirizzo della sostenibilità è parte fondamentale e integrante delle politiche di sviluppo della UE. Non è, invece, un accessorio, un’opzione di cui si può fare a meno. La stessa Commissione Europea (2003) ha sottolineato che “…per molti versi il concetto di sviluppo sostenibile resta sfuggente. Talvolta i politici lo interpretano erroneamente come un nuovo modo di presentare la politica ambientale, spesso senza collegarlo ai pilastri economico, sociale e ambientale e trascurano la necessità di porre le tre dimensioni su uno stesso piano. Nondimeno, le nostre prospettive economiche e sociali di lungo periodo dipendono moltissimo dalla capacità di considerare l’ambiente come una componente fondamentale della politica economica e sociale”. E qui sta quindi il nocciolo del primo equivoco: in Italia, come altrove, la maggior parte dell’attenzione fu focalizzata, per esigenza di semplificazione o per opportunità contingente, sull’ecologia, fino a costruire una sorta di processo identificativo.

Se si è Europei, in breve, bisogna essere convinti sostenitori e applicatori delle sue strategie e delle sue regole, adattandole con buon senso alla propria realtà. Lo SS, declinato anche nei Piani d’Azione Ambientale, è una di queste strategie. E le Regioni, nei principi ispiratori della loro programmazione, lo hanno in teoria confermato.

Esiste, collegata alle strategie europee, anche una coerenza basabile sulle assunzioni di responsabilità nei confronti della più ampia arena internazionale, costituita dalle diverse convenzioni internazionali che la Repubblica Italiana ha ratificato, impegnandosi così al raggiungimento di determinati risultati, come il protocollo di Kyoto.

E’ inoltre necessario trovare a) una coerenza temporale: In quanto processo culturale, lo SS, per poter essere applicato, ha bisogno difatti di una programmazione di lungo periodo. Le politiche settoriali (di cui la sostenibilità – lo abbiamo detto – è parte integrante) come la politica energetica, sui trasporti, vanno quindi approvate con questa caratteristica di lungimiranza politica. Non è invece possibile che i processi di sviluppo siano subordinati alle ragioni partitiche e alla presa e all’esercizio del potere di questa o quella maggioranza politica, così come avviene in Italia e nella regioni italiane e che quindi le decisioni strategiche cambino rotta (a volta in maniera radicale) a seconda di chi governa.  E b) Coerenza di scala. Quando impegni presi a livello nazionale vengono declinati su scala regionale e locale, bisogna lavorare per aumentare la coerenza e diminuire la conflittualità che spesso suscita l’intervento locali.

3) L’equivoco dell’essenza. Qual’è la vera essenza della sostenbilità? Bisogna infine chiarire il terzo equivoco, a proposito dell’essenza dello SS. Per farlo, ci occorre ampliarne la definizione e muovere da quella. Ci si deve riferire, pertanto, ad una quarta dimensione della sostenibilità: quella istituzionale ed organizzativa (Valentin A. & Spangenberg J., 1999).

In pratica la quarta dimensione è la capacità del framework istituzionale di condurre una comunità sul sentiero della sostenibilità, secondo la direzione indicata dalle strategie europee declinate sul territorio. E’, per dirla con il popolo boliviano (Johannesburg, 2002) la spina dorsale della sostenibilità politica: la Institutionality o, se si preferisce, la governence, la buona governance, perché è legittimata dal basso all’alto e dal dentro al fuori. Un framework istituzionale sostanzialmente concepito come il sistema di riferimento all’interno del quale si svolge la vita di una comunità, ovvero dei soggetti che contribuiscono a delimitare il framework stesso: parte pubblica e parte privata, comunità amministrante (le istituzioni) e comunità amministrata (i cittadini, le imprese, le associazioni di cittadini e di categoria) interagiscono in una continua sperimentazione (orientata all’evoluzione) alla ricerca del migliore sistema possibile (nella nostra interpretazione: la sostenibilità ambientale, sociale, economica). Seguendo questa idea, è ipotizzabile che per portare i 3 sistemi in equilibrio, sia necessario costruire una robusta cornice (framework) di riferimento, che leghi tutti gli attori del territorio. A seconda della storia, delle latitudini e delle longitudini, i legami saranno di vario tipo, formali o informali, ma il collante è unico: la fiducia reciproca tra gli attori del sistema.

Per uscir fuori di metafora, perché lo sviluppo sostenibile sia realizzabile, il framework istituzionale deve trovare la sua essenza in una serie di regole condivise e rispettate da tutti gli attori del territorio, o almeno da una percentuale sufficientemente alta da fare un modo che le eccezioni (i comportamenti da free riders, si direbbe in economia) abbiano un peso relativo trascurabile e non diventino la regola. E’ chiaro che questo è un processo lungo e complesso che dipende molto dalla sfera culturale di un popolo e dei luoghi. Ed è una cultura profonda perché attiene alla sfera comportamentale, quella che non si modifica se non dopo che il seme del cambiamento ha messo radici forti. In questo gioco il rapporto di fiducia più importante è tra la gli attori privati (cittadini, imprese, associazioni) e la comunità eletta, le istituzioni.  AC (tratto e riadattato da: A. Corbino “Gli equivoci dello sviluppo sostenibile”, XXII Convegno SISP, Pavia, 2008).

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Ragionare di Economia, Ecologia, Etica.

 

Economia etica: filiera breve al lago d'Averno, Napoli (A. Corbino, 2010)

Il termine economia trova la sua etimologia nel greco: oikos = casa, nomos = legge, la legge della casa. Se ci lasciamo sedurre dall’etimologia, possiamo farci proiettare in una dimensione “domestica” dei rapporti umani ed economici: il clan o il villaggio, in cui i rapporti dovevano, per necessità di equilibri interpersonali, basarsi su equità e giustizia. È interessante a questo punto fare una piccola digressione, ricordando che l’etica (dal greco êthos – costume) è la scienza della morale, cioè delle forme di condotta approvate e stabilizzate nella comunità umana. Per la proprietà transitiva se ne deduce che: quando l’economia era locale vi era una necessità, da parte dell’ l’homo oeconomicus, di comportarsi secondo etica, cioè secondo le regole approvate e condivise dalla comunità in cui viveva. Chi non agiva secondo etica (economica) veniva emarginato dal sistema (economico e sociale); semplificando, etica ed economia finivano per coincidere. E’ chiaro che, con l’ingrandirsi delle comunità e l’espandersi dei confini degli scambi commerciali, questa coincidenza era destinata ad allentarsi, perché – continuando nella semplificazione  – il controllo sociale sull’agire umano perdeva via via forza e valore. Ed è proprio ciò che accade oggi che siamo al tempo del mercato globale.

Gli appelli ad un’economia più equilibrata e giusta, che da più parti arrivano oggi, non sono quindi un elemento di novità assoluta nella storia economica dell’umanità, ma sono piuttosto una reminescenza di sistemi in cui il valore non era (solo) quello del profitto derivato dalla merce/servizio venduto, ma poteva risiedere in tutta una serie di fattori che, invece, per molto tempo, l’economia ufficiale sembra aver messo da parte: la dignità umana e del lavoro, la solidarietà sociale, la crescita della comunità locale e nazionale, il rispetto delle regole.

La difficoltà di relazionare l’ecologia (dal greco oikos = casa + logos = studio) apparirebbe del tutto senza senso, se solo, come suggerisce il buon senso, guardassimo alla natura delle cose e alla saggezza dei padri greci: confrontando l’ etimologia delle parole riscontriamo difatti che ecologia ed economia hanno uno stesso suffisso, eco, oikos, la casa. Non solo: “secondo Donald Worster, il termine ecologia è stato introdotto da Ernst Haeckel – 1866; in precedenza veniva usato il termine economia della natura[1]”.

Il buon senso suggerirebbe quindi che, prima di creare le leggi per la casa (economia), bisognerebbe studiarne le caratteristiche (ecologia). Altrimenti sarebbe è come comprare la mobilia per una casa senza averne prima misurato l’ampiezza delle stanze: il risultato sarebbe disastroso. Ovviamente, riusciamo a ragionare in questi termini perché siamo nel 21° secolo e la scienza ci ha permesso di conoscere alcuni dati su cui basare questi nostri ragionamenti, altrimenti impossibili: a) la limitatezza di alcune risorse naturali e la deperibilità di altre; b) il sistema di regolazione del clima; c) il sistema di funzionamento degli ecosistemi. Dovrebbe essere ormai dato per acquisito (ma è così?!) – come regalo dalle scienze fisiche a quelle sociali  – che l’attività economica si svolge all’interno di un sistema finito che è quello ecologico, che i due sistemi sono pertanto legati da una doppia relazione di input (le materie prime) e output (i rifiuti, gli scarti di produzione) e che quindi il sistema economico non può crescere a dismisura, oltre i limiti fisici del sistema da cui dipende, pena l’autodistruzione (perchè si finisce per intaccare il sistema da cui si dipende). Non era facile invece capirlo quando, con la rivoluzione industriale, si cominciarono a sfruttare le risorse naturali o a inquinarle (e quindi ridurne la quantità e la qualità) ritenendole risorse infinte e, in quanto tali, senza valore economico. AC (tratto e adattato da: A. Corbino, Economia e diritto ambientale per le produzioni marine –  spunti di riflessione, Boopen Editore, 2010)


[1] Siniscalco D. L’ambiente globale tra interdipendenza e incertezza, in Musu I. (a cura di) “Economia e Ambiente”, Il Mulino, 1993, pag. 33.

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La globalizzazione spiegata al mio cane

FantaTanzania, dalla corriera... (foto: A. Corbino, 2010)

Nell’ottobre del 2002 pubblicai La globalizzazione spiegata al mio cane sul mio sito http://www.geografie.it. L’intento era spiegare, in maniera molto semplice e semplificata, cosa significasse nella pratica questa parola tanto abusata, allora come adesso. E’ per me di particolare importanza, inoltre, spiegare quale sia il rapporto tra globalizzazione ed economia e quale ruolo può avere la casalinga di Voghera (o di Agrigento!!) nell’orientare questo inarrestabile processo di “miniaturizzazione” del nostro mondo. Mi è parso giusto lasciare a questo articolo, leggermente rivisto,  il compito di inaugurare il mio nuovo progetto, il blog labuonaeconomia. AC

La globalizzazione spiegata al mio cane, Corbino, 2002

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La buona economia

la buona economia? ... una sottile metafora (foto: A. Corbino, 2009)

Cos’è l’economia? A cosa serve? qual’è la finalità ultima dell’economia? Sono domande che forse ci siamo posti un’infinità di volte; o forse, come spesso accade con ogni concetto con il quale conviviamo dal giorno in cui nasciamo, sono domande che non ci siamo mai posti, perchè… l’economia è un po’ come l’aria che respiriamo, è immanente, è dappertutto e quindi è inutili porsi domande. Eppure… l’economia è la prima responsabilità dell’uomo!

L’economia serve o ad aiutare l’uomo, o a danneggiarlo; è buona o è cattiva. Questa visione manichea dell’economia, cioè di quella cosa che ognuno di noi fa più o meno inconsapevolmente tutti i giorni, la sentì declamare alcuni anni or sono da frate Arturo Paoli con (il solito) tono calmo ma fermo,  durante una delle sue ultime visite a Napoli presso la Ong Mani Tese.  Da quel giorno questa frase ha ispirato e orientato la mia professione di ricercatore e formatore in quello che pomposamente viene da quasi 25 anni definito sviluppo sostenibile, una bella espressione… vuota (!!), a cui occorre invece dare corpo. Il blog labuonaeconomia serve proprio a questo: raccontare e spiegare in maniera semplice gli esempi di buona economia che, nonostante tutto, continuano a nascere e resistere nel Mezzogiorno, in Italia, e in ogni angolo di sud e di nord del mondo. Sono piccoli ma significativi casi, piccole isole in un mare tempestoso, che non sono però utopia bensì realtà tangibili, utili, possibili che necessitano di ponti per diventare arcipelago e rinsaldarsi e costruire massa critica.

Non si tratta di riesumare gli spettri dell’economia pianificata o dell’ambientalismo dei NO a oltranza. Si tratta piuttosto di suggerire le vie per trovare un equilibrio tra un capitale in grado di produrre benessere diffuso e occupazione durevole, uno stato efficiente che gestisca welfare, e la conservazione di un ambiente (urbano e naturale) sano. E’ un discorso che ha poco a che fare con formule matematiche e grafici e che, invece, ha molto a che fare con il buon senso e moltissimo con il senso di responsabilità di istituzioni, cittadini, imprenditori, associazioni di categoria.

Credo che, oggi più che mai, cercare di parlare di questi temi in maniera estremamente semplice ed accessibile a tutti, senza ricorrere a inutili astrattismi ma utilizzando invece esempi concreti di vita reale, sia di enorme importanza per il futuro delle nostre economie e delle nostre società. Perchè, oggi più che mai, i singoli hanno un il grande potere di orientare l’economia, la società, il futuro. Ed è quindi necessario che, rispetto a questi temi, i singoli acquistino coscienza e consapevolezza e assumano comportamenti coerenti, creando innovazione sociale che diventi motore di una nuova buona economia.

Un’ultima cosa: i post riguardanti i casi di buoneconomia saranno, per quanto possibile, così strutturati: un’introduzione tratta dai classici della letteratura (spesso gli scrittori sono anche profeti visionari) + la presentazione del problema (il mare tempestoso) + la descrizione, in breve, dell’isola di buoneconomia, che rappresenta l’eccezione a quel sistema. Credo che questa struttura possa rendere gli argomenti più godibili e comprensibili.

Questo blog vuole essere quindi solo un umile (e spero utile) contributo alla diffusione e all’affermazione di una cultura della buona economia, ovvero di un’economia della responsabilità, a livello locale così come a livello globale. 

vi auguro buona lettura, Alberto Corbino.

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